"Pirates of the Caribbean. The legend of Sybelle "Storm" Russel".
By Rinoa-chan






Capitolo undicesimo.
“La maledizione della Perla Nera”

Il giardino della dimora del Governatore non mi era mai parso più bello.
L’acqua che zampillava nella vasca della fontana scintillava dei riflessi scarlatti dipinti dal tramonto, e i cespugli di rose erano un trionfo di tante gemme opulente di tocchi gialli, rossi e rosa. Nessuno di noi fece caso al cancello ancora da riparare, o alla statua acefala rimossa dalla sua base. La nostra felicità bastava a rendere il mondo intero un paradiso di colori e profumi.
Elizabeth ordinò a una delle governanti di preparare un buon the, e di servirlo con tre tazze nella biblioteca situata al primo piano.
Negli anni passati, avevo trascorso molti pomeriggi in quella stanza, che giudicavo la più bella e intima del palazzo: là avevo potuto studiare con calma i trattati di medicina che mio padre aveva riscritto in modo che potessi capirli, senza temere di venir scoperta da mia madre.
Era un ambiente accogliente, con l’odore sottile e dolce del legno degli antichi scaffali che accompagnava le ore di lettura.
I libri riempivano ordinatamente mensole e mensole, arrampicandosi per le pareti adorne di leggeri stucchi modellati a raffigurare le antiche muse greche. Un solo, grande scrittoio era posto sotto la finestra, con accanto un enorme mappamondo che cigolava a piano quando lo si faceva girare e di fronte al caminetto di marmo rosa c’erano ancora le tre grosse, confortevoli poltrone che io e Lily da bambine avevamo occupato a turno, lasciandoci sprofondare nella loro soffice imbottitura, passando ore a scambiarci commenti su cosa avevamo letto.
Lei e Will si sedettero su quelle più vicine, e io voltai la mia in modo da vederli bene in volto.
“Sybel, sei sicura di sentirti bene? Vuoi che accenda il fuoco?”
“Non mi sono mai sentita meglio, Lily…se vuoi vedermi peggiorare di colpo, basta che protrai ancora per un po’ quest’attesa…allora, mi raccontate tutto sì o no?”
“Un attimo di pazienza, non è facile ricordare tutto quello che ci è successo. Tra poco saprai.”
La cameriera bussò a piano, entrando poi a piccoli passi. Un largo sorriso di stupore e gioia le passò sul volto spruzzato di lentiggini, quando vide Will e non qualche altro pretendente seduto accanto alla sua padrona: a quanto pareva, c’era molta più gente del previsto che faceva il tifo per loro due…
Presi la mia tazza tra le mani e bevvi lentamente, godendomi a fondo il sapore dei frutti di bosco scendermi per la gola.
Alle mie spalle, avevo la vista struggente e mozzafiato della baia; accanto invece, c’erano i miei amici raccolti in un’atmosfera serena e felice. Mi sembrava semplicemente incredibile anche il solo credere che avevano appena passato una delle prove più difficili e strane per ragazzi giovani come noi…ma mi sbagliavo. Non eravamo più adolescenti, nemmeno io: c’era qualcosa di diverso nell’animo di ognuno, la luce del diventare finalmente adulti si era accesa.
“Da dove vuoi che iniziamo?” chiese all’improvviso Lily guardandomi negli occhi e diventando seria.
“Puoi saltare la parte di quando sei caduta in mare, mi hanno raccontato cosa è successo.”
“Io credo invece che dovrebbe parlartene” intervenne Will mentre le stringeva protettivamente una mano,come se volesse darle forza. “In fin dei conti, quel fatto ha la sua importanza.”
Elizabeth annuì lentamente, ricambiando il suo sguardo con tenerezza. Respirò a fondo, poi mi sorrise.
“Sì, hai ragione; una grossa importanza, oltre tutto.”

