"Pirates of the Caribbean.
The legend of Sybelle "Storm" Russel".
By Rinoa-chan
Capitolo
undicesimo.
“La maledizione della Perla Nera”
Il
giardino della dimora del Governatore non mi era mai parso più
bello.
L’acqua che zampillava nella vasca della fontana
scintillava dei riflessi scarlatti dipinti dal tramonto, e i
cespugli di rose erano un trionfo di tante gemme opulente di
tocchi gialli, rossi e rosa. Nessuno di noi fece caso al
cancello ancora da riparare, o alla statua acefala rimossa
dalla sua base. La nostra felicità bastava a rendere il mondo
intero un paradiso di colori e profumi.
Elizabeth ordinò a
una delle governanti di preparare un buon the, e di servirlo
con tre tazze nella biblioteca situata al primo
piano.
Negli anni passati, avevo trascorso molti pomeriggi
in quella stanza, che giudicavo la più bella e intima del
palazzo: là avevo potuto studiare con calma i trattati di
medicina che mio padre aveva riscritto in modo che potessi
capirli, senza temere di venir scoperta da mia madre.
Era
un ambiente accogliente, con l’odore sottile e dolce del legno
degli antichi scaffali che accompagnava le ore di lettura.
I libri riempivano ordinatamente mensole e mensole,
arrampicandosi per le pareti adorne di leggeri stucchi
modellati a raffigurare le antiche muse greche. Un solo,
grande scrittoio era posto sotto la finestra, con accanto un
enorme mappamondo che cigolava a piano quando lo si faceva
girare e di fronte al caminetto di marmo rosa c’erano ancora
le tre grosse, confortevoli poltrone che io e Lily da bambine
avevamo occupato a turno, lasciandoci sprofondare nella loro
soffice imbottitura, passando ore a scambiarci commenti su
cosa avevamo letto.
Lei e Will si sedettero su quelle più
vicine, e io voltai la mia in modo da vederli bene in
volto.
“Sybel, sei sicura di sentirti bene? Vuoi che
accenda il fuoco?”
“Non mi sono mai sentita meglio, Lily…se
vuoi vedermi peggiorare di colpo, basta che protrai ancora per
un po’ quest’attesa…allora, mi raccontate tutto sì o
no?”
“Un attimo di pazienza, non è facile ricordare tutto
quello che ci è successo. Tra poco saprai.”
La cameriera
bussò a piano, entrando poi a piccoli passi. Un largo sorriso
di stupore e gioia le passò sul volto spruzzato di lentiggini,
quando vide Will e non qualche altro pretendente seduto
accanto alla sua padrona: a quanto pareva, c’era molta più
gente del previsto che faceva il tifo per loro due…
Presi
la mia tazza tra le mani e bevvi lentamente, godendomi a fondo
il sapore dei frutti di bosco scendermi per la gola.
Alle
mie spalle, avevo la vista struggente e mozzafiato della baia;
accanto invece, c’erano i miei amici raccolti in un’atmosfera
serena e felice. Mi sembrava semplicemente incredibile anche
il solo credere che avevano appena passato una delle prove più
difficili e strane per ragazzi giovani come noi…ma mi
sbagliavo. Non eravamo più adolescenti, nemmeno io: c’era
qualcosa di diverso nell’animo di ognuno, la luce del
diventare finalmente adulti si era accesa.
“Da dove vuoi
che iniziamo?” chiese all’improvviso Lily guardandomi negli
occhi e diventando seria.
“Puoi saltare la parte di quando
sei caduta in mare, mi hanno raccontato cosa è
successo.”
“Io credo invece che dovrebbe parlartene”
intervenne Will mentre le stringeva protettivamente una
mano,come se volesse darle forza. “In fin dei conti, quel
fatto ha la sua importanza.”
Elizabeth annuì lentamente,
ricambiando il suo sguardo con tenerezza. Respirò a fondo, poi
mi sorrise.
“Sì, hai ragione; una grossa importanza, oltre
tutto.”
“Sybel, ricordi il giorno della cerimonia di
promozione del Commodoro Norrington?
