"Pirates of the Caribbean.
The legend of Sybelle "Storm" Russel".
By Rinoa-chan
Prologo.
"Sotto le stelle."
Sybelle.
E' un bel nome, vero? Io lo trovo meraviglioso, con un suono tutto particolare. Voglio dire…solo il mio nome lo ha. Ne sono profondamente convinta. E lo sono ancora di più se penso che è nato dal diminutivo di un nome che avrei detestato fino al mio ultimo respiro.
Mia madre voleva chiamarmi Isabelle e quando si usa il verbo "volere" con una donna come lady Catherine Josephine Seymour, si deve tradurre con "dare l'ordine". Si è sempre impuntata ferocemente su questioni frivole come questa e chi ha avuto l'ardire di contraddirla aveva finito per imbattersi nelle famose e temute crisi d'emicrania della Viscontessa di Chester. L'unico che aveva posseduto il coraggio necessario era stato mio padre.
Fu lui a rifiutare "Isabelle".
"Sai quante "Isabelle" e simili ci sono a Londra?" mi aveva domandato una volta con quel suo mezzo sorriso complice e malizioso. "Io volevo un nome speciale per la mia unica figlia."
Quel giorno ormai lontano avevo solo cinque anni e con l'ardore tipico dei bambini, avevo messo quelle due frasi sul piedistallo più alto costruito dal mio tenero orgoglio.
Sybelle.
Mi piace sillabarlo a piano. Anche adesso.
Sybelle Anne-Marie Russel, unica erede di Lord Russel, Visconte di Chester, un feudo sperduto nella campagna inglese.
Sono nata in Gran Bretagna ventidue anni fa, a Londra.
Ricordo che mia madre fece di tutto per ritardare il grande evento. Una delle sue tante contraddizioni era una profonda, quasi angosciosa superstizione…posso quasi immaginarla mentre, con le mani artigliate al pancione coperto da un'impeccabile veste da notte di seta damascata, impreca contro il nascituro, deciso a venire al mondo alla vigilia di Ognissanti. All of Hallows, come dice la gente del popolo. Il destino non poteva scegliere giorno peggiore, secondo lei…secondo me, è stata una coincidenza grandiosa. Perché ho sempre amato il clima rarefatto e pieno di silenzio tipico del trentuno ottobre. Era una festività che aveva attraversato il nostro Paese nei secoli, mantenendo intatta quell'impronta di mistero e sacro orrore tipico dei riti da non svelare.
Era stata una notte nebbiosa, dove nessuno dotato di un briciolo di senno si sarebbe avventurato fuori. I crocevia della città e quelli di periferia erano deserti: guai a passare per i crocicchi, guai a intralciare i nodi di strade, perché lì passano i morti, gli spiriti, le anime di coloro che non sono più…Beth, la più anziana delle mie governanti, ha sempre adorato raccontarmi storie come questa e io la supplicavo sempre di ripeterle, la schiena percorsa da un brivido di pauroso piacere.
Avevo cacciato il mio primo, robusto pianto sotto le tende di velluto del letto di mia madre, una delle stanze più belle e riccamente decorate della nostra palazzina in stile elisabettiano, in uno dei quartieri più antichi e nobili nei pressi di Westminster Abbey a pochi passi dalla sede del Parlamento. Per la viscontessa, solo il meglio: pareti foderate da pannelli di legno scuro e pregiato, finestre piombate alte e sempre tirate a lucido, arazzi nello stile di Gobelin, Francia, e un baldacchino imponente, così alto dal livello del pavimento da diventare per me, negli anni successivi, il mio rifugio prediletto. Peccato solo per quella nascita in un giorno tanto inappropriato…per questo aveva voluto imporre il mio nome a tutti i costi, prevaricando il potere del capo famiglia. Non sono mai riuscita a farglielo confessare, ma sospetto che tutto quell'ardore nel volermi chiamare come meglio le pareva fosse una sorta di rivincita nei confronti di chissà quale divinità malefica che aveva deciso di farmi vedere il mondo proprio a fine ottobre.
