"Pirates of the Caribbean. The legend of Sybelle "Storm" Russel".
By Rinoa-chan






Capitolo nono.
“Un sogno dettato dalla luna”


La ferita non era delle più semplici da curare.
La spada che l’ aveva aperta doveva essere stata particolarmente affilata, arrivando a lacerare parzialmente anche i muscoli.
Feci portare molta acqua calda, garze sterilizzate dopo una lunga bollitura sul fuoco e l’unico disinfettante che si poteva reperire in grande quantità in quei giorni molto confusi: vino.
Una truppa di soldati era stata mandata in ogni locanda e bettola per sequestrare bottiglie, fiasche, botti più o meno piccole. Per ordine espresso del Governatore, qualsiasi bevanda contenente alcool doveva essere messa a disposizione dei medici che avevano allestito un ospedale da campo nei locali e nel cortile di Fort Charles per poter assistere sia i feriti civili che militari.
Il bombardamento di due giorni prima aveva colpito e distrutto molti magazzini, compreso quello che ospitava molto del materiale utile per l’infermeria e dovevamo arrangiarci con i mezzi che erano disponibili.
Borbottai qualcosa sottovoce, passandomi appena la punta della lingua sulle labbra. Adesso dovevo essere calma ed efficiente, lasciando chiuso fuori dalla mia mente la preoccupazione per Elizabeth e Will.
“Sybelle, l’alcool puro ha fatto effetto. Puoi procedere.”
Il dottor Norton rimosse il panno impregnato da sotto il naso del paziente, e iniziai a pulire la labbra di pelle aperta. L’emorragia si era arrestata, quindi si poteva procedere alla sutura.
Cucire del tessuto vivo è quanto di più differente possa esserci dal cucire un pezzo di stoffa: l’epidermide è elastica, ancora calda sotto le dita e se non si ha abbastanza autocontrollo, si rischia di sbagliare, di puntare male ago e filo e compromettere così l’inizio di una buona guarigione. Non si poteva esitare e per quanto disumano potesse sembrare, l’unica maniera per riuscire in un’operazione tanto delicata era mantenere un distacco dalla persona che si stava aiutando, vedendola solo come carne da sistemare.
Le prime volte in cui mio padre mi aveva portato a vedere il suo lavoro come assistente, avevo vomitato davanti a questi spettacoli, avevo pianto e detto che non l’avrei più potuto affrontare. Ma mio padre, come sempre, aveva saputo guardare più lontano di me e aveva insistito nel suo insegnamento.
Il filo di seta bianca chiuse l’ultimo punto e usando un paio di sottili forbici ricurve, lo recisi e disinfettai una seconda volta la porzione del petto interessata.
“Ottimo lavoro, come sempre. Il nostro Hammer presto potrà tornare in servizio.”
Annuii, e mi alzai da letto pulendomi come potevo il lungo grembiule sporco di sangue.
Un’altra giornata stava giungendo al termine, ma il lavoro non accennava a diminuire.
Lasciavo la mia villa all’alba, e rientravo ben oltre l’orario in cui veniva servita la cena.
Dopo il rapimento di Lily e la disperata azione di salvataggio improvvisata da Will, avevo cercato in tutti i modi di non pensare al tempo che passava, alle ore che morivano senza portare buone notizie.
A Port Royal c’era molto da fare e io non mi ero fatta pregare per offrirmi come volontaria per la ricostruzione: avrei fatto anche lo scaricatore se mi veniva offerta la possibilità di essere in azione, ignorando tutte le domande che mi giravano per la testa reclamando pietosamente un briciolo della mia attenzione.
Dissi alle altre infermiere che uscivo per fare una passeggiata, e mi tolsi il grembiule buttandolo in un angolo. Chiusi la porta con delicatezza, lasciandomi dietro i lamenti dei moribondi e il respiro tranquillo dei vivi.
Il profumo invitante della salsedine mi colpì le narici ammorbate dall’odore di emetici e medicinali, e uscii sulla terrazza che stava sul picco di Fort Charles. La corda spessa della campana oscillava al vento del tramonto, non c’era nessuno nei paraggi.
Appoggiai una mano sulle pietre calde, immaginando con un sorriso amaro che anche Elizabeth, prima di perdere i sensi e cadere giù, doveva aver compiuto lo stesso gesto. Se solo fossi rimasta con lei, se solo non l’avessi lasciata…
Lentamente, quelle due prime frecce scoccate dal rimorso dormiente penetrarono nello scudo alzato attorno al mio animo, e colpirono il bersaglio.