Io mi ero alzata
relativamente tardi quella mattina, perché avevo fatto un
sogno lungo, e molto strano. Ma strano non è la parola giusta,
direi…significativo, ecco.
Avevo sognato il giorno in cui
avevo incontrato Will, quando l’avevamo salvato dopo
l’affondamento della nave su cui viaggiava. Il suo recupero,
le prime cure…e il medaglione, il regalo di suo padre. Quando
sei arrivata con Lord Russel ti dissi che era il pendaglio di
un pirata, ma ci siamo sbagliate entrambe nel
crederlo.”
Lily chinò il capo verso Will, che annuì a sua
volta.
“In realtà il dono di mio padre era un doblone d’oro
finissimo, e anche molto antico. Faceva parte di un tesoro
azteco dal valore immenso, composto da altre
ottocentoottantadue monete come quella che mi arrivò montata a
foggia di medaglione. E questo tesoro era stato maledetto
secoli prima dai sacerdoti al servizio dell’ultimo sovrano di
quel popolo.”
“Montezuma…”mormorai pensierosa,
accarezzandomi il mento.
“Esatto. Quell’oro era stato
forgiato per essere donato ai conquistadores spagnoli,
da offrire in cambio della promessa di far cessare le stragi
perpetrate dai soldati di Cortez contro la popolazione.
Naturalmente l’accordo fu ignorato dai mercenari, e il
massacro non cessò. Per questo le monete vennero maledette;
chiunque avesse saccheggiato quel tesoro macchiato dal sangue
d’innocenti, sarebbe stato condannato a diventare un
non-morto, un essere sospeso tra la vita e l’oblio. Un
cadavere a cui era negato morire.”
Nonostante l’aria calda
del pomeriggio che entrava dai vetri socchiusi, un brivido
freddo mi serpeggiò lungo la spina dorsale. Anch’io avevo
fatto un sogno bizzarro, dove avevo visto decine di scheletri
arrancare minacciosi contro i soldati della Dauntless.
Scheletri insensibili alle pallottole, alle cannonate, alle
spade…
“Will, perdonami…ma cosa c’entra questo con tuo
padre?”
Lo vidi sorridere mestamente, scrollando appena il
capo. “Sybelle, lo sai già, almeno in parte…lo capisco da come
stai arrossendo. Era un pirata, uno degli ufficiali della
Perla Nera quando era capitanata da Jack Sparrow. No, non
interrompermi, le domande alla fine. Capirai tutto, se avrai
ancora un po’ di pazienza.”
“Io, quel famoso
giorno…”Elizabeth esitò un attimo, prima di riprendere il
racconto. “Indossai il medaglione di Will. Tu non l’ hai visto
Sybel perché lo tenevo nell’abito e quando caddi dal
picco…quando mi sentii sprofondare nell’acqua…la collana uscì
dalla scollatura e nonostante fossi quasi svenuta, la
sentii: una sensazione stranissima, come se il fondale
marino venisse scosso da un’onda d’urto. Quando mi ripresi,
ero già sdraiata sul pontile d’attracco dell’ Interceptor, che
vomitavo acqua. Era stato Jack, appena sbarcato a Port Royal,
a tuffarsi e a salvarmi…in maniera un po’
strana.”
“Scommetto che sei precipitata dalla scogliera
perché stavi soffocando. Non vedevi più bene, ti mancava il
fiato e quando hai chiuso gli occhi, hai perso momentaneamente
i sensi”dissi sovrappensiero.
“Come lo sai?”
“Avanti,
Lily, sono figlia di un dottore…e ricordo come stavi male per
colpa di quel dannato corsetto.”
“In effetti è andata così.
Ha dovuto strapparmelo, perché non respiravo più. Comunque il
capitano Sparrow non era arrivato qui per compiere meritevoli
azioni di salvataggio, ma per…requisire una nave, come ha
detto poi a Will. Una come l’ Interceptor, per esempio…perché
sarebbe stata l’unica abbastanza veloce per inseguire
l’imprendibile Perla Nera.”
