LA VITA A MODO MIO
Intervista di Stefano Lusardi
Johnny Depp è veramente uno che si porta la vita addosso. Il cappello calato sulla fronte è lo specchio del suo eterno desiderio di mascheramento per cancellare e occultare quel suo volto da bello e dannato. Gli occhiali sobri, dalla montatura tradizionale, rimandano alla sua scelta intellettuale, da attore che ama l'impegno e frequenta musicisti e scrittori. I tatuaggi –ne ha una dozzina, il più antico fatto quando aveva 17 anni, è un capo indiano sul bicipite destro, il più recente è il nome di suo figlio Jack sull'avambraccio destro- rappresentano concretamente l'idea di lasciare segni indelebili sulla pelle dello scorrere del tempo. Infine i tanti braccialetti al polso fatti da sua figlia Lily-Rose sono lì per far conoscere a tutti la sua recente conquista della felicità. Durante l'intervista, Depp beve solo acqua minerale, parla lento e piacevole, con voce profonda e sicura. L'esatto opposto di quando lo incontrammo a Cannes nel 1998, all'epoca di 'Paura e delirio a Las Vegas'. Quella volta l'intervista fu rinviata di un giorno , perché l'attore era reduce da una notte di follia con tanto di distruzione della camera di albergo, assieme alla modella Kate Moss, sua love story dell'epoca. Depp è arrivato stanco e distratto, gli occhi nascosti dietro gli occhiali da sole, ogni parola un sospiro e una fatica. Ma in questi cinque anni sono successe parecchie cose e tutte piuttosto importanti. Un amore francese, due figli, un grande successo. E Johnny Depp è diventato un altro.
Questo 2003 è stato un anno decisamente importante per lei, visto che ha compiuto 40 anni e festeggiato 20 anni di carriera diventando improvvisamente, grazie a 'La maledizione della prima luna', un attore da blockbuster. Soddisfatto del risultato?
“Il successo mi ha fatto piacere, certo, se non altro perché Hollywood mi ha sempre considerato un attore capace di collezionare solo insuccessi e di interpretare solo outsider. Ma credo di essere io stesso un outsider, esattamente come un tempo e soprattutto il mio rapporto con Hollywood non è cambiato: cose come gli incassi del primo week-end non mi sono mai interessate, perché ho sempre fatto fatica, anzi non ho mai voluto capire fino in fondo la logica perversa dell'industria cinematografica. Io sono solo interessato al mio lavoro d'attore e visto che non voglio essere un attore/personaggio e sento precise responsabilità nei confronti del pubblico, penso sia importante educare me stesso ad affrontare sempre nuovi personaggi, cambiare ruolo per cambiare anche un po' me stesso. Certo quando la Disney mi ha contattato ho avuto parecchi dubbi e per me è stato un po' come infiltrarmi tra le linee nemiche. E sul set, almeno all'inizio, le cose non sono state facili. C'era una coppia di executive che ogni giorno era più preoccupata, anzi allucinata. Mi guardavano e si interrogavano 'Ma perché recita cosi? Che sta facendo con le mani? E che significano quei codini da rasta? Mio Dio sembra una drag queen! Johnny Depp sta affossando i nostro film!' La cosa è andata avanti per un mese e mezzo.”
Probabilmente erano terrorizzati all'idea che stesse trasformando un pirata del settecento in una rock star…
“Ma è questo il mio modo di lavorare: non posso limitarmi a prendere una sceneggiatura e iniziare a recitare, devo prima farmi delle domande, trovare un'idea chiave su cui costruire il personaggio. Per Jack Sparrow sono partito dall'interrogativo base: che cos'è un pirata? E' solo spada, rum e dobloni, cioè quello che si vede? O piuttosto quello che è diventato nell'immaginario popolare? Quando una nave pirata si profila all'orizzonte provoca nelle persone attesa, paura, eccitazione. Un po' come l'arrivo in città di una rock band. Per questo ho pensato subito a Keith Richards dei Rolling Stones, un buon amico che ha tutta l'eleganza e l'ironia di un moderno filibustiere. Alla fine ho mescolato il suo modello –praticamente è stato un omaggio alla nostra amicizia- con quello di Shane MacGowan dei Pogues, rubando flessuosità e gestualità a Muhammad Alì, vero e proprio pirata del ring. Quando ho trovato questa chiave mi sono sentito in perfetta sintonia con il personaggio e mi sono convinto che stavo facendo la cosa giusta.”