Basta. Non potevo più scappare, far finta che non fosse successo nulla.
Sciolsi il nodo del fazzoletto che teneva stretti i miei capelli in una sobria coda e con il vento che mi scompigliava ciocche corvine lungo la schiena e sul viso, presi a scendere la ripida scala che portava alla spiaggia sotto il dirupo.
La marea si stava ritirando, lasciando sulla lingua di sabbia candida arabeschi di alghe e piccoli rametti di legno. Una famigliola di granchi sparì tra le piccole onde e il mare era uno specchio immenso, calmo e imperturbabile che rifletteva la vanitosa bellezza del cielo dipinto di rosso e indaco. Il sole stava calando all’orizzonte, rovente come una moneta infuocata.
Mi sedetti poco lontano dalla battigia, fissando l’incessante movimento dell’acqua e finalmente, mi arresi e lasciai esplodere in me tutta l’ansia e tutta l’angoscia che avevo accumulato senza mostrarla a nessuno.
Ora, potevo smettere di essere forte per tutti.
Ero sola, completamente sola.
Nessuna mano si sarebbe posata sulla mia spalla per salutarmi, nessuna risata argentina mi avrebbe annunciato l’arrivo in corsa di Elizabeth. Will non sarebbe comparso dal nulla a chiedermi se ero migliorata nella scherma: la sua espressione seria e grave che usava quando me lo domandava mi faceva scoppiare a ridere fino alle lacrime.
I miei amici sono dispersi nel tuo immenso abbraccio, mare.
Sì, lo so, ti sto parlando ancora, ti sto chiedendo di aiutarmi anche stavolta, perché so che lo hai già fatto in passato. Proteggili, e falli tornare sani e salvi. Ti chiedo solo questo, senza porti altri quesiti, perché non voglio assillarti, non voglio che tu smetta di ascoltarmi. Getta nuove onde accanto a me, e dì loro di potarti ogni mia parola, ogni mia supplica.
Dissotterrai una piccola conchiglia, e l’osservai rilucere di riflessi madre-perlacei nella sera imminente.
Io ero come la conchiglia che tenevo tra le dita: piccola e insignificante di fronte a ciò che mi aveva travolto. Il mio mondo era stato stravolto per la seconda volta, e non sapevo cosa fare per poter tornarci a camminare senza sentirmi così insicura e preda facile di mille dubbi…papà forse si era sbagliato nel riporre in me tanta fiducia: forse non ero affatto la figlia eccezionale che lui credeva.
Te lo stai dicendo per continuare a scappare da cosa hai scoperto? Sussurrò malignamente la mia coscienza nel vedermi tanto sconsolata. La maledissi in silenzio, imprecandole contro che aveva un bel coraggio nel giudicarmi: avevo capito cosa celava la lettera di Lord Robert, ma tutto il mio brillante castello di deduzioni si reggeva su fondamenta fatta di forse e se.
Cosa sapevo in fin dei conti dei Fratelli della Costa, del codice voluto da Morgan e Burton?
Poco, troppo poco per poter stabilire un nesso tra mio padre e la Fratellanza e non riuscivo a consolarmi col fatto che adesso, sapevo che non era stato mandato a caccia della Perla Nera, ma di qualcosa di molto più importante…ma che non riuscivo a vederla. Un indizio non apriva nessuna strada verso la verità, daddy…
Piegai le ginocchia e poggiandovi sopra il mento, mi raccolsi in modo da sentire tutto il mio calore, e lasciando scorrere le lacrime senza singhiozzare.
Il respiro dell’oceano sembrò diventare più calmo e basso, diventando amico e complice, cullando il mio dolore e parlandomi di speranza, perché dovevo averne. Me la stava portando lui, sulla punta delle onde, un altro dei suoi doni per me.

“Miss, siete sicura di stare bene?” mi domandò Margareth versando altra acqua bollente da mastello nella tinozza.
“Mhh…” mugolai appena di soddisfazione, poggiando la testa contro il bordo e chiudendo gli occhi. Com’era piacevole essere avvolti, avviluppati, sprofondati in un tepore che sapeva di rose e pesca…Mi soffermai per un attimo sulla domanda della mia governante, giocando con la schiuma che galleggiava attorno al mio petto.
