"Pirates of the Caribbean.
The legend of Sybelle "Storm" Russel".
By Rinoa-chan
Capitolo
nono.
“Un sogno dettato dalla luna”
La ferita
non era delle più semplici da curare.
La spada che l’ aveva
aperta doveva essere stata particolarmente affilata, arrivando
a lacerare parzialmente anche i muscoli.
Feci portare molta
acqua calda, garze sterilizzate dopo una lunga bollitura sul
fuoco e l’unico disinfettante che si poteva reperire in grande
quantità in quei giorni molto confusi: vino.
Una truppa di
soldati era stata mandata in ogni locanda e bettola per
sequestrare bottiglie, fiasche, botti più o meno piccole. Per
ordine espresso del Governatore, qualsiasi bevanda contenente
alcool doveva essere messa a disposizione dei medici che
avevano allestito un ospedale da campo nei locali e nel
cortile di Fort Charles per poter assistere sia i feriti
civili che militari.
Il bombardamento di due giorni prima
aveva colpito e distrutto molti magazzini, compreso quello che
ospitava molto del materiale utile per l’infermeria e dovevamo
arrangiarci con i mezzi che erano disponibili.
Borbottai
qualcosa sottovoce, passandomi appena la punta della lingua
sulle labbra. Adesso dovevo essere calma ed efficiente,
lasciando chiuso fuori dalla mia mente la preoccupazione per
Elizabeth e Will.
“Sybelle, l’alcool puro ha fatto effetto.
Puoi procedere.”
Il dottor Norton rimosse il panno
impregnato da sotto il naso del paziente, e iniziai a pulire
la labbra di pelle aperta. L’emorragia si era arrestata,
quindi si poteva procedere alla sutura.
Cucire del tessuto
vivo è quanto di più differente possa esserci dal cucire un
pezzo di stoffa: l’epidermide è elastica, ancora calda sotto
le dita e se non si ha abbastanza autocontrollo, si rischia di
sbagliare, di puntare male ago e filo e compromettere così
l’inizio di una buona guarigione. Non si poteva esitare e per
quanto disumano potesse sembrare, l’unica maniera per riuscire
in un’operazione tanto delicata era mantenere un distacco
dalla persona che si stava aiutando, vedendola solo come carne
da sistemare.
Le prime volte in cui mio padre mi aveva
portato a vedere il suo lavoro come assistente, avevo vomitato
davanti a questi spettacoli, avevo pianto e detto che non
l’avrei più potuto affrontare. Ma mio padre, come sempre,
aveva saputo guardare più lontano di me e aveva insistito nel
suo insegnamento.
Il filo di seta bianca chiuse l’ultimo
punto e usando un paio di sottili forbici ricurve, lo recisi e
disinfettai una seconda volta la porzione del petto
interessata.
“Ottimo lavoro, come sempre. Il nostro Hammer
presto potrà tornare in servizio.”
Annuii, e mi alzai da
letto pulendomi come potevo il lungo grembiule sporco di
sangue.
Un’altra giornata stava giungendo al termine, ma il
lavoro non accennava a diminuire.
Lasciavo la mia villa
all’alba, e rientravo ben oltre l’orario in cui veniva servita
la cena.
Dopo il rapimento di Lily e la disperata azione di
salvataggio improvvisata da Will, avevo cercato in tutti i
modi di non pensare al tempo che passava, alle ore che
morivano senza portare buone notizie.
A Port Royal c’era
molto da fare e io non mi ero fatta pregare per offrirmi come
volontaria per la ricostruzione: avrei fatto anche lo
scaricatore se mi veniva offerta la possibilità di essere in
azione, ignorando tutte le domande che mi giravano per la
testa reclamando pietosamente un briciolo della mia
attenzione.
Dissi alle altre infermiere che uscivo per fare
una passeggiata, e mi tolsi il grembiule buttandolo in un
angolo. Chiusi la porta con delicatezza, lasciandomi dietro i
lamenti dei moribondi e il respiro tranquillo dei vivi.
Il
profumo invitante della salsedine mi colpì le narici ammorbate
dall’odore di emetici e medicinali, e uscii sulla terrazza che
stava sul picco di Fort Charles. La corda spessa della campana
oscillava al vento del tramonto, non c’era nessuno nei
paraggi.
Appoggiai una mano sulle pietre calde, immaginando
con un sorriso amaro che anche Elizabeth, prima di perdere i
sensi e cadere giù, doveva aver compiuto lo stesso gesto. Se
solo fossi rimasta con lei, se solo non l’avessi
lasciata…
Lentamente, quelle due prime frecce scoccate dal
rimorso dormiente penetrarono nello scudo alzato attorno al
mio animo, e colpirono il bersaglio.