“Sybel, ricordi il giorno della cerimonia di promozione del Commodoro Norrington?
Io mi ero alzata relativamente tardi quella mattina, perché avevo fatto un sogno lungo, e molto strano. Ma strano non è la parola giusta, direi…significativo, ecco.
Avevo sognato il giorno in cui avevo incontrato Will, quando l’avevamo salvato dopo l’affondamento della nave su cui viaggiava. Il suo recupero, le prime cure…e il medaglione, il regalo di suo padre. Quando sei arrivata con Lord Russel ti dissi che era il pendaglio di un pirata, ma ci siamo sbagliate entrambe nel crederlo.”
Lily chinò il capo verso Will, che annuì a sua volta.
“In realtà il dono di mio padre era un doblone d’oro finissimo, e anche molto antico. Faceva parte di un tesoro azteco dal valore immenso, composto da altre ottocentoottantadue monete come quella che mi arrivò montata a foggia di medaglione. E questo tesoro era stato maledetto secoli prima dai sacerdoti al servizio dell’ultimo sovrano di quel popolo.”
“Montezuma…”mormorai pensierosa, accarezzandomi il mento.
“Esatto. Quell’oro era stato forgiato per essere donato ai conquistadores spagnoli, da offrire in cambio della promessa di far cessare le stragi perpetrate dai soldati di Cortez contro la popolazione. Naturalmente l’accordo fu ignorato dai mercenari, e il massacro non cessò. Per questo le monete vennero maledette; chiunque avesse saccheggiato quel tesoro macchiato dal sangue d’innocenti, sarebbe stato condannato a diventare un non-morto, un essere sospeso tra la vita e l’oblio. Un cadavere a cui era negato morire.”
Nonostante l’aria calda del pomeriggio che entrava dai vetri socchiusi, un brivido freddo mi serpeggiò lungo la spina dorsale. Anch’io avevo fatto un sogno bizzarro, dove avevo visto decine di scheletri arrancare minacciosi contro i soldati della Dauntless. Scheletri insensibili alle pallottole, alle cannonate, alle spade…
“Will, perdonami…ma cosa c’entra questo con tuo padre?”
Lo vidi sorridere mestamente, scrollando appena il capo. “Sybelle, lo sai già, almeno in parte…lo capisco da come stai arrossendo. Era un pirata, uno degli ufficiali della Perla Nera quando era capitanata da Jack Sparrow. No, non interrompermi, le domande alla fine. Capirai tutto, se avrai ancora un po’ di pazienza.”
“Io, quel famoso giorno…”Elizabeth esitò un attimo, prima di riprendere il racconto. “Indossai il medaglione di Will. Tu non l’ hai visto Sybel perché lo tenevo nell’abito e quando caddi dal picco…quando mi sentii sprofondare nell’acqua…la collana uscì dalla scollatura e nonostante fossi quasi svenuta, la sentii: una sensazione stranissima, come se il fondale marino venisse scosso da un’onda d’urto. Quando mi ripresi, ero già sdraiata sul pontile d’attracco dell’ Interceptor, che vomitavo acqua. Era stato Jack, appena sbarcato a Port Royal, a tuffarsi e a salvarmi…in maniera un po’ strana.”
“Scommetto che sei precipitata dalla scogliera perché stavi soffocando. Non vedevi più bene, ti mancava il fiato e quando hai chiuso gli occhi, hai perso momentaneamente i sensi”dissi sovrappensiero.
“Come lo sai?”
“Avanti, Lily, sono figlia di un dottore…e ricordo come stavi male per colpa di quel dannato corsetto.”
“In effetti è andata così. Ha dovuto strapparmelo, perché non respiravo più. Comunque il capitano Sparrow non era arrivato qui per compiere meritevoli azioni di salvataggio, ma per…requisire una nave, come ha detto poi a Will. Una come l’ Interceptor, per esempio…perché sarebbe stata l’unica abbastanza veloce per inseguire l’imprendibile Perla Nera.”