“Cosa intendi dire?” chiesi a bassa voce.
“Siete pallida, e non dormite abbastanza. Me ne sono accorta. State facendo molto per aiutare il Governatore, ma non dovete stancarvi in questa maniera.”
“Non posso fare altro. Io sono rimasta qui, mentre Lord Swann e il Commodoro sono partiti con la Dauntless; non posso stare con le mani in mano.”
“Avete ragione, ma cercate almeno di mangiare stasera. So che lo stufato vi piace, e ve ne ho preparato in abbondanza.”
“Sei un angelo” dissi alzandomi e prendendo la veste di spugna che mi tendeva.
Mary iniziò a pettinarmi i capelli, e le chiesi di scostare le tende per farmi vedere la luna. Era la notte che preparava la fase del plenilunio e sotto la sua luce argentea e fatata anche la devastata, ferita città di Port Royal sembrava calma e tranquilla come un paese delle fate.
Il terzo giorno stava morendo, tre giorni che non vedevo i miei amici e che piangevo nel sonno perché li vedevo svanire nella nebbia nera dei miei incubi. Ma dovevo continuare a sorridere, a ostentare ottimismo e calma. Mia madre non era ancora uscita dalle sue stanze, ancora scossa da ciò che era successo ma qualcuno doveva prendere in mano le situazioni della nostra casa e quindi, se volevo sfogarmi, dovevo farlo nel segreto che solo il buio poteva darmi.
Quando mi guardai allo specchio, mi accorsi che Maggye aveva ragione: avevo il viso smagrito, gli occhi scuri privi del loro brillio. La mia maschera di ragazza forte iniziava a mostrare le prime crepe.
Era un bene che non avessi mai incrociato mylady in momenti così cupi e confusi: le sue solerti, cicaleggianti amiche aristocratiche l’avevano tenuta al corrente delle mille voci che filtravano dal forte verso l’esterno, e si erano mostrate estremamente scandalizzate dalla condotta sconsiderata di un semplice garzone, quel Will Turner che si diceva avesse insidiato l’onore e la purezza della figlia del Governatore, promessa fidanzata del valoroso Douglas Norrington, e poi…liberare ed aiutare Jack Sparrow nella fuga! Un pirata della peggior specie, scampato più volte al cappio del boia!
Fu divertente notare la trasformazione di questa dame raffinate e ciarliere: non avevano mai saputo nulla su pirateria e arrembaggi, e adesso ne parlavano con la perizia di un esperto lupo di mare! Fossi stava in vena di cattiverie, l’avrei fatto notare volentieri ma non avevo tempo per fermarmi a prendere parte ai loro the fatti di pettegolezzi e pasticcini alla crema.
In più, e non lo avrei ammesso davanti a loro, condividevo uno dei loro punti: ovvero che Jack Sparrow era solo da temere, nonostante i pareri sentiti. Non sapevo con certezza se lui c’entrasse o no con l’affondamento alla The Braver, ma se quel giorno lo avessi potuto incontrare, lo avrei assillato per conoscere anche il particolare più insignificante sulla morte di mio padre.
Riuscii a mangiare abbastanza tranquillamente, anche se il silenzio che schiacciava invisibilmente la sala piena di luci e quadri di paesaggi boschivi mi pareva insopportabile.
Port Royal era sempre stata una sorta di isola felice, un piccolo regno dove si poteva sorridere e vivere in pace. Ora tutto era cambiato, e questo cambiamento mi aveva dato solo nuovo dolore.
Potevo solo avere speranza portatami dal mare, e pregare perché la ruota del destino iniziasse un nuovo giro, e la fortuna mi sorridesse.

Passarono due giorni.
Non sapevo come valutarli, se non vuoti e aridi.
Invidiai i gabbiani, sempre in volo e capaci di percorrere distanze enormi, cosa che io non potevo fare. Loro stavano sicuramente vedendo quelle navi che io potevo solo immaginare; sapevano cosa stava accadendo, e intanto io restavo sulla riva di una spiaggia in attesa di scorgere delle vele.
Il tasso di frustrazione e delusione stava arrivando a livelli insopportabili; per sbollire l’ansia, tornavo nei prati dove Will mi aveva insegnato i primi rudimenti della scherma e mi sfinivo con lunghe ore di stoccate, parate, affondi e finte.