Basta. Non potevo più
scappare, far finta che non fosse successo nulla.
Sciolsi
il nodo del fazzoletto che teneva stretti i miei capelli in
una sobria coda e con il vento che mi scompigliava ciocche
corvine lungo la schiena e sul viso, presi a scendere la
ripida scala che portava alla spiaggia sotto il dirupo.
La
marea si stava ritirando, lasciando sulla lingua di sabbia
candida arabeschi di alghe e piccoli rametti di legno. Una
famigliola di granchi sparì tra le piccole onde e il mare era
uno specchio immenso, calmo e imperturbabile che rifletteva la
vanitosa bellezza del cielo dipinto di rosso e indaco. Il sole
stava calando all’orizzonte, rovente come una moneta
infuocata.
Mi sedetti poco lontano dalla battigia, fissando
l’incessante movimento dell’acqua e finalmente, mi arresi e
lasciai esplodere in me tutta l’ansia e tutta l’angoscia che
avevo accumulato senza mostrarla a nessuno.
Ora, potevo
smettere di essere forte per tutti.
Ero sola, completamente
sola.
Nessuna mano si sarebbe posata sulla mia spalla per
salutarmi, nessuna risata argentina mi avrebbe annunciato
l’arrivo in corsa di Elizabeth. Will non sarebbe comparso dal
nulla a chiedermi se ero migliorata nella scherma: la sua
espressione seria e grave che usava quando me lo domandava mi
faceva scoppiare a ridere fino alle lacrime.
I miei amici
sono dispersi nel tuo immenso abbraccio, mare.
Sì, lo so,
ti sto parlando ancora, ti sto chiedendo di aiutarmi anche
stavolta, perché so che lo hai già fatto in passato.
Proteggili, e falli tornare sani e salvi. Ti chiedo solo
questo, senza porti altri quesiti, perché non voglio
assillarti, non voglio che tu smetta di ascoltarmi. Getta
nuove onde accanto a me, e dì loro di potarti ogni mia parola,
ogni mia supplica.
Dissotterrai una piccola conchiglia, e
l’osservai rilucere di riflessi madre-perlacei nella sera
imminente.
Io ero come la conchiglia che tenevo tra le
dita: piccola e insignificante di fronte a ciò che mi aveva
travolto. Il mio mondo era stato stravolto per la seconda
volta, e non sapevo cosa fare per poter tornarci a camminare
senza sentirmi così insicura e preda facile di mille
dubbi…papà forse si era sbagliato nel riporre in me tanta
fiducia: forse non ero affatto la figlia eccezionale che lui
credeva.
Te lo stai dicendo per continuare a scappare da
cosa hai scoperto? Sussurrò malignamente la mia coscienza
nel vedermi tanto sconsolata. La maledissi in silenzio,
imprecandole contro che aveva un bel coraggio nel giudicarmi:
avevo capito cosa celava la lettera di Lord Robert, ma tutto
il mio brillante castello di deduzioni si reggeva su
fondamenta fatta di forse e se.
Cosa sapevo
in fin dei conti dei Fratelli della Costa, del codice voluto
da Morgan e Burton?
Poco, troppo poco per poter stabilire
un nesso tra mio padre e la Fratellanza e non riuscivo a
consolarmi col fatto che adesso, sapevo che non era stato
mandato a caccia della Perla Nera, ma di qualcosa di molto più
importante…ma che non riuscivo a vederla. Un indizio non
apriva nessuna strada verso la verità, daddy…
Piegai
le ginocchia e poggiandovi sopra il mento, mi raccolsi in modo
da sentire tutto il mio calore, e lasciando scorrere le
lacrime senza singhiozzare.
Il respiro dell’oceano sembrò
diventare più calmo e basso, diventando amico e complice,
cullando il mio dolore e parlandomi di speranza, perché dovevo
averne. Me la stava portando lui, sulla punta delle onde, un
altro dei suoi doni per me.
“Miss, siete sicura di
stare bene?” mi domandò Margareth versando altra acqua
bollente da mastello nella tinozza.
“Mhh…” mugolai appena
di soddisfazione, poggiando la testa contro il bordo e
chiudendo gli occhi. Com’era piacevole essere avvolti,
avviluppati, sprofondati in un tepore che sapeva di rose e
pesca…Mi soffermai per un attimo sulla domanda della mia
governante, giocando con la schiuma che galleggiava attorno al
mio petto.