“Jack arrivò per la prima volta con la Perla a Tortuga dieci anni fa, a caccia di un tesoro favoloso custodito in un’isola impossibile da trovare. Il tesoro in questione era quello di Cortez, e l’isola lui la poteva trovare facilmente grazie a una bussola rotta venuta chissà come in suo possesso; non indicava il Nord, ma la rotta per giungere all’ Isla de Muerte, dove il forziere dannato era stato sepolto. Lui non sapeva nulla della maledizione, ma come tutti i pirati, ha una vera ossessione per tutto ciò che luccica….voleva solo affrontare una nuova sfida. Durante questo scalo, il suo primo ufficiale gli disse chiaramente che tutto andava condiviso con la ciurma…anche il nome e la locazione del luogo dove stavano andando. Jack si fidò, e disse loro ogni cosa sulla missione.Tre giorni dopo la partenza, ci fu l’ammutinamento di tutto l’equipaggio contro il loro capitano. L’unico ad opporsi fu mio padre, ma il primo ufficiale non lo ascoltò. Avrai capito chi è ormai…”
“Barbossa, non è vero?”
“Hai indovinato. Abbandonato Jack su un atollo disperso, lui e la ciurma hanno preso i dobloni, iniziando a sperperarli in alcool, donne e altri piaceri. Ma prima di darsi ad ogni follia possibile, eliminarono l’ultima spina del fianco.”
Will abbassò lo sguardo; non avevo mai visto quegli occhi sempre dolci, sereni, a volte timidi, così carichi di ombre minacciose di tempesta e collera. Non ebbe bisogno di spiegarmi cosa era successo, e io non ero così ficcanaso e poco delicata da profanare il suo dolore. Lui mi era stato accanto, quando mio padre era morto e la sua presenza silenziosa, colma di affetto, era stata una dei balsami migliori per il mio cuore. Feci altrettanto, e non domandai nulla.
“Ma prima di morire…” mormorò passandosi una mano sul viso tirato “…spedì uno dei dobloni a mia madre, in Inghilterra; un regalo per me. Un modo ingegnoso e crudele di vendicarsi, perché c’è solo un modo per annullare la maledizione: riunire tutti i pezzi nel loro sarcofago di pietra e bagnarli col sangue dei dannati. Di tutti i dannati, mio padre compreso, ma come potevano usare il suo di sangue, se lo avevano ucciso…o credevano di averlo fatto, dato che il maleficio era già caduto sulla Perla Nera e i suoi marinai? E da allora iniziò una nuova caccia.
Barbossa sapeva di me e di mia madre, e seppe anche che un Turner viveva a Port Royal…la prova sarebbe stata trovarlo in possesso di uno dei dobloni. Per questo attaccarono la città, seguendo il richiamo dell’ultima parte del bottino. Arrivarono alla casa del Governatore, la saccheggiarono mentre bombardavano la città, e portarono via Elizabeth perché aveva al collo il medaglione: l’avevano scambiata per la figlia di “Sputafuoco” Bill, uno dei pirati più temuti nei Caraibi…”
“…E io naturalmente ne combinai una delle mie” disse Lily imbarazzata. “Ero riuscita a non farmi uccidere subito perché avevo invocato il parley, ovvero il diritto di parlamentare col capitano per far cessare le ostilità…ma non potevo dire loro che ero la figlia del Governatore, non sapevo cosa mi avrebbero fatto altrimenti. E quando Barbossa chiese il mio nome, risposi…Elizabeth Turner. Il primo cognome che mi venne in mente, e così ho scatenato un equivoco incredibile: si erano convinti che fossi io la figlia del padre di Will.”