Smettevo quando non riuscivo più a reggermi in piedi, e allora mi lasciavo ricadere tra l’erba alta, coperta di sudore e senza forze per piangere.
Anche stavolta, lasciai cadere la spada e presi a fissare le prime stelle che si stavano accendendo nel cielo di velluto viola e blu.
Respirai profondamente l’aria fredda della sera, rimanendo immobile e fissando il cielo che diventava sempre più cupo e lontano.
La luna piena stava sorgendo sull’oceano, disperdendo sulle onde il suo tesoro di scintillii d’argento e oro. Non l’avevo mai vista così luminosa, grande e regale, unica sovrana incontrastata delle stelle e mi accorsi di contemplarla quasi ipnotizzata: sembrava un grande medaglione di chissà quale materiale prezioso…un gioiello antico, che recava il marchio di un segreto di sangue e morte…il sorriso terrificante di un teschio…
Spalancai di colpo gli occhi reprimendo a fatica un grido. Per fortuna era solo un sogno, leggero e portato dalle ali traditrici del dormi-veglia.
“Devo essere a pezzi” mormorai amaramente rinfoderando la sciabola e pulendo la camicia dalla terra. “Mia madre mi ucciderà…”
Ripresi la strada di casa senza fretta, percorrendo la strada più lunga. Quel sentiero che s’inoltrava tra cespugli di bacche rosse, dalle foglie consumate dal sale, aveva il ciglio sinistro completamente esposto al mare.
Non era una strada molto trafficata, ma il suo fascino stava anche nella solitudine che ti seguiva fedelmente, discreta e silenziosa mentre l’occhio indugiava a studiare il rapido salire della marea. I gabbiani stridevano tuffandosi a pelo d’acqua, e il profumo di salvia selvatica e sabbia umida si fondeva con l’aroma lontano dei fiori di Port Royal.
Era da molto che non avvertivo quel mescolio di odori, di vaghe impressioni: l’identità più intima e nascosta dell’isola, il suo fuoco segreto covato nelle foreste e nelle calle nascoste, nelle insenature e nelle foci dei fiumi.
C’era stato un tempo in cui avevo visto tutto questo mio nuovo mondo: avevo esplorato, visto e conosciuto ogni scoglio e ogni piccola spiaggia; mio padre mi aveva mostrato delle giovani scimmie dalla lunga coda che sparivano tra le fronde di palma…e io mi ero sentita felice, a mio agio. Avevo riso, guardando la costa sempre diversa dal ponte della The Braver; lì, all’ombra delle mie amiche vele non c’era nessun precettore che riprendeva il mio carattere, che vedeva male la mia amicizia per Will…ero stata libera di volare, di lasciare a terra il mio disagio per una vita che non sentivo veramente mia.
E adesso i miei amici erano là dove avevo sempre voluto essere io: anche se non erano lontani per puro spirito d’avventura, lo comprendevo benissimo, ma solo io ero rimasta dietro le mie sbarre d’oro…persino Jack Sparrow aveva potuto scappare dalla sua prigione, persino lui, forse implicato nell’assassinio di mio padre, aveva ottenuto ciò che sognavo da una vita!
“Stai impazzendo” mi dissi ad alta voce scoppiando a ridere. “Come puoi invidiare un pirata e Will, e Lily, che forse non vedrai mai più?”
Mi avvolsi più strettamente nella vecchia giacca nera e finalmente scorsi i lumi accesi all’ingresso di villa Russel.
“Signorina, vostra madre rimarrà a cena dagli Archer; ha mandato un messaggio appena adesso” m’informò uno dei maggiordomi. “Dove desiderate cenare?”
“In camera mia, ma non voglio nulla d’eccezionale. Non mi sento bene. Si è saputo nulla?…”
Un dolente cenno negativo spezzò le mie speranze odierne, cacciandone i cocci in un angolo del mio cuore. Il tempo di ricomporsi, e l’indomani sarei tornata a credere a ogni miracolo, al ritorno in porto della Dauntless con a bordo i miei amici. Will avrebbe avuto sicuramente dei guai per ciò che aveva commesso, ma a quello ci avrei pensato io, lo avrei difeso contro qualsiasi accusa e non sarei stata lasciata sola in questo compito.
Alla fine non toccai nulla, lasciando intatte le pietanze, compreso il filetto del mio pesce preferito. Bevvi solo vino, seduta accanto alla finestra. Volevo stordirmi con qualcosa di forte, riempirmi di un sapore delizioso e inebriante, ma che non mi avrebbe dato nulla.