“Cosa intendi dire?” chiesi a bassa
voce.
“Siete pallida, e non dormite abbastanza. Me ne sono
accorta. State facendo molto per aiutare il Governatore, ma
non dovete stancarvi in questa maniera.”
“Non posso fare
altro. Io sono rimasta qui, mentre Lord Swann e il Commodoro
sono partiti con la Dauntless; non posso stare con le mani in
mano.”
“Avete ragione, ma cercate almeno di mangiare
stasera. So che lo stufato vi piace, e ve ne ho preparato in
abbondanza.”
“Sei un angelo” dissi alzandomi e prendendo la
veste di spugna che mi tendeva.
Mary iniziò a pettinarmi i
capelli, e le chiesi di scostare le tende per farmi vedere la
luna. Era la notte che preparava la fase del plenilunio e
sotto la sua luce argentea e fatata anche la devastata, ferita
città di Port Royal sembrava calma e tranquilla come un paese
delle fate.
Il terzo giorno stava morendo, tre giorni che
non vedevo i miei amici e che piangevo nel sonno perché li
vedevo svanire nella nebbia nera dei miei incubi. Ma dovevo
continuare a sorridere, a ostentare ottimismo e calma. Mia
madre non era ancora uscita dalle sue stanze, ancora scossa da
ciò che era successo ma qualcuno doveva prendere in mano le
situazioni della nostra casa e quindi, se volevo sfogarmi,
dovevo farlo nel segreto che solo il buio poteva
darmi.
Quando mi guardai allo specchio, mi accorsi che
Maggye aveva ragione: avevo il viso smagrito, gli occhi scuri
privi del loro brillio. La mia maschera di ragazza forte
iniziava a mostrare le prime crepe.
Era un bene che non
avessi mai incrociato mylady in momenti così cupi e confusi:
le sue solerti, cicaleggianti amiche aristocratiche l’avevano
tenuta al corrente delle mille voci che filtravano dal forte
verso l’esterno, e si erano mostrate estremamente
scandalizzate dalla condotta sconsiderata di un semplice
garzone, quel Will Turner che si diceva avesse insidiato
l’onore e la purezza della figlia del Governatore, promessa
fidanzata del valoroso Douglas Norrington, e poi…liberare ed
aiutare Jack Sparrow nella fuga! Un pirata della peggior
specie, scampato più volte al cappio del boia!
Fu
divertente notare la trasformazione di questa dame raffinate e
ciarliere: non avevano mai saputo nulla su pirateria e
arrembaggi, e adesso ne parlavano con la perizia di un esperto
lupo di mare! Fossi stava in vena di cattiverie, l’avrei fatto
notare volentieri ma non avevo tempo per fermarmi a prendere
parte ai loro the fatti di pettegolezzi e pasticcini alla
crema.
In più, e non lo avrei ammesso davanti a loro,
condividevo uno dei loro punti: ovvero che Jack Sparrow era
solo da temere, nonostante i pareri sentiti. Non sapevo con
certezza se lui c’entrasse o no con l’affondamento alla The
Braver, ma se quel giorno lo avessi potuto incontrare, lo
avrei assillato per conoscere anche il particolare più
insignificante sulla morte di mio padre.
Riuscii a mangiare
abbastanza tranquillamente, anche se il silenzio che
schiacciava invisibilmente la sala piena di luci e quadri di
paesaggi boschivi mi pareva insopportabile.
Port Royal era
sempre stata una sorta di isola felice, un piccolo regno dove
si poteva sorridere e vivere in pace. Ora tutto era cambiato,
e questo cambiamento mi aveva dato solo nuovo
dolore.
Potevo solo avere speranza portatami dal mare, e
pregare perché la ruota del destino iniziasse un nuovo giro, e
la fortuna mi sorridesse.
Passarono due giorni.
Non
sapevo come valutarli, se non vuoti e aridi.
Invidiai i
gabbiani, sempre in volo e capaci di percorrere distanze
enormi, cosa che io non potevo fare. Loro stavano sicuramente
vedendo quelle navi che io potevo solo immaginare; sapevano
cosa stava accadendo, e intanto io restavo sulla riva di una
spiaggia in attesa di scorgere delle vele.
Il tasso di
frustrazione e delusione stava arrivando a livelli
insopportabili; per sbollire l’ansia, tornavo nei prati dove
Will mi aveva insegnato i primi rudimenti della scherma e mi
sfinivo con lunghe ore di stoccate, parate, affondi e
finte.