Alla fine come è riuscito a far accettare la sua visione?
“Ci siamo chiariti. Non sono un irresponsabile, capisco perfettamente che c'è un sacco di denaro in ballo e la carriera di diverse persone in gioco. Ma la Disney sapeva perfettamente quel che avevo fatto in precedenza e che tipo di attore sono. Visto che cerco comunque di trovare un equilibrio fra arte e industria, seguo una regola da cui non transigo: come attore ho un mio spazio vitale e un mio stile. E non intendo rinunciarvi. Per cui ho detto: 'voi mi avete assunto per fare un lavoro, perciò dovete avere fiducia in me. In caso contrario potete sempre sostituirmi'. Alla fine direi che la cosa abbia funzionato. Ora c'è perfino l'ipotesi di un sequel e non mi dispiacerebbe farlo.”
Nessun cedimento dunque. Mai accettato compromessi?
“Mai veramente. Credo che l'origine di questa scelta sia legata alla mia carriera, quando recitavo in televisione in '21 Jumpstreet'. Per la prima volta vedevo tanti soldi quanti non avevo mai immaginato di poter guadagnare, ma ero profondamente infelice e frustrato. Io mi consideravo un attore, ma per l'America ero solo un bel ragazzo da piccolo schermo. Quando sono finito nei poster acclusi ai giornaletti per teen ager mi sono sentito insultato, mi sembrava di essere come un hamburger, solo carne in esposizione, un oggetto da marketing. E sul set ero sempre più incontrollabile: mi sono perfino presentato con la bocca piena di elastici e al primo ciack ho cominciato a masticare parole incomprensibili. Un'altra volta mi sono presentato con un turbante e ho iniziato a parlare con accento indiano. Fingevo, con gli altri ma anche con me stesso, che fossero tutti mascheramenti perfetti per il mio personaggio (un agente infiltrato in una scuola n.d.r.). In realtà non c'era più nulla di buono per me, lì: niente di buono per lo show, niente di buono per il pubblico. Quando è finita è stata una liberazione e ho giurato a me stesso che avrei fatto solo cose in cui credevo veramente. Il primo film che ho girato subito dopo, 'Cry-baby' di John Waters, guarda caso è proprio una satira sulle star per teen ager. Poi sono venuti Jim Jarmusch, Tim Burton, Emir Kusturica, Terry Gilliam. Titti registi che, come me, non conoscono compromessi.”
Con Tim Burton il rapporto è privilegiato:avete girato tre film insieme…
“Ci siamo capiti fin dall'inizio. Quando ho letto la sceeneggiatura di 'Edward mani di forbice' ho pianto: lì c'era tutto il dolore e l'insicurezza della mia adolescenza. Poi abbiamo in comune il fascino per l'horror classico: già a cinque anni andavo matto per Bela Lugosi e i film su Dracula. Ma la cosa che conta di più è che Tim, oltre ad essere un amico e il più grande regista visionario del cinema d'oggi, è il regista ideale per ogni attore. Non è mai rigido, crede in te, ti lascia sperimentare, modificare, esplorare. Tim non pensa che un film sia qualcosa di immobile e di già programmato e per un attore come me è fondamentale sapere che , quando la macchina da presa comincia a girare, niente è già deciso, ma può accadere qualunque cosa e perfino gli incidenti e gli imprevisti sul set fanno parte della creazione. Penso che solo lui avrebbe potuto accettare, quando abbiamo iniziato a lavorare a 'Il Mistero di Sleepy Hollow', la mia idea di recitare Ichabod Crane come una bambina di nove anni intrappolata nel corpo di un uomo. Non ha battuto ciglio.”