“Io nel frattempo mi ero mosso alla mia maniera. Ti avranno detto che ho aiutato Jack ad evadere…lo feci promettendogli di aiutarlo a riconquistare la Perla Nera, se lui mi avesse dato una mano a salvare Elizabeth. Abbiamo rubato, anzi no…requisito la nave più veloce della flotta inglese, siamo arrivati a Tortuga, abbiamo messo insieme una ciurma e siamo partiti alla volta dell’ Isla de Muerte.”
Sgranai gli occhi sentendolo parlare così: sembrava avesse fatto una cosa semplicissima, ma il solo elenco succinto dei punti fondamentali della vicenda bastava per dare un brivido da vertigine.
Seduta su una sedia, sprofondata tra caldi cuscini, mi sentivo trascinare in un mondo dagli sfondi più esotici e strani che potessi pensare: la chiassosa, anarchica Tortuga, un porto franco tra i più famigerati del Mar dei Caraibi, dove l’acqua era stata sostituita da fiumi di Rum. La desolata, spettrale Isla de Muerte dove la ciurma di Barbossa aveva accumulato ogni genere di ricchezza in previsione di poterle realmente spendere una volta tornata a una vita in cui si poteva dormire, bere avvertendo il sapore dei liquori…insomma, sentire.
E in questo teatro infinito, senza confini di quinte e palco, la figura di Jack Sparrow aveva recitato il ruolo del protagonista. Come un attore consumato, aveva giocato con il ruolo della spia, del manipolatore, della vittima di circostanze avverse fino a stordire alleati e nemici. Forse Will ed Elizabeth all’inizio lo avevano detestato, anche odiato, ma semplicemente perché quel pirata aveva la coraggiosa presunzione di giocare con la vita, di danzare con essa ignorando leggi e costrizioni, cosa che loro non si erano mai azzardati a fare, non fino in fondo.
Jack aveva appoggiato la sete di vendetta di Will, lo aveva messo al corrente delle sue origini, costringendolo a rivedere la sua ottica delle cose e il suo passato. La stessa tattica l’aveva usata con Elizabeth, quando furono abbandonati sull’isola dove Jack era stato lasciato per la prima volta dieci anni fa: e Lily aveva compreso il significato della libertà, una libertà che poteva catturare perché era suo diritto.
Mi aggrappai ai braccioli della poltrona quando mi narrarono dell’ultimo duello svoltosi nella grotta dell’isola, mentre l’equipaggio della Dauntless rischiava lo stesso massacro abbattutosi su quello di mio padre…preferii non svelare ai miei amici che quelle immagini le avevo viste nel mio stranissimo sogno, dove ero stata rimproverata da me stessa bambina, come se dovessi condannare ciò che avevo visto.
Alla fine, però, l’ultima moneta azteca era caduta nel suo forziere macchiata dal sangue di Will e l’unico colpo della pistola del capitano Sparrow aveva trovato chi colpire.
A quel punto, calò il silenzio. La storia era praticamente finita, e io avevo solo una cosa da sapere.
“Così, Barbossa è stato ucciso proprio da colui che voleva uccidere” commentai fissando l’ultimo goccio di the che proprio non avevo voglia di bere.
“Sybel…”
“Avrei voluto ammazzarlo io” aggiunsi fredda, spietata, con lo sguardo spento. “Non so come avrei fatto, ma lo desideravo. Avrei voluto ammazzare il responsabile della morte di mio padre.”
Nessuno dei due mi chiese se avrei avuto il coraggio di farlo veramente; mi conoscevano abbastanza bene da sapere come potevo diventare, quando ero invasa dalla collera.
“Allora siete sicuri…è stato Barbossa ad attaccare la The Braver.”
“Sì, e purtroppo allora nessuno poteva ucciderlo. Credici, Jack non avrebbe mai potuto fare una cosa del genere, anche se si fosse trovato contro l’intera Royal Navy. Sarà anche una canaglia…” Will sorrise sotto i baffi. “Ma è un idealista, a modo suo.”
“Sembra un uomo capace di sgusciare tra le gocce di pioggia senza bagnarsi” ammisi cercando di sentirmi più allegra.