Smettevo quando non riuscivo più a reggermi in
piedi, e allora mi lasciavo ricadere tra l’erba alta, coperta
di sudore e senza forze per piangere.
Anche stavolta,
lasciai cadere la spada e presi a fissare le prime stelle che
si stavano accendendo nel cielo di velluto viola e
blu.
Respirai profondamente l’aria fredda della sera,
rimanendo immobile e fissando il cielo che diventava sempre
più cupo e lontano.
La luna piena stava sorgendo
sull’oceano, disperdendo sulle onde il suo tesoro di
scintillii d’argento e oro. Non l’avevo mai vista così
luminosa, grande e regale, unica sovrana incontrastata delle
stelle e mi accorsi di contemplarla quasi ipnotizzata:
sembrava un grande medaglione di chissà quale materiale
prezioso…un gioiello antico, che recava il marchio di un
segreto di sangue e morte…il sorriso terrificante di un
teschio…
Spalancai di colpo gli occhi reprimendo a fatica
un grido. Per fortuna era solo un sogno, leggero e portato
dalle ali traditrici del dormi-veglia.
“Devo essere a
pezzi” mormorai amaramente rinfoderando la sciabola e pulendo
la camicia dalla terra. “Mia madre mi ucciderà…”
Ripresi la
strada di casa senza fretta, percorrendo la strada più lunga.
Quel sentiero che s’inoltrava tra cespugli di bacche rosse,
dalle foglie consumate dal sale, aveva il ciglio sinistro
completamente esposto al mare.
Non era una strada molto
trafficata, ma il suo fascino stava anche nella solitudine che
ti seguiva fedelmente, discreta e silenziosa mentre l’occhio
indugiava a studiare il rapido salire della marea. I gabbiani
stridevano tuffandosi a pelo d’acqua, e il profumo di salvia
selvatica e sabbia umida si fondeva con l’aroma lontano dei
fiori di Port Royal.
Era da molto che non avvertivo quel
mescolio di odori, di vaghe impressioni: l’identità più intima
e nascosta dell’isola, il suo fuoco segreto covato nelle
foreste e nelle calle nascoste, nelle insenature e nelle foci
dei fiumi.
C’era stato un tempo in cui avevo visto tutto
questo mio nuovo mondo: avevo esplorato, visto e conosciuto
ogni scoglio e ogni piccola spiaggia; mio padre mi aveva
mostrato delle giovani scimmie dalla lunga coda che sparivano
tra le fronde di palma…e io mi ero sentita felice, a mio agio.
Avevo riso, guardando la costa sempre diversa dal ponte della
The Braver; lì, all’ombra delle mie amiche vele non c’era
nessun precettore che riprendeva il mio carattere, che vedeva
male la mia amicizia per Will…ero stata libera di volare, di
lasciare a terra il mio disagio per una vita che non sentivo
veramente mia.
E adesso i miei amici erano là dove avevo
sempre voluto essere io: anche se non erano lontani per puro
spirito d’avventura, lo comprendevo benissimo, ma solo io ero
rimasta dietro le mie sbarre d’oro…persino Jack Sparrow aveva
potuto scappare dalla sua prigione, persino lui, forse
implicato nell’assassinio di mio padre, aveva ottenuto ciò che
sognavo da una vita!
“Stai impazzendo” mi dissi ad alta
voce scoppiando a ridere. “Come puoi invidiare un pirata e
Will, e Lily, che forse non vedrai mai più?”
Mi avvolsi più
strettamente nella vecchia giacca nera e finalmente scorsi i
lumi accesi all’ingresso di villa Russel.
“Signorina,
vostra madre rimarrà a cena dagli Archer; ha mandato un
messaggio appena adesso” m’informò uno dei maggiordomi. “Dove
desiderate cenare?”
“In camera mia, ma non voglio nulla
d’eccezionale. Non mi sento bene. Si è saputo nulla?…”
Un
dolente cenno negativo spezzò le mie speranze odierne,
cacciandone i cocci in un angolo del mio cuore. Il tempo di
ricomporsi, e l’indomani sarei tornata a credere a ogni
miracolo, al ritorno in porto della Dauntless con a bordo i
miei amici. Will avrebbe avuto sicuramente dei guai per ciò
che aveva commesso, ma a quello ci avrei pensato io, lo avrei
difeso contro qualsiasi accusa e non sarei stata lasciata sola
in questo compito.
Alla fine non toccai nulla, lasciando
intatte le pietanze, compreso il filetto del mio pesce
preferito. Bevvi solo vino, seduta accanto alla finestra.