Da Edward mani di forbice a 'La maledizione della prima luna' cambiare e mascherarsi fino a rendersi irriconoscibile sembra una costante del suo lavoro di attore. Immagino non sia una scelta casuale.
“No, è intenzionale, totalmente intenzionale. E non solo per il desiderio di cambiare sempre ruolo. L'approccio ai personaggi è sempre diverso. Ho recitato ad esempio, in molti film in costume perché sono molto attratto dal passato. Per esempio quando mi sono ritrovato a camminare nel quartiere di Whitechapel ricostruito a Praga per il set di 'La vera storia di Jack lo Squartatore' per me è stato come dare inizio a un vero e proprio viaggio nel tempo. E ho interpretato due zingari, in 'The Man who cried' e 'Chocolat', perché hanno lo stesso orgoglio e subito la stessa emarginazione dei nativi americani, e questo mi ricorda il mio sangue cherokee, di cui sono orgoglioso. Ma c'è un filo rosso che lega tutti i miei film: amo mascherarmi perché sono convinto che recitare sia soprattutto un gioco. Un attore serio è una contraddizione in termini. Anzi, un attore deve essere pronto a tutto, non deve temere nulla, neppure di rendersi ridicolo.”
E' un'idea che ha dall'inizio della sua carriera?
“Almeno da quando ho incontrato Marlon Brando sul set di 'Don Juan de Marco maestro d'amore'. E' lui, grande amico e grande maestro di vita che mi ha fatto capire che la cosa più importante su un set è divertirsi e fregarsene di tutto il resto, perché in fondo è solo un film. E va benissimo se, durante una scena, riesci a fare ridere tutta la troupe. E' successo di recente, mentre giravo 'Once Upon a Time in Mexico'. C'era questo cagnetto bianco che, ogni volta che Robert Rodriguez gridava 'Azione!' si metteva ad abbaiare alla macchina da presa. Non c'era niente da fare, non smetteva. Allora io l'ho guardato con aria feroce e mi sono messo ad abbaiare più forte di lui. Se n'è andato e non si è più visto! D'altra parte 'Once Upon a Time in Mexico' fa proprio parte di questa filosofia: prima mi sono divertito con le spade, adesso sono passato alle pistole, girando un western moderno che rende omaggio a Sergio Leone, un regista che adoro. Avevo dubbi sull'idea di girare un action movie, ma quando ho impugnato per la prima volta la pistola ho capito che la cosa si stava facendo interessante. Divertimento allo stato puro.”
Invece dopo 'Il Coraggioso' non si è più divertito a fare il regista.
“'The Brave-Il Coraggioso' è stato molto impegnativo, ma presto dirigerò un altro film. Senza ripetere però lo stesso errore: non sarò il protagonista, al massimo avrò una parte secondaria. I due ruoli vanno divisi: un attore deve imparare a lasciarsi andare, un regista al contrario deve controllare ogni cosa. Magari potrei dirigere mia moglie, mi piacerebbe perché è un'attrice coraggiosa, divertente e piuttosto brava. Per ora, comunque, continuo a fare l'attore. Ho trovato molto interessante interpretare James Barrie, l'autore di Peter Pan in 'Neverland'. Un altro film per famiglie: in fondo i miei figli stanno crescendo e mi piacerebbe potessero vedermi al cinema. ”
E questa volta come ha lavorato sul personaggio?
“Ho riflettuto soprattutto sul suo rapporto con i bambini che hanno ispirato Peter Pan e sulla sua visione dell'infanzia, in netto contrasto con quella tradizionalista della società del tempo. E' stato un approccio squisitamente letterario, perché oltre alle sue opere ho letto diverse biografie. Amo molto la letteratura e gli scrittori. Non a caso girerò 'The Rum Diary' da Hunter S. Thompson: sono stato per un mese a casa sua in Colorado prima di iniziare a girare con Tery Gilliam 'Paura e Delirio a Las Vegas', anche questo tratto da una sua opera. Per me è un po' come recuperare il tempo perduto: ho lasciato la scuola molto presto, ma oggi leggere è una delle mie occupazioni preferite. ”
In questi ultimi anni Johnny Depp è cambiato anche da altri punti di vista?