“Come sempre sai trovare le parole giuste per descrivere tutti, Sybelle” disse una voce dall’ingresso della biblioteca.
“Papà!”
Elizabeth si alzò in piedi, imitata da Will; quando si accorsero di tenersi ancora per mano, avvamparono entrambi.
Il Governatore osservò la scena con immenso divertimento, ma non intimò di separarsi.
“Will, che ne diresti di fermarti a cena con noi? E anche tu, cara. Basterà avvisare lady Catherine.”
“Ma…certo” borbottai stupita quanto i miei amici da un simile comportamento.
“Lily, perché non l’accompagni allora a rinfrescarsi? Vorrei parlare con il ragazzo a quattr’occhi.”
Aprì la bocca per ribattere, ma l’occhiata significativa di Will la fece desistere.
Ci congedammo con una riverenza, ma appena chiusa la porta, la bloccai per un braccio posandole un dito sulle labbra e strizzandole un occhio. In punta di piedi, mi appoggiai al battente; Elizabeth fece subito altrettanto.
All’interno, Will si mosse e andò davanti alla finestra, schiarendosi imbarazzato la voce.
“Governatore…ditemi pure.”
“Non è il caso di essere così formali, figliolo. Dovrei essere io a essere cerimonioso, dopo quello che hai fatto. Non potrò mai ringraziarti abbastanza per avermi riportato mia figlia sana e salva. Avevo paura solo di una cosa…che è successa. Hai il suo cuore.”
“Signore, so benissimo di non avere nulla da offrire ad Elizabeth. Nulla che possa importare alla società da cui proviene, ma vi posso giurare che farò di tutto per renderla felice.”
“Non ho mai messo in dubbio questo, ma vorrei che tu fossi altrettanto sincero su un’altra questione.”
La mano che Lily mi aveva appoggiato sulla spalla s’irrigidì di colpo; sentii un tremito di nervosismo percorrerla da capo a piedi.
“Tu sei un fabbro, e per questo molta gente del nostro ambiente non capirà perché ti ho permesso di dichiarati a mia figlia. O forse lo capirà, a modo loro…sono un sempliciotto, ingenuo e senza polso. Così dicono di me negli…ambienti che contano.”
Trattenni a stento un gemito di dolore; le unghie di Elizabeth sembravano volermi trapassare la carne, tanto erano affondate nel vestito.
“Io invece voglio solo la felicità di mia figlia, e la sua felicità sei tu. Forse come Governatore non valgo davvero molto…sono un debole sentimentale.”
“Questo lo dite voi” ribatté Will con decisione. “Io non sono figlio di nobili, sono cresciuto in città, e il popolo vi stima. Ma non volevate certo parlarmi di questo, vero?”
“No. Ma di questa.”
Un sibilo sommesso. L’avrei riconosciuto tra mille un simile rumore: Lord Swann aveva sfoderato la sciabola che portava al fianco sinistro.
“Ma quella è…”
“La spada del Commodoro, forgiata da un artigiano tra i più validi e pieni di talento che abbia mai conosciuto…te.”
Il silenzio calato fu così pesante che persino una cannonata sarebbe passata inosservata.
Il Governatore lo sapeva davvero.
Sapeva chi in realtà gestiva l’officina di Port Royal, chi si sobbarcava ore ed ore di lavoro sostenuto dalla sola passione per ciò che si creava per poi dover tacere a causa di forza maggiore.
“Il Commodoro Norrington se non altro è stato più scaltro di me. Ho sentito cosa ti ha detto dopo la fuga di Sparrow, e alla fine la verità è venuta fuori. Credo di doverti anche le mie scuse.”
Un tonfo attutito: Will doveva essersi seduto di colpo, scosso e senza parole. Esattamente come lo eravamo io e Lily.
“Non mi dovete nulla” mormorò imbarazzato dopo un lungo istante. “Davvero, nulla…perché mi avete già reso l’uomo più felice del mondo.”