Volevo stordirmi con qualcosa di forte, riempirmi di un sapore
delizioso e inebriante, ma che non mi avrebbe dato
nulla.
L’ultima fase del plenilunio stava sbocciando
nell’oscurità, e la luna si stava preparando a danzare nella
notte con alcune nuvole. Stavolta, nella sua faccia bianca e
fredda, non vidi nessun sorriso demoniaco, ma il sogno di
prima era stato molto intenso, seppur breve: il vecchio
medaglione che Lily aveva preso a Will…dove mi aveva detto di
averlo messo? Ah, sì…nel doppiofondo di uno dei tiretti del
suo scrittoio.
Perché un oggetto sepolto dalla polvere mi
era tornato in mente adesso? Non era una cosa piacevole da
ricordare, e per quanto fosse prezioso, un simile pendaglio
era meglio perderlo che trovarlo.
Presi un vecchio scialle
di lana e avvolgendomi in esso andai a sedermi sul davanzale,
come facevo sempre quando volevo sprofondare nelle mie
riflessioni e nei miei libri.
Il cielo era sempre più cupo,
nero e minaccioso. Gli orli sfilacciati delle nubi venivano
chiazzati a tratti da sprazzi di luce bianca e tremante, il
mare si stava ingrossando.
Cosa mi vuoi dire? Chiesi
a labbra chiuse e tremanti, insensibile al vento freddo che
flagellava le fiamme delle candele.
Un rombo sommesso,
regolare, una voce profonda e roca che soffiava dagli abissi e
che giungeva a me.
Respirai a fondo e chiusi gli
occhi.
Ero leggera, immateriale e invisibile come un
guizzo d’acqua fuso nell’oceano.
Non avevo mai fatto un
sogno del genere.
Non capivo dov’ero esattamente: a volte
vedevo la Via Lattea sopra di me, ma poi il luccichio delle
stelle spariva nel gelo che mi carezzava la
schiena.
Fondali di sabbia opalescente, branchi di pesci
multicolori, sussurri di correnti invisibili.
Stavo
galleggiando sulle onde, come un pezzo di legno strappato alla
riva.
La scena cambiò di colpo, e vidi una spiaggia.
Una
bambina dai capelli neri stava correndo all’ombra delle palme,
ridendo al sole che le baciava il viso. Si fermò ansante, e si
voltò verso di me.
Il suo vestito era di leggero velluto
verde, la gonna lunga che si stringeva ai fianchi sottili con
guarnizioni di fili d’argento e pizzi. Era uno dei miei abiti
favoriti, un regalo di mio padre da una delle isole dei
Caraibi sotto il dominio francese.
“Avanti, da questa
parte!” esclamò nella mia direzione con un brillio malizioso
negli occhi neri screziati da pagliuzze d’oro. Rise ancora, e
sparì dietro una duna. Cercai di richiamarla, ma vidi solo un
filo di fumo che si alzava poco lontano…e presto l’incendio
che stava mangiando un tratto di alberi divenne vastissimo…che
ci faceva una ragazza vestita di bianco così vicina alle
fiamme? Afferrò un barile -un barile?!- e lo scagliò
nel rogo provocando una nuova esplosione.
La bambina
ricomparve alle mie spalle, e i suoi occhi gemelli dei miei mi
sorrisero.
“Bere troppo vino fa male” sentenziò saccente e
sfacciata, ma non ebbi il coraggio di rimproverare me stessa,
anche se non afferravo adesso il significato di una frase
simile.
Forse hai ragione risposi alzando le spalle,
ma il piccolo atollo sparì dal mio sogno cancellato da un
colpo di spugna e dal rumore assordante di una cannonata,
seguita poi da un’altra e da un’altra ancora.
Il ponte
della nave era ingombro di cadaveri di soldati dalla giacca
scarlatta.
La battaglia infuriava sul castello di poppa,
sulla plancia del timone e tra le sartie degli alberi
crivellati dai colpi di decine di fucili.
I nembi
tempestosi allentarono la loro presa sulla notte, e un raggio
di plenilunio sciabolò sul legno lordato di sangue di quella
che riconobbi essere la Dauntless, colpendo con fare
accusatorio i volti dei pirati che stavano iniziando una vera
strage.
Un urlo percorse prepotente il mio corpo, ma non
potei liberarlo, perché ero solo aria, imprigionata nei mondi
voluti dal sonno e dall’alcool preso a stomaco vuoto.
Non
c’erano scialuppe attorno al veliero, non c’erano rampini
conficcati nelle travi del parapetto, ma non erano illusioni
quelle che stavo vedendo.