L’ultima fase del plenilunio stava sbocciando nell’oscurità, e la luna si stava preparando a danzare nella notte con alcune nuvole. Stavolta, nella sua faccia bianca e fredda, non vidi nessun sorriso demoniaco, ma il sogno di prima era stato molto intenso, seppur breve: il vecchio medaglione che Lily aveva preso a Will…dove mi aveva detto di averlo messo? Ah, sì…nel doppiofondo di uno dei tiretti del suo scrittoio.
Perché un oggetto sepolto dalla polvere mi era tornato in mente adesso? Non era una cosa piacevole da ricordare, e per quanto fosse prezioso, un simile pendaglio era meglio perderlo che trovarlo.
Presi un vecchio scialle di lana e avvolgendomi in esso andai a sedermi sul davanzale, come facevo sempre quando volevo sprofondare nelle mie riflessioni e nei miei libri.
Il cielo era sempre più cupo, nero e minaccioso. Gli orli sfilacciati delle nubi venivano chiazzati a tratti da sprazzi di luce bianca e tremante, il mare si stava ingrossando.
Cosa mi vuoi dire? Chiesi a labbra chiuse e tremanti, insensibile al vento freddo che flagellava le fiamme delle candele.
Un rombo sommesso, regolare, una voce profonda e roca che soffiava dagli abissi e che giungeva a me.
Respirai a fondo e chiusi gli occhi.

Ero leggera, immateriale e invisibile come un guizzo d’acqua fuso nell’oceano.
Non avevo mai fatto un sogno del genere.
Non capivo dov’ero esattamente: a volte vedevo la Via Lattea sopra di me, ma poi il luccichio delle stelle spariva nel gelo che mi carezzava la schiena.
Fondali di sabbia opalescente, branchi di pesci multicolori, sussurri di correnti invisibili.
Stavo galleggiando sulle onde, come un pezzo di legno strappato alla riva.
La scena cambiò di colpo, e vidi una spiaggia.
Una bambina dai capelli neri stava correndo all’ombra delle palme, ridendo al sole che le baciava il viso. Si fermò ansante, e si voltò verso di me.
Il suo vestito era di leggero velluto verde, la gonna lunga che si stringeva ai fianchi sottili con guarnizioni di fili d’argento e pizzi. Era uno dei miei abiti favoriti, un regalo di mio padre da una delle isole dei Caraibi sotto il dominio francese.
“Avanti, da questa parte!” esclamò nella mia direzione con un brillio malizioso negli occhi neri screziati da pagliuzze d’oro. Rise ancora, e sparì dietro una duna. Cercai di richiamarla, ma vidi solo un filo di fumo che si alzava poco lontano…e presto l’incendio che stava mangiando un tratto di alberi divenne vastissimo…che ci faceva una ragazza vestita di bianco così vicina alle fiamme? Afferrò un barile -un barile?!- e lo scagliò nel rogo provocando una nuova esplosione.
La bambina ricomparve alle mie spalle, e i suoi occhi gemelli dei miei mi sorrisero.
“Bere troppo vino fa male” sentenziò saccente e sfacciata, ma non ebbi il coraggio di rimproverare me stessa, anche se non afferravo adesso il significato di una frase simile.
Forse hai ragione risposi alzando le spalle, ma il piccolo atollo sparì dal mio sogno cancellato da un colpo di spugna e dal rumore assordante di una cannonata, seguita poi da un’altra e da un’altra ancora.
Il ponte della nave era ingombro di cadaveri di soldati dalla giacca scarlatta.
La battaglia infuriava sul castello di poppa, sulla plancia del timone e tra le sartie degli alberi crivellati dai colpi di decine di fucili.
I nembi tempestosi allentarono la loro presa sulla notte, e un raggio di plenilunio sciabolò sul legno lordato di sangue di quella che riconobbi essere la Dauntless, colpendo con fare accusatorio i volti dei pirati che stavano iniziando una vera strage.
Un urlo percorse prepotente il mio corpo, ma non potei liberarlo, perché ero solo aria, imprigionata nei mondi voluti dal sonno e dall’alcool preso a stomaco vuoto.
Non c’erano scialuppe attorno al veliero, non c’erano rampini conficcati nelle travi del parapetto, ma non erano illusioni quelle che stavo vedendo.