“Jack arrivò per la prima volta
con la Perla a Tortuga dieci anni fa, a caccia di un tesoro
favoloso custodito in un’isola impossibile da trovare. Il
tesoro in questione era quello di Cortez, e l’isola lui la
poteva trovare facilmente grazie a una bussola rotta venuta
chissà come in suo possesso; non indicava il Nord, ma la rotta
per giungere all’ Isla de Muerte, dove il forziere dannato era
stato sepolto. Lui non sapeva nulla della maledizione, ma come
tutti i pirati, ha una vera ossessione per tutto ciò che
luccica….voleva solo affrontare una nuova sfida. Durante
questo scalo, il suo primo ufficiale gli disse chiaramente che
tutto andava condiviso con la ciurma…anche il nome e la
locazione del luogo dove stavano andando. Jack si fidò, e
disse loro ogni cosa sulla missione.Tre giorni dopo la
partenza, ci fu l’ammutinamento di tutto l’equipaggio contro
il loro capitano. L’unico ad opporsi fu mio padre, ma il primo
ufficiale non lo ascoltò. Avrai capito chi è
ormai…”
“Barbossa, non è vero?”
“Hai indovinato.
Abbandonato Jack su un atollo disperso, lui e la ciurma hanno
preso i dobloni, iniziando a sperperarli in alcool, donne e
altri piaceri. Ma prima di darsi ad ogni follia possibile,
eliminarono l’ultima spina del fianco.”
Will abbassò lo
sguardo; non avevo mai visto quegli occhi sempre dolci,
sereni, a volte timidi, così carichi di ombre minacciose di
tempesta e collera. Non ebbe bisogno di spiegarmi cosa era
successo, e io non ero così ficcanaso e poco delicata da
profanare il suo dolore. Lui mi era stato accanto, quando mio
padre era morto e la sua presenza silenziosa, colma di
affetto, era stata una dei balsami migliori per il mio cuore.
Feci altrettanto, e non domandai nulla.
“Ma prima di
morire…” mormorò passandosi una mano sul viso tirato “…spedì
uno dei dobloni a mia madre, in Inghilterra; un regalo per me.
Un modo ingegnoso e crudele di vendicarsi, perché c’è solo un
modo per annullare la maledizione: riunire tutti i pezzi nel
loro sarcofago di pietra e bagnarli col sangue dei dannati. Di
tutti i dannati, mio padre compreso, ma come potevano
usare il suo di sangue, se lo avevano ucciso…o credevano di
averlo fatto, dato che il maleficio era già caduto sulla Perla
Nera e i suoi marinai? E da allora iniziò una nuova caccia.
Barbossa sapeva di me e di mia madre, e seppe anche che un
Turner viveva a Port Royal…la prova sarebbe stata trovarlo in
possesso di uno dei dobloni. Per questo attaccarono la città,
seguendo il richiamo dell’ultima parte del bottino. Arrivarono
alla casa del Governatore, la saccheggiarono mentre
bombardavano la città, e portarono via Elizabeth perché aveva
al collo il medaglione: l’avevano scambiata per la figlia di
“Sputafuoco” Bill, uno dei pirati più temuti nei
Caraibi…”
“…E io naturalmente ne combinai una delle mie”
disse Lily imbarazzata. “Ero riuscita a non farmi uccidere
subito perché avevo invocato il parley, ovvero il
diritto di parlamentare col capitano per far cessare le
ostilità…ma non potevo dire loro che ero la figlia del
Governatore, non sapevo cosa mi avrebbero fatto altrimenti. E
quando Barbossa chiese il mio nome, risposi…Elizabeth Turner.
Il primo cognome che mi venne in mente, e così ho scatenato un
equivoco incredibile: si erano convinti che fossi io la figlia
del padre di Will.”
“Io nel frattempo mi ero mosso alla mia
maniera. Ti avranno detto che ho aiutato Jack ad evadere…lo
feci promettendogli di aiutarlo a riconquistare la Perla Nera,
se lui mi avesse dato una mano a salvare Elizabeth. Abbiamo
rubato, anzi no…requisito la nave più veloce della
flotta inglese, siamo arrivati a Tortuga, abbiamo messo
insieme una ciurma e siamo partiti alla volta dell’ Isla de
Muerte.”