Corpi senza carne, dalle ossa
scoperte avvolte da cenci, solo gli occhi privi di palpebre
sputavano verso i loro nemici lampi di follia omicida.
Un
fuciliere sparò contro uno degli assalitori, staccandogli di
netto il braccio ma non produsse alcun effetto. Il pirata rise
sguaiatamente e avanzò verso di lui come se nulla fosse
accaduto. Alzò con fare apparentemente annoiato la sciabola,
pronto a decapitare il malaugurato nemico ma il fendente
rovescio non arrivò mai a tranciare la carotide.
Un lembo
di volta celeste lasciò spazio alla sovrana delle maree e la
regina puntò il dito contro i demoni che avevano osato
sfidarla.
Il bucaniere gridò di dolore, accasciandosi sulle
ginocchia e premendo la mano sana contro la spalla mutilata.
Un fiotto abbondante di sangue schizzò lungo la pelle che si
stava ricomponendo, mentre un altro suo compagno cadeva di
schianto sul ponte col petto trapassato da quattro fori aperti
all’altezza del cuore. I resto degli assaltatori
s’immobilizzò, impietriti da un mare di emozioni che da anni
non provavano più: adesso sentivano il sapore del sale, quello
della polvere e dell’olio dei cannoni, e quello dannato ma
forte della sconfitta, e della morte.
I marinai superstiti
si raccolsero attorno agli ufficiali e nonostante i più
giovani stessero tremando ancora, puntarono le armi contro i
prigionieri.
“Vedi?”
Ancora, quella bimba. Era comparsa
vicino al timone e mi guardava, seria. “La smetterai di bere
senza aver mangiato?”
Non attese la mia risposta e puntò un
piccolo dito verso il breve tratto di mare che separava la
Dauntless da una costa impervia e spoglia, costellata solo dai
denti affilati di scabri scogli.
Sforzai lo sguardo fin che
potei, e scorsi l’imbocco di una grotta tra rocce enormi e
intaccate solo dallo scorrere del tempo.
Una strana
sensazione di sollievo mi si sciolse nella mente, insieme allo
sbocciare di un inatteso sorriso…e pensai a Will ed
Elizabeth.
Erano là, ancora nascosti, ma erano
vivi…
Mi svegliai così, con il ricordo della gioia
esplosa nel cuore senza il mio permesso.
Voltai appena la
testa, affondando ancora di più nel cuscino. Non dovevo
sforzarmi molto per indovinare chi mi aveva messo a letto e me
ne vergognai: non ero più piccola, ma continuavo a far penare
Maggye e le altre cameriere come se lo fossi stata.
Avevo
un mal di testa insopportabile, e comunque risi nel ricordare
le parole severe della giovanissima Sybelle che mi aveva fatto
fare il sogno più strano e raccapricciante degli ultimi anni.
Ero pesante, affossata tra le coperte e completamente
priva non solo di forza, ma anche della voglia di alzarmi
nonostante vedessi benissimo che il sole stava tramontando di
nuovo.
“Miss …posso entrare?”
Jane entrò a piccoli
passi, reggendo in perfetto equilibrio un vassoio d’argento
con tazze e teiera.
“Come va la febbre?” chiese ancora
trafficando con coperchi e cucchiaini voltandomi le
spalle.
“Avevo…la febbre?”
“L’avete ancora, sapete.
Non…vi ricordate di nulla?”
Feci un segno negativo, ma non
fu una buona idea; una fitta di dolore rimbalzò da una tempia
all’altra, ammonendomi a stare tranquilla e
immobile.
“Avete urlato, delirato per tutta la notte.
Continuavate a chiamare per nome miss Swann, e il vostro amico
Will. Vi mancano molto, vero?”
“Non hai idea quanto”
risposi “Ma sono anche preoccupata per lui; ha rubato una nave
del nostro esercito, assieme a un famoso ricercato. E se il
Governatore non capisse perché lo ha fatto?”
“Oh, non ha
bisogno di conferme” disse mestamente Jane: era una ragazza
sveglia e intuitiva; non parlava mai molto, ma quando lo
faceva le sue parole non erano buttate a caso. “Sarà fin
troppo chiaro. E’ quello che pensate anche voi.”
“Già”
ammisi sospirando “e credo che un sacrificio simile porterà
solo altro dolore.”
Bevvi il mio the senza protestare,
lentamente. Adesso avevo fame, ma il mio stomaco non sembrava
voler collaborare molto, per adesso.