Corpi senza carne, dalle ossa scoperte avvolte da cenci, solo gli occhi privi di palpebre sputavano verso i loro nemici lampi di follia omicida.
Un fuciliere sparò contro uno degli assalitori, staccandogli di netto il braccio ma non produsse alcun effetto. Il pirata rise sguaiatamente e avanzò verso di lui come se nulla fosse accaduto. Alzò con fare apparentemente annoiato la sciabola, pronto a decapitare il malaugurato nemico ma il fendente rovescio non arrivò mai a tranciare la carotide.
Un lembo di volta celeste lasciò spazio alla sovrana delle maree e la regina puntò il dito contro i demoni che avevano osato sfidarla.
Il bucaniere gridò di dolore, accasciandosi sulle ginocchia e premendo la mano sana contro la spalla mutilata. Un fiotto abbondante di sangue schizzò lungo la pelle che si stava ricomponendo, mentre un altro suo compagno cadeva di schianto sul ponte col petto trapassato da quattro fori aperti all’altezza del cuore. I resto degli assaltatori s’immobilizzò, impietriti da un mare di emozioni che da anni non provavano più: adesso sentivano il sapore del sale, quello della polvere e dell’olio dei cannoni, e quello dannato ma forte della sconfitta, e della morte.
I marinai superstiti si raccolsero attorno agli ufficiali e nonostante i più giovani stessero tremando ancora, puntarono le armi contro i prigionieri.
“Vedi?”
Ancora, quella bimba. Era comparsa vicino al timone e mi guardava, seria. “La smetterai di bere senza aver mangiato?”
Non attese la mia risposta e puntò un piccolo dito verso il breve tratto di mare che separava la Dauntless da una costa impervia e spoglia, costellata solo dai denti affilati di scabri scogli.
Sforzai lo sguardo fin che potei, e scorsi l’imbocco di una grotta tra rocce enormi e intaccate solo dallo scorrere del tempo.
Una strana sensazione di sollievo mi si sciolse nella mente, insieme allo sbocciare di un inatteso sorriso…e pensai a Will ed Elizabeth.
Erano là, ancora nascosti, ma erano vivi…

Mi svegliai così, con il ricordo della gioia esplosa nel cuore senza il mio permesso.
Voltai appena la testa, affondando ancora di più nel cuscino. Non dovevo sforzarmi molto per indovinare chi mi aveva messo a letto e me ne vergognai: non ero più piccola, ma continuavo a far penare Maggye e le altre cameriere come se lo fossi stata.
Avevo un mal di testa insopportabile, e comunque risi nel ricordare le parole severe della giovanissima Sybelle che mi aveva fatto fare il sogno più strano e raccapricciante degli ultimi anni.
Ero pesante, affossata tra le coperte e completamente priva non solo di forza, ma anche della voglia di alzarmi nonostante vedessi benissimo che il sole stava tramontando di nuovo.
“Miss …posso entrare?”
Jane entrò a piccoli passi, reggendo in perfetto equilibrio un vassoio d’argento con tazze e teiera.
“Come va la febbre?” chiese ancora trafficando con coperchi e cucchiaini voltandomi le spalle.
“Avevo…la febbre?”
“L’avete ancora, sapete. Non…vi ricordate di nulla?”
Feci un segno negativo, ma non fu una buona idea; una fitta di dolore rimbalzò da una tempia all’altra, ammonendomi a stare tranquilla e immobile.
“Avete urlato, delirato per tutta la notte. Continuavate a chiamare per nome miss Swann, e il vostro amico Will. Vi mancano molto, vero?”
“Non hai idea quanto” risposi “Ma sono anche preoccupata per lui; ha rubato una nave del nostro esercito, assieme a un famoso ricercato. E se il Governatore non capisse perché lo ha fatto?”
“Oh, non ha bisogno di conferme” disse mestamente Jane: era una ragazza sveglia e intuitiva; non parlava mai molto, ma quando lo faceva le sue parole non erano buttate a caso. “Sarà fin troppo chiaro. E’ quello che pensate anche voi.”
“Già” ammisi sospirando “e credo che un sacrificio simile porterà solo altro dolore.”
Bevvi il mio the senza protestare, lentamente. Adesso avevo fame, ma il mio stomaco non sembrava voler collaborare molto, per adesso.