Sgranai gli occhi sentendolo parlare così:
sembrava avesse fatto una cosa semplicissima, ma il solo
elenco succinto dei punti fondamentali della vicenda bastava
per dare un brivido da vertigine.
Seduta su una sedia,
sprofondata tra caldi cuscini, mi sentivo trascinare in un
mondo dagli sfondi più esotici e strani che potessi pensare:
la chiassosa, anarchica Tortuga, un porto franco tra i più
famigerati del Mar dei Caraibi, dove l’acqua era stata
sostituita da fiumi di Rum. La desolata, spettrale Isla de
Muerte dove la ciurma di Barbossa aveva accumulato ogni genere
di ricchezza in previsione di poterle realmente spendere una
volta tornata a una vita in cui si poteva dormire, bere
avvertendo il sapore dei liquori…insomma, sentire.
E in
questo teatro infinito, senza confini di quinte e palco, la
figura di Jack Sparrow aveva recitato il ruolo del
protagonista. Come un attore consumato, aveva giocato con il
ruolo della spia, del manipolatore, della vittima di
circostanze avverse fino a stordire alleati e nemici. Forse
Will ed Elizabeth all’inizio lo avevano detestato, anche
odiato, ma semplicemente perché quel pirata aveva la
coraggiosa presunzione di giocare con la vita, di danzare con
essa ignorando leggi e costrizioni, cosa che loro non si erano
mai azzardati a fare, non fino in fondo.
Jack aveva
appoggiato la sete di vendetta di Will, lo aveva messo al
corrente delle sue origini, costringendolo a rivedere la sua
ottica delle cose e il suo passato. La stessa tattica l’aveva
usata con Elizabeth, quando furono abbandonati sull’isola dove
Jack era stato lasciato per la prima volta dieci anni fa: e
Lily aveva compreso il significato della libertà, una libertà
che poteva catturare perché era suo diritto.
Mi aggrappai
ai braccioli della poltrona quando mi narrarono dell’ultimo
duello svoltosi nella grotta dell’isola, mentre l’equipaggio
della Dauntless rischiava lo stesso massacro abbattutosi su
quello di mio padre…preferii non svelare ai miei amici che
quelle immagini le avevo viste nel mio stranissimo sogno, dove
ero stata rimproverata da me stessa bambina, come se dovessi
condannare ciò che avevo visto.
Alla fine, però, l’ultima
moneta azteca era caduta nel suo forziere macchiata dal sangue
di Will e l’unico colpo della pistola del capitano Sparrow
aveva trovato chi colpire.
A quel punto, calò il silenzio.
La storia era praticamente finita, e io avevo solo una cosa da
sapere.
“Così, Barbossa è stato ucciso proprio da colui che
voleva uccidere” commentai fissando l’ultimo goccio di the che
proprio non avevo voglia di bere.
“Sybel…”
“Avrei voluto
ammazzarlo io” aggiunsi fredda, spietata, con lo sguardo
spento. “Non so come avrei fatto, ma lo desideravo. Avrei
voluto ammazzare il responsabile della morte di mio
padre.”
Nessuno dei due mi chiese se avrei avuto il
coraggio di farlo veramente; mi conoscevano abbastanza bene da
sapere come potevo diventare, quando ero invasa dalla
collera.
“Allora siete sicuri…è stato Barbossa ad attaccare
la The Braver.”
“Sì, e purtroppo allora nessuno poteva
ucciderlo. Credici, Jack non avrebbe mai potuto fare una cosa
del genere, anche se si fosse trovato contro l’intera Royal
Navy. Sarà anche una canaglia…” Will sorrise sotto i baffi.
“Ma è un idealista, a modo suo.”
“Sembra un uomo capace di
sgusciare tra le gocce di pioggia senza bagnarsi” ammisi
cercando di sentirmi più allegra.