Il silenzio della casa
venne respinto da un brusio sempre più forte; qualcuno salì
frettolosamente le scale, voci entusiaste gridavano di gioia
al piano terra.
“Signorina! Oh, signorina! L’avete
vista?”
“No, Maggye, cosa avrei dovuto vedere?”
“La
Dauntless! La Dauntless sta tornando a Port Royal!”
In
tutte le favole che si rispettino, quando la protagonista era
in pericolo o non sapeva cosa fare per vincere la strega
cattiva, compariva sempre una fata misericordiosa capace di
risolvere la situazione a favore della sua protetta. Un tocco
di bacchetta magica e poi…questa volta, la famosa bacchetta
era il nome di una imponente nave da guerra. Non che
m’importasse molto dei suoi cannoni, ma volevo sapere chi
stava riportando a casa.
“E…sai se…”
Maggye scosse la
testa in un “sì” enfatico e pieno d’agitazione. “Hanno fatto
dei segnali di luce al forte, e un soldato è arrivato qui
proprio per dirvi che miss Swann è sana e salva!”
Spinta da
una molla invisibile, mi alzai di scatto per poi quasi cadere
addosso alla mia governante, in preda a un capogiro
fulminante: ero debolissima, ancora intontita dal sonno e
dalla fatica di una notte improponibile, ma non potevo stare
ferma e buona come qualsiasi altra brava paziente.
Lily…era
viva e stava bene.
Questa notizia era già di per sé il
migliore dei medicinali.
“E Will?” domandai ancora,
cercando di rimettermi in piedi.
“Anche lui è tornato,
ma…no, è meglio che parliate con il messaggero, il maggiore
Redfield.”
Mi feci portare una veste da camera e poi,
sorretta da Jane e Maggye, accolsi l’ospite nel mio salotto
privato. L’ufficiale s’inchinò cerimoniosamente, e rimase in
piedi mentre mi sedevo, impettito nella sua divisa.
“Il
governatore mi ha incaricato, prima di partire, di tenervi
informata nel caso fossero arrivate buone notizie” esordì con
un sorriso di circostanza.
“Allora ditemi ogni cosa, e non
fatevi alcuno scrupolo” aggiunsi significativamente mentre mia
madre entrava nella stanza.
“Hanno tratto in salvo miss
Swann, e ricondotto qui il prigioniero Sparrow. Anche il
signor Turner era stato posto sotto arresto, ma sua Eccellenza
è stata clemente con lui; ha capito il perché del suo gesto,
riconoscendo che sua figlia è viva grazie a lui.”
“E’ vero
che Elizabeth sposerà il Commodoro?”
La domanda di mylady
era un sorso di veleno mescolato all’acqua fresca che mi stava
rianimando. La fulminai con lo sguardo, ricevendo una sottile
smorfia di scherno e vittoria appena nascosta dalle piume del
suo ventaglio.
“Sì, lady Catherine, come vi ho detto prima,
la signorina ha accettato la proposta di matrimonio del mio
comandante in cambio del salvataggio del signor Turner, che
era stato preso come ostaggio da Barbossa e dalla sua
ciurma.”
“Oh, che splendida notizia!” cinguettò estasiata
“Grazie per averci…”
“Un momento, io vorrei sapere altro.
Volete dirmi che Jack Sparrow non è il capitano della Perla
Nera?”
La gioia di mia madre venne mandata in frantumi
dall’aria fintamente innocente e curiosa della figlia.
Esattamente quello che si meritava.
“Lui lo sostiene
tutt’ora, ma sono solo vaneggiamenti. Non c’è nessuna prova
che lo sia stato,anche perché quella nave è sparita e lui è
rimasto senza uno straccio di equipaggio.”
“E
l’Interceptor?”
“E’ stata fatta saltare in aria da
Barbossa, come ci ha raccontato il messo giunto da poco a
terra. Io sono partito per raggiungervi dopo averlo
ascoltato.”
“Quindi…adesso ritenete che sia stato quel
pirata ad attaccare gli uomini di mio padre, sei anni
fa?”
Jane soffocò un’esclamazione di sgomento, Margareth mi
strinse forte una mano, mylady lasciò cadere malamente il suo
prezioso ventaglio. Solo io rimasi perfettamente immobile,
impietrita nel gelo che mi stava racchiudendo in una tomba
invisibile. Il sollievo stordente provato prima era svanito,
anzi; non era mai veramente esistito.
“Miss Russel…”
“Vi
prego, maggiore. Non usate giri di parole, non avete idea da
quanto aspetto una risposta a ciò che è successo.”
“Sì.