L' ha avuta vinta solo in parte, lo devo ammettere a malincuore.
E' questo il motivo per cui nella mia vita ho sempre tentato di presentarmi a tutti semplicemente come Sybelle Russel, tralasciando i secondi nomi così…fondamentali per una famiglia nobile: Anne…e, colmo della sfortuna, addirittura Marie! Avrò conosciuto decine di "Marie", detto alla francese, o di "Mary"…il nome della Madonna, il segno che si proviene da una famiglia timorosa e fedele alle tradizioni, nonostante si viva in una nazione che nemmeno troppi secoli fa diede vita alla più eclatante delle rivoluzioni religiose…una scelta peggiore di questa non riesco ad immaginarla, perché non sono più degna di chiamarmi così. Nemmeno lui credo conosca questo nome… o, se lo sa, ha sempre avuto l'inusuale delicatezza di non pronunciarlo mai.Ma non è il momento di parlarne, siamo solo al principio della mia storia e procedere con ordine è come minimo un dovere.
Da quando ho memoria, ho sempre dormito, giocato e sognato nella stessa stanza. Pannelli di ciliegio chiaro alle pareti e sopra il grande caminetto di marmo e ardesia, il ritratto dei miei genitori il giorno delle loro nozze. Su una cassapanca invece tenevo tutte le mie bambole predilette. Non ho potuto portarne nessuna nel luogo dove ora mi trovo.
Ho vissuto a Londra solo dieci anni, guardando dalle finestre dei piani più alti il lento, nebbioso scorrere del Tamigi. Acqua…acqua che scorreva, libera, senza pensieri se non quello di giungere al mare, all' oceano.
L'acqua. La libertà. Sono sempre state mie ossessioni, ereditate nel corso di generazioni, prima ancora che un titolo araldico fosse posto davanti al nostro cognome. Perché tutti sanno cosa sta dietro veramente ai Russel; solo, non ne parlano per convenienza.
Nel 1550, la mia famiglia era dominatrice di una sola cosa: la costa inglese.
Avventurieri, contrabbandieri senza padroni e conoscitori degli anfratti e delle secche più infide, dalle scogliere di Dover fino al Galles.
Si iniziò a parlare dei miei antenati da quando alcune navi senza alcuna bandiera precisa, presero a fare ciò che l'esigua flotta reale di allora non poteva: attaccare la Spagna, il regno cattolico alleato del Papa e quindi nemico dell' "eretica bastarda" figlia di Enrico VIII. Nei racconti di mio nonno, il secondo Conte di Chester, erano stai tempi esaltanti per la pirateria…andare contro il potere, sbeffeggiarlo, irriderlo, umiliarlo…per degli spiriti liberi cosa poteva esistere di più esaltante? Un'isola dilaniata da conflitti religiosi, una regina appena ventenne salita al trono in maniera a dir poco perigliosa che vinceva contro una potenza del continente…
"Ce n'era da festeggiare con rum per settimane!" rideva mio nonno strizzando un occhio verso di me, e io ridevo deliziata sulle sue ginocchia con mia madre scandalizzata che si portava un fazzoletto di pizzo sulla fronte in un gesto di teatrale disprezzo.
La mia famiglia era piena di segreti eccitanti, e per una bambina curiosa erano tentazioni eguagliate solo dai dolci.
I Russel continuarono la loro folle danza nella Storia su navi piccole e spietatamente veloci, incrociando la strada di colui che un giorno si sarebbe inchinato davanti ad Elisabetta I ricevendo il titolo di Baronetto.
Sir Francis Drake, il Corsaro. Il servitore più fedele della Corona.
Una contraddizione favolosa, non trovate? E anche noi l'abbiamo provata di riflesso, perché Drake non fu l'unico a godere della benevola ignoranza di una sovrana, un'ignoranza da cui trasse il massimo a cui si poteva aspirare.
Con un briciolo di vanto, posso dire che Francis Drake non avrebbe ottenuto tutto quello che ha ottenuto senza la sua ombra.