“Come sempre sai trovare
le parole giuste per descrivere tutti, Sybelle” disse una voce
dall’ingresso della biblioteca.
“Papà!”
Elizabeth si
alzò in piedi, imitata da Will; quando si accorsero di tenersi
ancora per mano, avvamparono entrambi.
Il Governatore
osservò la scena con immenso divertimento, ma non intimò di
separarsi.
“Will, che ne diresti di fermarti a cena con
noi? E anche tu, cara. Basterà avvisare lady
Catherine.”
“Ma…certo” borbottai stupita quanto i miei
amici da un simile comportamento.
“Lily, perché non
l’accompagni allora a rinfrescarsi? Vorrei parlare con il
ragazzo a quattr’occhi.”
Aprì la bocca per ribattere, ma
l’occhiata significativa di Will la fece desistere.
Ci
congedammo con una riverenza, ma appena chiusa la porta, la
bloccai per un braccio posandole un dito sulle labbra e
strizzandole un occhio. In punta di piedi, mi appoggiai al
battente; Elizabeth fece subito altrettanto.
All’interno,
Will si mosse e andò davanti alla finestra, schiarendosi
imbarazzato la voce.
“Governatore…ditemi pure.”
“Non è
il caso di essere così formali, figliolo. Dovrei essere io a
essere cerimonioso, dopo quello che hai fatto. Non potrò mai
ringraziarti abbastanza per avermi riportato mia figlia sana e
salva. Avevo paura solo di una cosa…che è successa. Hai il suo
cuore.”
“Signore, so benissimo di non avere nulla da
offrire ad Elizabeth. Nulla che possa importare alla società
da cui proviene, ma vi posso giurare che farò di tutto per
renderla felice.”
“Non ho mai messo in dubbio questo, ma
vorrei che tu fossi altrettanto sincero su un’altra
questione.”
La mano che Lily mi aveva appoggiato sulla
spalla s’irrigidì di colpo; sentii un tremito di nervosismo
percorrerla da capo a piedi.
“Tu sei un fabbro, e per
questo molta gente del nostro ambiente non capirà perché ti ho
permesso di dichiarati a mia figlia. O forse lo capirà, a modo
loro…sono un sempliciotto, ingenuo e senza polso. Così dicono
di me negli…ambienti che contano.”
Trattenni a stento un
gemito di dolore; le unghie di Elizabeth sembravano volermi
trapassare la carne, tanto erano affondate nel vestito.
“Io
invece voglio solo la felicità di mia figlia, e la sua
felicità sei tu. Forse come Governatore non valgo davvero
molto…sono un debole sentimentale.”
“Questo lo dite voi”
ribatté Will con decisione. “Io non sono figlio di nobili,
sono cresciuto in città, e il popolo vi stima. Ma non volevate
certo parlarmi di questo, vero?”
“No. Ma di questa.”
Un
sibilo sommesso. L’avrei riconosciuto tra mille un simile
rumore: Lord Swann aveva sfoderato la sciabola che portava al
fianco sinistro.
“Ma quella è…”
“La spada del Commodoro,
forgiata da un artigiano tra i più validi e pieni di talento
che abbia mai conosciuto…te.”
Il silenzio calato fu così
pesante che persino una cannonata sarebbe passata
inosservata.
Il Governatore lo sapeva davvero.
Sapeva chi in realtà gestiva l’officina di Port Royal, chi
si sobbarcava ore ed ore di lavoro sostenuto dalla sola
passione per ciò che si creava per poi dover tacere a causa di
forza maggiore.
“Il Commodoro Norrington se non altro è
stato più scaltro di me. Ho sentito cosa ti ha detto dopo la
fuga di Sparrow, e alla fine la verità è venuta fuori. Credo
di doverti anche le mie scuse.”
Un tonfo attutito: Will
doveva essersi seduto di colpo, scosso e senza parole.
Esattamente come lo eravamo io e Lily.
“Non mi dovete
nulla” mormorò imbarazzato dopo un lungo istante. “Davvero,
nulla…perché mi avete già reso l’uomo più felice del
mondo.”