Il silenzio della casa venne respinto da un brusio sempre più forte; qualcuno salì frettolosamente le scale, voci entusiaste gridavano di gioia al piano terra.
“Signorina! Oh, signorina! L’avete vista?”
“No, Maggye, cosa avrei dovuto vedere?”
“La Dauntless! La Dauntless sta tornando a Port Royal!”
In tutte le favole che si rispettino, quando la protagonista era in pericolo o non sapeva cosa fare per vincere la strega cattiva, compariva sempre una fata misericordiosa capace di risolvere la situazione a favore della sua protetta. Un tocco di bacchetta magica e poi…questa volta, la famosa bacchetta era il nome di una imponente nave da guerra. Non che m’importasse molto dei suoi cannoni, ma volevo sapere chi stava riportando a casa.
“E…sai se…”
Maggye scosse la testa in un “sì” enfatico e pieno d’agitazione. “Hanno fatto dei segnali di luce al forte, e un soldato è arrivato qui proprio per dirvi che miss Swann è sana e salva!”
Spinta da una molla invisibile, mi alzai di scatto per poi quasi cadere addosso alla mia governante, in preda a un capogiro fulminante: ero debolissima, ancora intontita dal sonno e dalla fatica di una notte improponibile, ma non potevo stare ferma e buona come qualsiasi altra brava paziente.
Lily…era viva e stava bene.
Questa notizia era già di per sé il migliore dei medicinali.
“E Will?” domandai ancora, cercando di rimettermi in piedi.
“Anche lui è tornato, ma…no, è meglio che parliate con il messaggero, il maggiore Redfield.”
Mi feci portare una veste da camera e poi, sorretta da Jane e Maggye, accolsi l’ospite nel mio salotto privato. L’ufficiale s’inchinò cerimoniosamente, e rimase in piedi mentre mi sedevo, impettito nella sua divisa.
“Il governatore mi ha incaricato, prima di partire, di tenervi informata nel caso fossero arrivate buone notizie” esordì con un sorriso di circostanza.
“Allora ditemi ogni cosa, e non fatevi alcuno scrupolo” aggiunsi significativamente mentre mia madre entrava nella stanza.
“Hanno tratto in salvo miss Swann, e ricondotto qui il prigioniero Sparrow. Anche il signor Turner era stato posto sotto arresto, ma sua Eccellenza è stata clemente con lui; ha capito il perché del suo gesto, riconoscendo che sua figlia è viva grazie a lui.”
“E’ vero che Elizabeth sposerà il Commodoro?”
La domanda di mylady era un sorso di veleno mescolato all’acqua fresca che mi stava rianimando. La fulminai con lo sguardo, ricevendo una sottile smorfia di scherno e vittoria appena nascosta dalle piume del suo ventaglio.
“Sì, lady Catherine, come vi ho detto prima, la signorina ha accettato la proposta di matrimonio del mio comandante in cambio del salvataggio del signor Turner, che era stato preso come ostaggio da Barbossa e dalla sua ciurma.”
“Oh, che splendida notizia!” cinguettò estasiata “Grazie per averci…”
“Un momento, io vorrei sapere altro. Volete dirmi che Jack Sparrow non è il capitano della Perla Nera?”
La gioia di mia madre venne mandata in frantumi dall’aria fintamente innocente e curiosa della figlia. Esattamente quello che si meritava.
“Lui lo sostiene tutt’ora, ma sono solo vaneggiamenti. Non c’è nessuna prova che lo sia stato,anche perché quella nave è sparita e lui è rimasto senza uno straccio di equipaggio.”
“E l’Interceptor?”
“E’ stata fatta saltare in aria da Barbossa, come ci ha raccontato il messo giunto da poco a terra. Io sono partito per raggiungervi dopo averlo ascoltato.”
“Quindi…adesso ritenete che sia stato quel pirata ad attaccare gli uomini di mio padre, sei anni fa?”
Jane soffocò un’esclamazione di sgomento, Margareth mi strinse forte una mano, mylady lasciò cadere malamente il suo prezioso ventaglio. Solo io rimasi perfettamente immobile, impietrita nel gelo che mi stava racchiudendo in una tomba invisibile. Il sollievo stordente provato prima era svanito, anzi; non era mai veramente esistito.
“Miss Russel…”
“Vi prego, maggiore. Non usate giri di parole, non avete idea da quanto aspetto una risposta a ciò che è successo.”