Drizzai lentamente la schiena, voltandomi verso di lei. Elizabeth sorrideva cercando di non commuoversi e davanti alla sua espressione, qualsiasi mio intento di vendetta, qualsiasi traccia di tristezza e antica angoscia si sciolsero nel calore della gioia che sembrava brillare nello sguardo della mia amica.
L’abbracciai forte, ridendo sommessamente. “Guai a te se non mi inviterai al tuo matrimonio!” le sussurrai scherzando, mentre le scompigliavo gli impeccabili boccoli biondi.
Fuori, i gabbiani cantavano al sole che scendeva nell’abbraccio notturno del mare.

La luna nel suo ultimo giorno di fase calante era sorta da qualche ora.
Un chiarore d’argento e diamante era sceso a ricoprire preziosamente le onde placide e piatte che sciabordavano tra gli scogli aguzzi della grande baia dell’ Isla de Muerte. Era una terra desolata, senza vita, priva di verde e di spiagge.
Sorta dall’oceano dopo una tremenda eruzione molti secoli prima, ospitava ancora al suo centro il cratere fumante del vulcano che l’aveva generata. Le sue coste frastagliate erano perennemente avvolte da una nebbia fitta e grigia; l’odore dello zolfo, il calore della lava che sobbolliva sotto la sottile crosta di terra e il silenzio erano le uniche ricchezze dell’ isola maledetta.
Nessuno sapeva chi e quando avesse portato proprio lì il pesante forziere di pietra coperto d’incisioni raffiguranti sacrifici umani; la leggenda che circolava tra le varie bande di corsari e filibustieri-sempre che ci credessero, e questo era essenziale ai fini dell’impresa- narrava solo del tesoro posto nella grotta più profonda, poco lontana dalla fornace magmatica. E lì sarebbe sempre dovuto rimanere, lontano dall’avidità degli uomini, pena una scia di sofferenze e sangue estinguibile solo con altro sangue.
Jack Sparrow aveva imparato questa lezione a sue spese, e avrebbe fatto in modo che la maledizione non si ripetesse mai più.
Mentre calava da solo una scialuppa lungo la fiancata destra della Perla Nera, bloccò un attimo la cima, sfiorandosi pensierosamente la barba ispida e nera che gli cresceva sul mento affilato .
In tutta onestà, non sapeva spiegarsi esattamente perché stesse facendo quello che stava per fare. Sicuramente, era pazzo…se non del tutto, in buona parte sì. Ma c’era una cosa di cui poteva vantarsi…aveva fatto sua la follia tramutandola in estro, forza, astuzia: senza di esse non sarebbe sopravvissuto tanto a lungo in mare.
C’era anche dell’altro, ovviamente, ma questi motivi non li avrebbe confessati nemmeno in punto di morte. Barbossa aveva scatenato troppe stragi, aveva segnato troppe vite per colpa di quell’oro. Lui in prima persona aveva perso la sua nave, e uno dei suoi pochi amici.
Sputafuoco Bill…un valoroso, e maledettamente idealista, nobile. Un pirata fino al midollo, ma con il suo codice morale, un coraggio calmo ma capace di rovesciare le situazioni più avverse.
Come suo figlio, era stato alto, insolitamente snello, ma dai muscoli nervosi e compatti; uno dei migliori bombardieri che si potessero reperire nei Caraibi. Era così che si era guadagnato il suo soprannome; aveva amato il rombo dei cannoni, le scariche dei fucili, la sua mira era stata degna di acquistare una fama leggendaria e anche come artigiano non era certo da dimenticare.
“E adesso chissà che fine hai fatto, vecchio mio” mormorò riprendendo il suo lavoro “Sarai morto anche tu, oppure?…”
La barca toccò l’acqua, e si calò con estrema prudenza.