Drizzai lentamente la schiena, voltandomi verso di
lei. Elizabeth sorrideva cercando di non commuoversi e davanti
alla sua espressione, qualsiasi mio intento di vendetta,
qualsiasi traccia di tristezza e antica angoscia si sciolsero
nel calore della gioia che sembrava brillare nello sguardo
della mia amica.
L’abbracciai forte, ridendo
sommessamente. “Guai a te se non mi inviterai al tuo
matrimonio!” le sussurrai scherzando, mentre le scompigliavo
gli impeccabili boccoli biondi.
Fuori, i gabbiani cantavano
al sole che scendeva nell’abbraccio notturno del
mare.
La luna nel suo ultimo giorno di fase calante era
sorta da qualche ora.
Un chiarore d’argento e diamante era
sceso a ricoprire preziosamente le onde placide e piatte che
sciabordavano tra gli scogli aguzzi della grande baia dell’
Isla de Muerte. Era una terra desolata, senza vita, priva di
verde e di spiagge.
Sorta dall’oceano dopo una tremenda
eruzione molti secoli prima, ospitava ancora al suo centro il
cratere fumante del vulcano che l’aveva generata. Le sue coste
frastagliate erano perennemente avvolte da una nebbia fitta e
grigia; l’odore dello zolfo, il calore della lava che
sobbolliva sotto la sottile crosta di terra e il silenzio
erano le uniche ricchezze dell’ isola maledetta.
Nessuno
sapeva chi e quando avesse portato proprio lì il pesante
forziere di pietra coperto d’incisioni raffiguranti sacrifici
umani; la leggenda che circolava tra le varie bande di corsari
e filibustieri-sempre che ci credessero, e questo era
essenziale ai fini dell’impresa- narrava solo del tesoro posto
nella grotta più profonda, poco lontana dalla fornace
magmatica. E lì sarebbe sempre dovuto rimanere, lontano
dall’avidità degli uomini, pena una scia di sofferenze e
sangue estinguibile solo con altro sangue.
Jack Sparrow
aveva imparato questa lezione a sue spese, e avrebbe fatto in
modo che la maledizione non si ripetesse mai più.
Mentre
calava da solo una scialuppa lungo la fiancata destra della
Perla Nera, bloccò un attimo la cima, sfiorandosi
pensierosamente la barba ispida e nera che gli cresceva sul
mento affilato .
In tutta onestà, non sapeva spiegarsi
esattamente perché stesse facendo quello che stava per fare.
Sicuramente, era pazzo…se non del tutto, in buona parte sì. Ma
c’era una cosa di cui poteva vantarsi…aveva fatto sua la
follia tramutandola in estro, forza, astuzia: senza di esse
non sarebbe sopravvissuto tanto a lungo in mare.
C’era
anche dell’altro, ovviamente, ma questi motivi non li avrebbe
confessati nemmeno in punto di morte. Barbossa aveva scatenato
troppe stragi, aveva segnato troppe vite per colpa di
quell’oro. Lui in prima persona aveva perso la sua nave, e uno
dei suoi pochi amici.
Sputafuoco Bill…un valoroso, e
maledettamente idealista, nobile. Un pirata fino al midollo,
ma con il suo codice morale, un coraggio calmo ma capace di
rovesciare le situazioni più avverse.
Come suo figlio, era
stato alto, insolitamente snello, ma dai muscoli nervosi e
compatti; uno dei migliori bombardieri che si potessero
reperire nei Caraibi. Era così che si era guadagnato il suo
soprannome; aveva amato il rombo dei cannoni, le scariche dei
fucili, la sua mira era stata degna di acquistare una fama
leggendaria e anche come artigiano non era certo da
dimenticare.
“E adesso chissà che fine hai fatto, vecchio
mio” mormorò riprendendo il suo lavoro “Sarai morto anche tu,
oppure?…”
La barca toccò l’acqua, e si calò con estrema
prudenza.