“Sono cambiato radicalmente. Ho vissuto anni di confusione, ho bevuto e usato droghe, volevo ottenebrare la mia mente, fuggire dalla realtà. Per anni mi sono limitato ad esistere, senza vivere. Oggi sono un altro.”
La maturità dei quarant'anni?
“Non credo di essere maturo, anzi, penso di essere molto infantile. Mi ha cambiato l'amore per Vanessa, la nascita dei miei due figli e andare a vivere in Francia. Non puoi immaginare quanta gioia e quanto amore si possano provare prima di avere un figlio, questa esperienza mi ha dato un senso di pace e di stabilità. Avere una famiglia ha dato senso alla mia vita e vivere in Francia ha significato avere finalmente un posto che posso chiamare casa. Ero rabbioso un tempo, facilmente infiammabile.E ancora oggi fatico a trattenermi davanti all'ignoranza, all'arroganza, alla mancanza di rispetto per gli altri. Ma avere figli è qualcosa di universale, mi fa sentire più simile agli altri. Adesso posso anche sedermi in aereo accanto a un broker e parlare per tre ore di bambini.”
Che cosa ama soprattutto della Francia?
“Posso fumare, mentre a Los Angeles è un delitto. Sto scherzando: non è questa la ragione principale. C'è anche il vino. La verità è che ogni giorno penso: grazie a dio sono fuggito da Los Angeles. In Francia la qualità della vita è del tutto diversa: è meraviglioso abitare in un piccolo paese con nulla intorno. Sono i ritmi, la semplicità a renderti differente: cammini per strada, fai la spesa nei negozietti. Esattamente come cento o duecento anni fa. E poi la Francia è un paese dove, se nomini George Bush, la gente ride divertita.”
Una fuga politica?
“Non ho mai votato in vita mia e l'elezione di Gorge Bush mi ha ancora più convinto di questa scelta. Non approvo quello che ha fatto in Iraq e ritengo la politica nel suo complesso un grande inganno. Io resto americano, mia figlia parla sia francese che inglese e mi fa sempre piacere tornare a Los Angeles, vedere i miei genitori e incontrare gli amici. Ma mi fa piacere solo perché so che presto me ne ritornerò in Francia. Essermi allontanato dall'assurdità distruttiva di Hollywood è stato salutare per me come attore, ma la mia scelta è soprattutto esistenziale. L'Europa è più civilizzata, più sofisticata, è una cultura antica e si sente anche camminando per strada. Mentre l'America cos'è diventata? Bambini che vanno a scuola col fucile e uccidono compagni e insegnanti, persone che diventano milionarie in quindici minuti grazie a uno show televisivo. Gli USA sono un posto pieno di ignoranza, avidità, violenza, follia. E questo sarebbe il sogno Americano? Continuo ad amare l'America, ma spesso mi vergogno di essere americano. Non ci voglio più vivere e certamente non voglio farci crescere i miei figli.”
Com'è la sua giornata tipo in Francia?
”Mi alzo abbastanza presto, mi bevo un caffè, preparo la colazione per i miei figli, mi occupo del giardino, leggo, suono la chitarra, certe volte dipingo, sto con Vanessa, la mia ragazza. E gioco a Barbie con mia figlia.”
E niente cinema?
“Certamente non i miei film. Sono uno che se si vede sullo schermo comincia a pensare che quella scena poteva farla in un altro modo o che il tono di quella battuta è del tutto sbagliato. Per cui da anni non mi rivedo. Ho deciso che una volta finito un lavoro, una volta girata una scena, non ci devo più pensare, devo andare oltre. Quello che faranno del mio lavoro, cosa o quanto il regista taglierà sono cose che non mi riguardano. Ma ora che ci penso, quando sono in Francia non mi viene mai la voglia di andare al cinema. Anzi, non so neppure dov'è il cinema più vicino.”