Dubitava fortemente che qualcuno della ciurma fosse ancora sveglio e per di più vigile. Persino Anamaria aveva onorato generosamente la scorta di Rum messa a disposizione per il banchetto di quella sera…l’unica differenza, era che lei era riuscita ad arrivare alla sua cabina mentre il resto dei marinai stava dormendo della grossa nella mensa della cambusa, smaltendo la sbornia.
Remando senza fretta passò sotto la maestosa polena della nave, e sorrise furbescamente alla scultura dell’angelo femminile con il braccio sinistro alzato a liberare una colomba. Sarebbe tornato appena concluso il suo compito, la Perla non aveva nulla da temere.
Risalì la corrente dello stretto braccio di mare che s’incuneava tra le rocce, sparendo nell’oscurità.
Il piccolo fiume sotterraneo custodiva cumuli di monete e gioielli sparsi qua e là, mentre sulle rive di pietra alcuni scheletri ammuffivano, le mani di ossa consunte strette attorno a qualche oggetto prezioso.
La caverna era illuminata dalle lame di luce lunare che penetravano dal soffitto; uno dei raggi pioveva proprio sopra il cumulo di dobloni e gemme dove era posato il sarcofago. Il silenzio del luogo era venato dallo sciabordio della marea e dall’eco dei suoi passi.
Jack ignorò con un certo sforzo l’abbaglio dato da tutti i tesori accumulati attorno a lui, e si diresse verso un mucchio informe e scuro accasciato ai piedi del forziere azteco.
La faccia del pirata ormai era irriconoscibile, segnata dalla putrefazione della pelle che raggrinzendosi mostrava le ossa del teschio. Le orbite degli occhi erano affossate, disidratate e nessuno avrebbe potuto indovinare che un tempo quegli stessi occhi erano stati verdi come smeraldi dannati. Il corpo in disfacimento esalava un fetore insopportabile, ma non ci fece caso; piantò per terra la pala che si era portato con sé e con due dita si toccò la tesa del cappello, ma non lo tolse dal capo.
Barbossa non meritava tanto rispetto, e questo era il momento della sua vendetta.
Lo sguardo di Jack Sparrow, in quegli istanti, non aveva nulla di malizioso, di gigionesco e astuto: era duro, nero come un pozzo senza fondo, implacabile. Le labbra sottili e carnose erano aperte in un sorriso lieve, affilato come la lama di una spada.
“Cosa dovrei farne, di te?” si domandò ad alta voce. “Meriti forse di essere seppellito? In fin dei conti, credo di sì; eri un pirata tra i più diabolici che abbia mai conosciuto, e mi bastava allora. Ma adesso…adesso…” la voce si ridusse a un sibilo colmo di perfidia pura “…le cose sono cambiate. Comprendii?”
Riprese la sua pala, e iniziò a scavare. Sapeva che la struttura della grotta non era per niente solida poggiando su un terreno lavico e infatti dopo una serie di colpi ben assestati, una voragine si spalancò sotto i suoi piedi.
Pochi metri sotto di lui, l’acqua del mare ribolliva per la vicinanza col magma. Salì la montagnola d’oro ed argento e facendo leva con il legno del manico, fece scivolare giù in un tintinnio argentino e rimbombante la causa di tante morti, di tanti lutti e ferite personali. Sbuffi d’aria bollente sprizzarono verso l’alto quando le acque accolsero le maledette monete di Cortez, chiudendosi su di esse.
Continuò a buttare dentro diamanti e collane, tiare e rubini grossi come noci, provando una sorta di male fisico nel vedere tanto ben di Dio sprecato in questa maniera, ma non si fermò fino a quando piccole onde di bolle di calore e sale arrivarono a pochi centimetri dai suoi stivali. Sbuffò sconsolato, togliendosi il sudore dal viso con la manica della camicia. Se davvero meritava la forca, doveva essere per un delitto simile…gettare via una ricchezza tanto grande! Si consolò rammentandosi che non l’aveva accumulata lui…ma gente di cui un tempo si era fidato, per poi ribellarsi contro le sue decisioni. Poteva star bene un briciolo d’idealismo, per non pentirsi della pazzia appena compiuta.