Dubitava fortemente che qualcuno della ciurma
fosse ancora sveglio e per di più vigile. Persino Anamaria
aveva onorato generosamente la scorta di Rum messa a
disposizione per il banchetto di quella sera…l’unica
differenza, era che lei era riuscita ad arrivare alla sua
cabina mentre il resto dei marinai stava dormendo della grossa
nella mensa della cambusa, smaltendo la sbornia.
Remando
senza fretta passò sotto la maestosa polena della nave, e
sorrise furbescamente alla scultura dell’angelo femminile con
il braccio sinistro alzato a liberare una colomba. Sarebbe
tornato appena concluso il suo compito, la Perla non aveva
nulla da temere.
Risalì la corrente dello stretto braccio
di mare che s’incuneava tra le rocce, sparendo nell’oscurità.
Il piccolo fiume sotterraneo custodiva cumuli di monete e
gioielli sparsi qua e là, mentre sulle rive di pietra alcuni
scheletri ammuffivano, le mani di ossa consunte strette
attorno a qualche oggetto prezioso.
La caverna era
illuminata dalle lame di luce lunare che penetravano dal
soffitto; uno dei raggi pioveva proprio sopra il cumulo di
dobloni e gemme dove era posato il sarcofago. Il silenzio del
luogo era venato dallo sciabordio della marea e dall’eco dei
suoi passi.
Jack ignorò con un certo sforzo l’abbaglio dato
da tutti i tesori accumulati attorno a lui, e si diresse verso
un mucchio informe e scuro accasciato ai piedi del forziere
azteco.
La faccia del pirata ormai era irriconoscibile,
segnata dalla putrefazione della pelle che raggrinzendosi
mostrava le ossa del teschio. Le orbite degli occhi erano
affossate, disidratate e nessuno avrebbe potuto indovinare che
un tempo quegli stessi occhi erano stati verdi come smeraldi
dannati. Il corpo in disfacimento esalava un fetore
insopportabile, ma non ci fece caso; piantò per terra la pala
che si era portato con sé e con due dita si toccò la tesa del
cappello, ma non lo tolse dal capo.
Barbossa non meritava
tanto rispetto, e questo era il momento della sua vendetta.
Lo sguardo di Jack Sparrow, in quegli istanti, non aveva
nulla di malizioso, di gigionesco e astuto: era duro, nero
come un pozzo senza fondo, implacabile. Le labbra sottili e
carnose erano aperte in un sorriso lieve, affilato come la
lama di una spada.
“Cosa dovrei farne, di te?” si domandò
ad alta voce. “Meriti forse di essere seppellito? In fin dei
conti, credo di sì; eri un pirata tra i più diabolici che
abbia mai conosciuto, e mi bastava allora. Ma adesso…adesso…”
la voce si ridusse a un sibilo colmo di perfidia pura “…le
cose sono cambiate. Comprendii?”
Riprese la sua pala, e
iniziò a scavare. Sapeva che la struttura della grotta non era
per niente solida poggiando su un terreno lavico e infatti
dopo una serie di colpi ben assestati, una voragine si
spalancò sotto i suoi piedi.
Pochi metri sotto di lui,
l’acqua del mare ribolliva per la vicinanza col magma. Salì la
montagnola d’oro ed argento e facendo leva con il legno del
manico, fece scivolare giù in un tintinnio argentino e
rimbombante la causa di tante morti, di tanti lutti e ferite
personali. Sbuffi d’aria bollente sprizzarono verso l’alto
quando le acque accolsero le maledette monete di Cortez,
chiudendosi su di esse.
Continuò a buttare dentro diamanti
e collane, tiare e rubini grossi come noci, provando una sorta
di male fisico nel vedere tanto ben di Dio sprecato in questa
maniera, ma non si fermò fino a quando piccole onde di bolle
di calore e sale arrivarono a pochi centimetri dai suoi
stivali. Sbuffò sconsolato, togliendosi il sudore dal viso con
la manica della camicia. Se davvero meritava la forca, doveva
essere per un delitto simile…gettare via una ricchezza tanto
grande! Si consolò rammentandosi che non l’aveva accumulata
lui…ma gente di cui un tempo si era fidato, per poi ribellarsi
contro le sue decisioni. Poteva star bene un briciolo
d’idealismo, per non pentirsi della pazzia appena
compiuta.