Sulla sua nave c'era stato un altro uomo astuto e avventato come lui. Avevano ideato insieme un'infinità di abbordaggi, assalti e battaglie. In oltre, il suo fido secondo era stato a capo di un servizio spionistico degno del Papato. I loro informatori però non erano nobili, né personaggi in cerca di nuovi stimoli avventurosi. A sostituirli, bambini discoli, massaie mogli di pescatori e naturalmente, i pescatori stessi. Bastava poco perché una delle loro piccole barche lasciasse i porti per avvertire chi di dovere sugli spostamenti delle navi spagnole.
Tutto grazie a Jonathan Russel, meglio conosciuto come "l'ombra di Drake".Il mio bisnonno.
Nonostante nella sua vita abbia assaggiato il sapore di molti vizi, è morto serenamente di vecchiaia a novant'anni, onorato come primo Conte di Chester. Il titolo e il feudo erano stati il dono della regina, ma non se ne vantò mai quanto la sua ultima conquista amorosa, o la scorta di wisky trovata nelle stive di un bastimento da guerra nemico.
Jonathan Russel fu uno spirito libero, ma dotato di un fascino e di una genuina dignità tali da far sfigurare qualsiasi altro aristocratico. Conosceva le maree con la stessa tenerezza riservata alle sue amanti, e allo stesso tempo sapeva recitare a memoria i poemi cavallereschi dei più grandi scrittori italiani; fin da giovane aveva amato il ritmo dei versi, la loro musicalità.
La sua personalità era un accostamento insolito di mille aspetti diversi. Amava allevare le passioni più disparate, credo semplicemente-secondo logica deduzione- per provare l'effetto che facevano. Perché si ha una vita sola per mangiare tutti i frutti che ci può dare…era la sua massima, il riassunto perfetto della filosofia di famiglia.
E' molto probabile che i racconti sul bisnonno Jonathan siano stati arricchiti dallo scorrere degli anni e dalle nuove generazioni, ma questo non mi ha impedito di figurarmi nei sogni la sua figura alta, seduta all'ombra dell' un albero maestro della sua nave a leggere la Divina Commedia alla luce della luna, mentre un solo marinaio, magari con l'immancabile benda nera sull'occhio mancante, era sulla tolda a scrutare il mare. Nonostante l'alone di leggenda sulle torbide vicende passate della mia famiglia, un fatto rimane chiaro, lampante.
Sono nipote di pirati e per un certo verso…anche figlia di pirati.
Perché mio padre lo è stato, a modo suo.
Da quando Elisabetta I ci ha fatto dono di uno stemma araldico, tutti i maschi dei Russel hanno affrontato la carriera nella Royal Navy, nata proprio con lo sbocciare del dominio inglese sui mari. La marina e la sua nuova potenza dovevano molto ai fuorilegge che avevano sfidato persino i re e aveva sempre cercato uomini del genere, adesso che c'era un impero da conservare e uno altrettanto vasto in attesa di essere conquistato.
Lord Robert e suo fratello maggiore non hanno fatto eccezione. Anche se zio Alan alla navigazione preferiva il lusso e il potere che si respirava a Corte e in Parlamento, ciò non gli ha impedito di diventare ammiraglio. Avrà visto la vastità dell'oceano un pugno di volte, ma gli intrighi politici possono portare molto in alto ed era sempre stato uno stratega di natura, più che un soldato d'azione. Era calcolatore, cinico, all'apparenza gelido e stravedeva solo per il fratello minore, al contrario di ciò che accadeva in molte altre famiglie altolocate.
Alan e Robert, la calma e la passione.Perfettamente complementari. Solo su una cosa avevano litigato aspramente: mia madre.