“Sì. Riteniamo che sia stato Barbossa l’artefice dell’affondamento della The Braver, ma non sono in grado di dirvi altro.”
“Grazie” sussurrai alzandomi. “Io mi ritiro, col vostro permesso. Maggye, non ho intenzione di vedere nessuno” e per rafforzare questa mia affermazione, chiusi a chiave la porta.
Le mie vene avevano sopportato anche troppo, e pulsavano furiose nella testa e nella gola. Non so come feci a raggiungere la mia finestra, ricordo solo di esserci arrivata giusto in tempo per scorgere poco lontano dalla baia la sagoma possente della Dauntless.
Avrei dovuto essere felice: tutto era finito nel migliore dei modi, i miei amici erano tornati…ma a quale prezzo?
Elizabeth…aveva compiuto un sacrificio estremo per salvare Will. Mi era bastato leggere il messaggio indiretto celato nelle frasi diplomatiche di Redfield e avevo visto la verità. Era stata strappata alla ciurma della Perla Nera perché un altro ostaggio era andato al posto suo, chissà per quale motivo e pur di riaverlo aveva smesso di lottare, di esigere la sua unica felicità. Sposa del Commodoro Norrington: un uomo valoroso, questo era fuori discussione, un uomo rispettato e onorato, sinceramente attratto da lei, ma severo e troppo timoroso nei confronti di una società che mirava solo ad uccidere l’individuo, soffocando carattere, passioni, slanci.
Quanto avrebbe resistito, la piccola Lily che conoscevo ed amavo, chiusa in una gabbia preziosa sempre più piccola? La luce dei suoi occhi si sarebbe smarrita nello scorrere di anni sempre uguali, tra feste e ricevimenti, tra chiacchiere vuote e convenzioni. Metà del suo sorriso aperto, che baciava il mondo ogni giorno, sarebbe sparito, perché per una dama di classe ed educata era sconveniente mostrarsi tanto esuberante e spontanea. E infine, il rimpianto per una vita che mai si sarebbe realizzata avrebbe riempito il suo cuore ardente e coraggioso di amare lacrime.
Lily…avevi avuto l’onestà e la forza di confessarmi il tuo primo amore per un pirata…perché Will forse era davvero questo…ma perché hai compiuto una scelta del genere? Cosa ti ha costretto a rinunciare? Cosa è accaduto in questa tua rischiosa avventura di tanto grave da farti desistere? Perché ti sei arresa?
La risposta era semplice: eravamo cresciute, e molti sogni, molti desideri erano morti senza che ce ne accorgessimo. Era impossibile realizzarli tutti, umilianti compromessi si erano creati per dimostraci che l’infanzia era finita, e il mondo molto diverso e molto più crudele da come ce lo avevano descritto.
Anch’ io ero da compatire, senza dubbio: una vendetta segreta e strisciante mi aveva ammorbato un tratto preziosissimo di vita, e le mie notti insonni in cui chiamavo il nome di mio padre piangendo disperata erano scandite dal risuonare di un solo nome, l’unico che potevo associare alla sua morte.
Jack Sparrow.
E alla fine, anche lui si era rivelato essere una menzogna…perché le verità mi era stata tenuta nascosta. Lo odiavo anche adesso, in maniere stupida ed ostinata, ma il risultato non cambiava: avevo bisogno di qualcuno su cui riversare la mia rabbia, e chi poteva essere migliore di un farabutto che presto sarebbe stato impiccato?

Note dell’autrice: gente, finalmente ci siamo!Nel prossimo capitolo arriverà il nostro amatissimo comandante!Come, dov’è adesso?…Diciamo che si sta facendo ancora più bello per stregare più cuori possibili…quindi a noi come al solito ci tocca badare alla Perla da soli! Meno male che la rotta ce l’ ho ben chiara…perciò, Will, barra a dritta e puntiamo all’obbiettivo senza indugiare!
Ah, un’ultima cosuccia…ovvero un bel po’ di scuse nei confronti di chi il film l’avrà visto più volte di me…sicuramente più delle mie due…non so esattamente quanto sia durata l’avventura del rapimento di Elizabeth, dell’inseguimento relativo da parte di Will e del capitano Sparrow. Sono andata quindi un po’ ad intuito, dovendo anche pensare alla cronologia della storia…perciò chiudete un occhio, per stavolta, ok?^__^
Alla prossima!
La vostra missy Ricchan.