“E adesso…torniamo al caro, vecchio primo
ufficiale di bordo.”
A passi ciondolanti, il capitano
Sparrow arrivò di fronte al cadavere di Barbossa.
Trascinandolo cautamente, arrivò all’imbocco del torrente
sotterraneo dove aveva intenzione di gettarlo in buona
compagnia. Dovette stare attento, non voleva rischiare di
dover disfarsi di lui buttando una gamba che gli poteva
rimanere tra le mani, e poi il resto. Ormai era tutto pronto:
sarebbe bastata una piccola spinta e…
Da una tasca
all’interno della casacca sdrucita che miracolosamente non si
era rovinata con la decomposizione dei tessuti, Jack vide
occhieggiare un foglio di pergamena.
“Permetti?” domandò
sardonicamente appropriandosene.
Era una busta piegata in
più parti, con un grosso sigillo di cera lacca rosso spezzato
a metà. Aprì avidamente l’incartamento, e non rimase comunque
deluso nello scoprire che non si trattava di una mappa redatta
in codice: quello che c’era scritto gli parve subito molto,
molto più interessante. In alcune parti l’inchiostro era
sbavato, ma la sorprendente quantità di altri sigilli e
soprattutto le firme poste in fondo da soli costituivano un
tesoro immenso.
“E così, stavi combattendo la tua guerra
personale!” esclamò ridendo malignamente, e dando finalmente
l’ultimo colpo di piede al corpo, che scomparve tra i flutti.
La risata di Jack si fece più forte e sonora, mentre compiva
un giro su se stesso agitando le mani, per poi sedersi.
“Mi
sembra incredibile…quante ne hai combinate con la mia
nave? Dovrei applaudirti, ma il tempo dei complimenti è
scaduto, per te…e questa la terrò io.”
Infilò la pergamena
con estrema cura tra le pieghe della fascia che gli cingeva la
vita, si calcò bene in testa l’inseparabile cappello e tornò
verso la scialuppa.
Aveva bisogno di riposare, perché il
giorno successivo ci sarebbe stato molto da fare per
l’equipaggio della Perla Nera…certe volte, le rappresaglie
erano più divertenti degli arrembaggi veri e
propri.
Note dell’autrice: avviso per la
navigazione: so benissimo che scena c’era dopo i titoli di
coda del film…forse molti non l’ hanno vista, ma comunque ho
deciso d’ignorare bellamente cosa essa mostrava e cosa
soprattutto implicava per un eventuale seguito…questo perché
ho voluto creare un storia interamente mia, che spero nulla
abbia a che vedere con il secondo film…odio le cose
prevedibili!Quindi, per chi ha avuto la fortuna di vederla,
fate finta che non sia mai esistita, ok?^___- E scusatemi se
vi sono parsa un po’ dura…ma sono giorni un po’ tesi per me, e
mi metto ad aggredire anche chi non c’entra nulla!Maledetto il
mio caratterino…>____<
Secondo avviso (stavolta vi
riempio, povere le mie Corsare e poveri miei lettori…ç___ç
chiedo perdonooo!!!) : c’è una piccola citazione nel capitolo.
Quando Sybelle parla di Jack Sparrow, definendolo “un uomo
capace di sgusciare tra le gocce di pioggia senza bagnarsi”,
sono le stesse parole usate da Jonnhy Depp in un’ intervista
comparsa sulla rivista “Ciak”, e con cui dava il suo parere
sul capitano magistrale che ha interpretato. Le ho volute
usare perché mi sembravano le più adatte per esprimere il
carattere e l’indole del nostro comandante.
Vi ho annoiato
con i miei discorsi senza senso?Nessun problema…vediamo di
svegliarci con un una pinta di Rum, e poi tutti sul ponte,
abbiamo da fare!
Yo-ho, beviamoci
su!
Ricchan-Edhelwen.