Si intuisce come l'unione dei miei genitori sia stata progettata a tavolino; da giovane, lady Catherine ovvero la prescelta come futura fidanzata per Robert Russel, era considerata il fiore più bello tra le fanciulle dell'alta società. Oltre che il più ricco. In tutti i suoi ritratti, i pittori più valenti hanno quasi perso la vista per rendere giustizia al languido broncio delle sue labbra di ciliegia e all'opulenta chioma di un rosso tizianesco accesa dai mille riflessi dell'oro. Era colta, ben educata, cresciuta nella fervida convinzione che tutto le fosse dovuto. Si sposò a sedici anni con un uomo da leggenda, uno degli ufficiali più valorosi dell'esercito e per di più insignito di molte medaglie al valore in merito alla sua dedizione verso i commilitoni, perché era anche un medico sempre pronto a estrarre pallottole dai feriti durante le battaglie di mare. Seppi troppo tardi perché scelse di imparare un'arte difficile e insidiosa come la medicina e la rivelazione di uno degli ultimi segreti della sua esistenza contribuì molto a spingermi sulla strada che ancora adesso percorro.
Mia madre non sa nemmeno oggi quel fantomatico perché…e di certo non c' ha pensato il giorno delle nozze. Stava ottenendo il titolo di viscontessa, sarebbe stata la moglie di uno degli scapoli più affascinanti e ambiti nella cerchia delle sue amiche, tutte donne che davanti al nome hanno titoli da nulla come duchessa e principessa. Era una giovane donna dalla bellezza folgorante, ma ragionava come una ragazzina viziata e questo papà non glielo perdonò mai. Era stato proprio per via del suo carattere volitivo che lui intavolò feroci discussioni col nonno e zio Alan. Non voleva avere come sposa una bambina che si credeva adulta, ma dovette cedere. Le sue imprese eroiche contro la flotta francese non valevano nulla alla luce del crudo, semplice fatto che era il secondogenito, quindi soggetto alla volontà di chi era più anziano e autorevole.
Con gli anni, entrambi hanno imparato a sopportarsi cordialmente, e poi sono arrivata io. Una bambina dai lunghi capelli neri come l'ala di un corvo, sempre avvolta dagli sbuffi di pizzo delle gonne che tenevo perennemente sollevate per correre libera nei corridoi affrescati della mia prima casa. Dallo splendore materno ereditai gli occhi di una calda tonalità marrone scuro; due pezzi di cioccolato che al sole assumevano bizzarri riflessi d'ambra.
"Solo quelli, per fortuna!" mi diceva spesso papà ridendo, perché io somigliavo molto di più alla nonna e senza che nessuno me lo avesse inculcato in testa, consideravo la defunta contessa molto più attraente della mamma. In un grande quadro appeso nello studio del nonno, c'è lei; una donna alta dalla pelle diafana, le dita delle lunghe mani affusolate, esili e una massa di seta nera che le scendeva dal capo fiero sulle spalle e sulla veste rossa di gala. Se chiudo gli occhi, posso ancora rivedere l'ampio sorriso che le brillava sul volto dipinto…un sorriso che si ritrova identico in me.
La vita di Londra mi era sempre parsa strana.
Feste, ricevimenti, abiti sempre più stretti alle vite sempre più striminzite di dame esauste e in lontananza lo scorrere grigio, sempre solenne del Tamigi. La strada verde-azzurra che portava all' Atlantico.
Quando papà tornava a casa dai lunghi mesi passati sulla sua nave, portava il profumo del sale e il sapore eccitante di nuove storie di pirati e arrembaggi. Mamma le detestava, commentando che non c'era bisogno di ricordare sempre da dove eravamo venuti…io invece avrei voluto che non smettesse mai di parlare.
"Ancora, ancora!" era la mia implorazione continua…descrivimi l'oceano my daddy, ti prego…non smettere mai…
Fino al giorno in cui sentii le urla di mia madre, le sue lacrime rumorose e finte, che non arrivavano a sbavare il trucco perfetto delle guance.
Fu il giorno in cui smisi di pregare, di sognare.
Fu il giorno dopo un'udienza a Corte.
*
L'Inghilterra coloniale ormai non conosceva confini netti. Era un territorio frammentato nel mondo e non passava giorno senza che divenisse sempre più grande. Molte altre potenze europee ormai possedevano interi stati al di là di oceani sterminati, ed era inevitabile che prima o poi questo fagocitare indiscriminato producesse conseguenze drammatiche.