“E adesso…torniamo al caro, vecchio primo ufficiale di bordo.”
A passi ciondolanti, il capitano Sparrow arrivò di fronte al cadavere di Barbossa.
Trascinandolo cautamente, arrivò all’imbocco del torrente sotterraneo dove aveva intenzione di gettarlo in buona compagnia. Dovette stare attento, non voleva rischiare di dover disfarsi di lui buttando una gamba che gli poteva rimanere tra le mani, e poi il resto. Ormai era tutto pronto: sarebbe bastata una piccola spinta e…
Da una tasca all’interno della casacca sdrucita che miracolosamente non si era rovinata con la decomposizione dei tessuti, Jack vide occhieggiare un foglio di pergamena.
“Permetti?” domandò sardonicamente appropriandosene.
Era una busta piegata in più parti, con un grosso sigillo di cera lacca rosso spezzato a metà. Aprì avidamente l’incartamento, e non rimase comunque deluso nello scoprire che non si trattava di una mappa redatta in codice: quello che c’era scritto gli parve subito molto, molto più interessante. In alcune parti l’inchiostro era sbavato, ma la sorprendente quantità di altri sigilli e soprattutto le firme poste in fondo da soli costituivano un tesoro immenso.
“E così, stavi combattendo la tua guerra personale!” esclamò ridendo malignamente, e dando finalmente l’ultimo colpo di piede al corpo, che scomparve tra i flutti. La risata di Jack si fece più forte e sonora, mentre compiva un giro su se stesso agitando le mani, per poi sedersi.
“Mi sembra incredibile…quante ne hai combinate con la mia nave? Dovrei applaudirti, ma il tempo dei complimenti è scaduto, per te…e questa la terrò io.”
Infilò la pergamena con estrema cura tra le pieghe della fascia che gli cingeva la vita, si calcò bene in testa l’inseparabile cappello e tornò verso la scialuppa.
Aveva bisogno di riposare, perché il giorno successivo ci sarebbe stato molto da fare per l’equipaggio della Perla Nera…certe volte, le rappresaglie erano più divertenti degli arrembaggi veri e propri.

Note dell’autrice: avviso per la navigazione: so benissimo che scena c’era dopo i titoli di coda del film…forse molti non l’ hanno vista, ma comunque ho deciso d’ignorare bellamente cosa essa mostrava e cosa soprattutto implicava per un eventuale seguito…questo perché ho voluto creare un storia interamente mia, che spero nulla abbia a che vedere con il secondo film…odio le cose prevedibili!Quindi, per chi ha avuto la fortuna di vederla, fate finta che non sia mai esistita, ok?^___- E scusatemi se vi sono parsa un po’ dura…ma sono giorni un po’ tesi per me, e mi metto ad aggredire anche chi non c’entra nulla!Maledetto il mio caratterino…>____<
Secondo avviso (stavolta vi riempio, povere le mie Corsare e poveri miei lettori…ç___ç chiedo perdonooo!!!) : c’è una piccola citazione nel capitolo. Quando Sybelle parla di Jack Sparrow, definendolo “un uomo capace di sgusciare tra le gocce di pioggia senza bagnarsi”, sono le stesse parole usate da Jonnhy Depp in un’ intervista comparsa sulla rivista “Ciak”, e con cui dava il suo parere sul capitano magistrale che ha interpretato. Le ho volute usare perché mi sembravano le più adatte per esprimere il carattere e l’indole del nostro comandante.
Vi ho annoiato con i miei discorsi senza senso?Nessun problema…vediamo di svegliarci con un una pinta di Rum, e poi tutti sul ponte, abbiamo da fare!
Yo-ho, beviamoci su!
Ricchan-Edhelwen.