Riteniamo che sia stato Barbossa l’artefice dell’affondamento
della The Braver, ma non sono in grado di dirvi
altro.”
“Grazie” sussurrai alzandomi. “Io mi ritiro, col
vostro permesso. Maggye, non ho intenzione di vedere nessuno”
e per rafforzare questa mia affermazione, chiusi a chiave la
porta.
Le mie vene avevano sopportato anche troppo, e
pulsavano furiose nella testa e nella gola. Non so come feci a
raggiungere la mia finestra, ricordo solo di esserci arrivata
giusto in tempo per scorgere poco lontano dalla baia la sagoma
possente della Dauntless.
Avrei dovuto essere felice: tutto
era finito nel migliore dei modi, i miei amici erano
tornati…ma a quale prezzo?
Elizabeth…aveva compiuto un
sacrificio estremo per salvare Will. Mi era bastato leggere il
messaggio indiretto celato nelle frasi diplomatiche di
Redfield e avevo visto la verità. Era stata strappata alla
ciurma della Perla Nera perché un altro ostaggio era andato al
posto suo, chissà per quale motivo e pur di riaverlo aveva
smesso di lottare, di esigere la sua unica felicità. Sposa del
Commodoro Norrington: un uomo valoroso, questo era fuori
discussione, un uomo rispettato e onorato, sinceramente
attratto da lei, ma severo e troppo timoroso nei confronti di
una società che mirava solo ad uccidere l’individuo,
soffocando carattere, passioni, slanci.
Quanto avrebbe
resistito, la piccola Lily che conoscevo ed amavo, chiusa in
una gabbia preziosa sempre più piccola? La luce dei suoi occhi
si sarebbe smarrita nello scorrere di anni sempre uguali, tra
feste e ricevimenti, tra chiacchiere vuote e convenzioni. Metà
del suo sorriso aperto, che baciava il mondo ogni giorno,
sarebbe sparito, perché per una dama di classe ed educata era
sconveniente mostrarsi tanto esuberante e spontanea. E infine,
il rimpianto per una vita che mai si sarebbe realizzata
avrebbe riempito il suo cuore ardente e coraggioso di amare
lacrime.
Lily…avevi avuto l’onestà e la forza di
confessarmi il tuo primo amore per un pirata…perché Will forse
era davvero questo…ma perché hai compiuto una scelta del
genere? Cosa ti ha costretto a rinunciare? Cosa è accaduto in
questa tua rischiosa avventura di tanto grave da farti
desistere? Perché ti sei arresa?
La risposta era semplice:
eravamo cresciute, e molti sogni, molti desideri erano morti
senza che ce ne accorgessimo. Era impossibile realizzarli
tutti, umilianti compromessi si erano creati per dimostraci
che l’infanzia era finita, e il mondo molto diverso e molto
più crudele da come ce lo avevano descritto.
Anch’ io ero
da compatire, senza dubbio: una vendetta segreta e strisciante
mi aveva ammorbato un tratto preziosissimo di vita, e le mie
notti insonni in cui chiamavo il nome di mio padre piangendo
disperata erano scandite dal risuonare di un solo nome,
l’unico che potevo associare alla sua morte.
Jack
Sparrow.
E alla fine, anche lui si era rivelato essere una
menzogna…perché le verità mi era stata tenuta nascosta. Lo
odiavo anche adesso, in maniere stupida ed ostinata, ma il
risultato non cambiava: avevo bisogno di qualcuno su cui
riversare la mia rabbia, e chi poteva essere migliore di un
farabutto che presto sarebbe stato impiccato?
Note
dell’autrice: gente, finalmente ci siamo!Nel prossimo
capitolo arriverà il nostro amatissimo comandante!Come, dov’è
adesso?…Diciamo che si sta facendo ancora più bello per
stregare più cuori possibili…quindi a noi come al solito ci
tocca badare alla Perla da soli! Meno male che la rotta ce l’
ho ben chiara…perciò, Will, barra a dritta e puntiamo
all’obbiettivo senza indugiare!
Ah, un’ultima
cosuccia…ovvero un bel po’ di scuse nei confronti di chi il
film l’avrà visto più volte di me…sicuramente più delle mie
due…non so esattamente quanto sia durata l’avventura del
rapimento di Elizabeth, dell’inseguimento relativo da parte di
Will e del capitano Sparrow. Sono andata quindi un po’ ad
intuito, dovendo anche pensare alla cronologia della
storia…perciò chiudete un occhio, per stavolta,
ok?^__^
Alla prossima!
La vostra missy
Ricchan.