Caraibi, Martinica…nomi esotici e da favola, veli lussuosi che cercavano di nascondere il sangue di tanti morti. Si combatteva e si moriva, laggiù, per i motivi più diversi: chi per mettere la propria bandiera su una nuova isola, chi per non venir cacciato dalle spiagge dove aveva vissuto con le sue tribù…chi per contrastare i potenti per semplice avventura.
Pirati.
Pirati…gente ribelle e senza regole, assetata di rum e libertà senza freni; dalla vita disordinata ed esplosiva come un colpo di cannone. Oh, se li conoscevo bene…
"Signorina, mi sta ascoltando?"
Scossi leggermente il capo, e sorrisi alla mia governante guardandola dallo specchio.
Un grande fuoco stava ardendo nel camino, invitando chiunque a lasciarsi cadere sulla soffice poltrona posta nell'angolo più accogliente e caldo. Margareth mi guardò di nuovo, cercando di capire se ero ancora attenta.
"Sì, certo…mi stavi dicendo cosa si è detto alla reggia."
"So che di solito le piacciono queste storie…anche se sua madre sapesse che ve le racconto…"
"Maggye, non preoccuparti! Non le ho mai confessato nulla!"
L'anziana donna riprese a pettinarmi dolcemente i capelli. Erano già abbastanza lunghi da arrivarmi alle spalle e amavo tenerli sciolti quanto potevo, invece che raccolti in quelle assurde pettinature a base di ricci e boccoli con nastri. Maggye, la mia cara, solida Maggye. Mi aveva praticamente allevato con tutto quell'amore che mia madre dedicava solo a due cose: a un nuovo abito o al ballo che si sarebbe tenuto di lì a poco. Non ero abbastanza adorabile per suscitare l'ammirazione e il suo istinto materno…non avevo preso quasi nulla da lei, dal suo aspetto regale, perfetto.
Io naturalmente non ero potuta andare a Corte. Avevo appena compiuto dieci anni e per quanto fossi indubbiamente troppo sveglia e sfacciata per una bambina della mia età non potevo certo essere portata in un posto dove avrei dovuto fare una riverenza dopo l'altra cospargendo un'epidemia di sorrisi finti e di circostanza. Avrei gettato nell'imbarazzo più umiliante prima lady Catherine e solo poi mio padre.
Ero rimasta al nostro palazzo, aspettando di sentire il rumore della loro carrozza. Li avevo visti partire quasi di corsa poche ore prima, non potevo certo pensare a tutti i retroscena nascosti dietro a un innocuo messo reale piombato a casa nostra per convocare urgentemente Lord Robert.
Non li vidi rientrare. Molte porte vennero aperte e chiuse, ma nessuno mi venne a chiamare per andare a cena.
Poi, lo sentii. Un urlo smorzato dalle tante pareti che ci dividevano, ma che avrei riconosciuto ovunque. Era il tipico inizio di una delle "crisi di nervi" di mia madre. Una sua caratteristica peculiare era quella di riuscire a inscenare un'emicrania fulminante, giustificata dalla debolezza del suo corpo di fronte alle emozioni troppo forti. Dopo la mia nascita, non volle più intentare una nuova gravidanza: a causa della prima aveva passato un mese intero a letto, servita in tutto come fosse stata una bambola di cristallo sul punto di rompersi.
I miei genitori stavano discutendo animatamente nella grande sala di rappresentanza a piano terra, osservati dagli sguardi sprezzanti di antenati fermati sulla tela di vecchi quadri.
"Non ho alcuna intenzione di accettare!" strepitò di nuovo stringendo spasmodicamente il ventaglio, agitandolo ogni tanto davanti a sé come fosse stata una minacciosa spada.
"Accettare, Catherine? Tu, puoi forse non accettare?" rispose pacatamente papà, gli occhi verdi sinistramente quieti.
"Vuoi forse dire che la mia opinione non conta?"
"Non sei certo tu il comandante della "The Braver". In oltre conosco Nicholas da una vita, sono fiero di poterlo aiutare."
"Non puoi dire sul serio!" riprese di nuovo con sempre maggiore energia, tradendo in un attimo l'immagine di languida dolcezza che l'aveva sempre contrassegnata agli occhi della società. Era terribilmente pallida, due chiazze rossastre brillavano sotto la cipria in corrispondenza delle guance.
"Vorresti lasciare Londra, l'Inghilterra?"
"E' un incarico del Re! E' un suo ordine, e non intendo rifiutare!"
"E per cosa, sentiamo…per l'onore?" sbottò con una piccola risata isterica aggrappandosi allo schienale imbottito di un divano. "Da quando chi è nato dagli stessi pirati che vorrebbe andare a combattere in un luogo dimenticato persino da Dio ha un onore?"
Le cameriere, tutte riunite nel corridoio cercando di non rimanere invischiate nel litigio trattennero il respiro. Sapevano per esperienza che non si doveva toccare quell'argomento con mylord. Il passato era tale perché nulla poteva riportarlo in vita e cercare di tirare fuori vecchie radici per pura, infantile ripicca era il modo migliore per far infuriare mio padre. Non si era mai vergognato delle sue origini; non avrebbe certo iniziato adesso, con una moglie indispettita e contrariata solo perché una volta tanto il mondo non girava secondo i suoi voleri.
Lentamente, senza alcuna fretta, le andò davanti. La fissò; uno sguardo verde, freddo come smeraldo grezzo. Ho visto poche volte quel particolare modo di…trapassare le persone e ne ho sempre avuto un terrore inesprimibile. In quei rarissimi momenti, non vedevo davanti a me il mio eroe, un uomo che poteva essere chi voleva: un corsaro, o un re…ma qualcuno di spietato.
Senza emozioni.
"Io andrò a Port Royal. Sarò a capo delle nostre truppe per conto del nuovo Governatore, Lord Nicholas Swann. Se vorrai rimanere in Inghilterra, sei libera di farlo…ma cosa penseranno le tue care amiche del fatto che lasci praticamente tuo marito dopo una promozione così importante?"
Mia madre strinse le labbra in una linea sbiadita, esangue. La sua morsa sul ventaglio divenne insopportabile e le delicate stecche di legno madre perlato si ruppero.
"Hai una figlia piccola…porterai anche lei?"
"La piccola Elizabeth Swann ha solo due anni in meno di Sybelle…ci sarà anche lei in viaggio, quindi non vedo il motivo di metterla in un collegio quando so benissimo che non avrà paura della traversata."
Anche l'ultimo appiglio era sfumato. Non avrebbe ottenuto nulla nemmeno usando me come arma di ricatto. Papà sapeva da molto che non ero una fragile bambolina di porcellana. Lasciò la sala quasi correndo, chiudendosi in camera. Alla servitù fu detto semplicemente di stare accanto a mylady e di tenere pronto il piccolo scrigno dei suoi sali, in modo da prevenire i suoi abituali svenimenti da troppo singhiozzare.
Il destino non poteva trovare modo più strano di farmi sapere dello sconvolgimento che si stava per abbattere sulla mia vita. Avevo sentito ogni parola e quelle poche che non ero riuscita a comprendere perché avevano parlato con un tono più dignitoso, me le riferì papà prima che andassi a dormire.
"Io sono un egoista della peggior specie, Sybelle" concluse mestamente rimboccandomi le coperte. "Non voglio separarmi da te, non posso. Sei la stella più bella del mio cielo. Vuoi davvero seguirmi al di là dell' oceano?"
Stetti in silenzio, concentrandomi sulle fiamme che morivano nel caminetto. Remotamente, pensai che era una delle ultime volte in cui potevo vederlo, assaporare il suo calore, giocarci di fronte immaginando che sulle braci bollisse un enorme calderone nero da strega, pieno di chissà quale pozione.
Avrei lasciato tutto.
Fu incredibile la lucidità con cui arrivai a quella conclusione, ma capii di non avere paura. Non potevo avere paura, perché ero una Russel fatta e finita…quante persone me lo avevano detto?
"Sì" dissi fissandolo negli occhi. "Verrò con te papà…così vedrò delle palme vere, e non dovrai più descrivermele."
*
Sono passati anni da quella notte d'inizio novembre.
Imparai e vidi molte cose, da allora…vidi addirittura il sole, il cielo terso dello stesso colore del mare infinito. A Londra non c'era mai un tempo sufficientemente limpido per ammirarlo così bene, nemmeno le stelle.
La nuova vita che mi attendeva su quest'isola verde, fatta di colline che precipitavano in calle rocciose e scogli grigi…semplicemente…non potevo immaginarla nemmeno nel mio sogno più sfrenato.
Per questo sono qui a raccontarla, a scriverla su un enorme libro rilegato con una copertina rossa. Doveva essere destinato a divenire il nuovo diario di bordo della nave, ma lui invece me lo ha regalato, dicendomi di scrivere una leggenda.
Alla fine, come sempre, gli ho dato retta. D'altronde, credo che nessuno possa opporre un rifiuto a un uomo del genere, io meno di tutti gli altri. E poi si tratta veramente di una leggenda, come la chiamano pomposamente in questo angolo di Mar dei Caraibi…ma dietro ognuna di essa c'è una storia vera, fatta di tante persone, molte delle quali amo profondamente. E' stato grazie alle loro testimonianze se ora posso scriverla. Ognuno di loro è venuto a trovarmi, ha raccontato la sua versione dei fatti mentre passavamo insieme una notte in bianco per permettermi di appuntare tutto.
Io sono solo un tramite per cui le loro vite non moriranno mai, insieme alle loro imprese, al loro coraggio, alle loro paure più inconfessabili. Voglio farle conoscere a tutti voi, voglio esaudire il desiderio del mio capitano…renderlo indimenticabile.
Naturalmente questo non me lo ha mai detto esplicitamente, ma lo conosco troppo bene…ebbene, comandante, sarai accontentato. Tutti si ricorderanno di me, di te, della tua splendida nave. Ricordati solo una cosa…capitano Jack Sparrow.
La leggenda di "Storm" Russel sono stata io a farla nascere.
Perciò eccomi qui, all'ombra delle vele di un albero maestro, come aveva amato fare il mio bisnonno. A scrivere guidata dalle stelle e dal rollio dolce delle onde.
Note dell'autrice: allora…dicesi "tentazione" quella cosa che non si potrebbe fare, toccare od avere ma che attira irrestibilmente al di là della ragione…ve bene, la smetto di parlare come uno pseudo vocabolario! Spero comunque di aver fatto capire a chi leggerà cosa mi ha spinto a iniziare una nuova storia, non paga del fatto che ne devo seguire un'infinità. Ho ceduto a una tentazione…e vi assicuro che c' ho messo anche troppo tempo prima di lasciarmi andare a questa nuova follia! Quando ho iniziato a leggere le prime fan fiction su "I pirati dei Caraibi" (cosa, come dite?…nella versione italiana il titolo era diverso?…mah… sul serio?ndMe con faccia beatamente ingenua e angelica…) mi sono sentita solleticare la creatività…che fino a quel momento se ne era stata zitta e in silenzio in un angolino. L'avevo prontamente anestetizzata dopo la visione del film, ma eccola qui più viva di prima a reclamare vendetta per non averla ascoltata subito…altro che Perla Nera…questa sì che è una maledizione!
Perciò, do il mio benvenuto a bordo a chi sarà abbastanza pazzo da seguire la sottoscritta per questo nuovo viaggio…che non è un seguito delle vicende di Jack ..ops, scusate…di capitan Jack Sparrow e soci, non esattamente. Certo, ci sarà un "dopo", ma prima vanno chiarite e ampliate un po' di cose, anche se da bravo pirata alle prime armi non vi svelerò nulla delle mie intenzioni. Allora, ci siete ancora? Non siete scappati? Bene, allora tutti sul ponte, ciurma! Sybelle e il capitano vi daranno il benvenuto sulla Perla Nera…si salpa!
Ricchan-Edhelwen.