"Pirates of the Caribbean.
The legend of Sybelle "Storm" Russel".
By Rinoa-chan
Capitolo
dodicesimo.
“La Compagnia delle Indie
Orientali”
Una risata garrula di donna, profumo di
arrosti, l’odore inconfondibile delle alghe e del mare che
sciabordava con grosse onde contro la spiaggia.
Le grandi
foglie di palma che s’incurvavano al vento, cantando alle
fredde stelle che inondavano il limpido cielo
invernale.
Altre risate, garzoni che uscivano dal retro
bottega delle locande e delle bettole per prendere nuovi
barili di Rum. Musiche frenetiche di violini scordati,
accompagnate da voci impastate dall’alcool.
Ai Caraibi era
impossibile passare un inverno gelido. Moltissimi degli
emigranti inglesi che avevano abitato le colonie non sapevano
nemmeno più cosa fosse una vera nevicata.
L’aria diaccia e
pura come un cristallo scendeva solo dopo il tramonto, ma la
città di Tortuga avrebbe fronteggiato il mese di gennaio con
la stessa confusionaria allegria con cui aveva già buttato nel
passato quello di dicembre.
Il porto e i suoi lunghi
pontili erano pieni fino all’inverosimile di barche e navi di
ogni dimensione: erano i giorni in cui molti equipaggi
preferivano fare scalo nell’isola, soprattutto per brindare ai
bottini conquistati nell’autunno. Il commercio adesso era
pressoché fermo, sarebbe ripreso in primavera con l’arrivo dei
nuovi carichi dall’Inghilterra e dalla Francia e di
conseguenza, per adesso i saccheggi e gli abbordaggi erano
sospesi.
Ci si poteva rintanare in un locale straripante di
gente, ordinare da bere e ascoltare le storie di chi aveva
navigato in giro per il mondo. Perché Tortuga non dava rifugio
solo a pirati e filibustieri, ma anche ai marinai dei
mercantili attraccati nelle isole vicine; chi voleva trovare
qualsiasi genere di avventura, qualsiasi tipo di donna, non si
fermava nelle linde cittadine costiere vegliate dal dominio
dell’ Union Jack o del Giglio Dorato. Girando per le
affollate vie del porto, si potevano sentire sguaiate canzoni
in francese e bisognava stare attenti a non venir travolti da
qualche mozzo ubriaco che ridendo come un pazzo correva dietro
a una giovane prostituta dai capelli biondo paglia e il viso a
forma di cuore coperto di biacca e belletto rovinati dal
sudore.
Il bordello più famoso della zona sorgeva sul lato
destro della piazza principale: un edificio a più piani alto e
stretto, con i tetti di legno spioventi forati da innumerevoli
comignoli e le vecchie, scrostate pareti bianche bucate da un
numero improponibile di finestre: ce n’erano di ogni
dimensione e forma, tutte sfacciatamente aperte e illuminate,
dove a turno le ragazze di Madame Rouge, la proprietaria, si
affacciavano mostrando ai potenziali avventori i loro perfetti
visini di porcellana, vitini da vespa compressi in corsetti di
perline e seni tondi, invitanti e generosi. I clienti
entravano e uscivano sotto il porticato che dava sulla strada
colma di pozzanghere ghiacciate e quelli che già avevano
pagato una breve, eccitante compagnia femminile si dirigevano
subito alla locanda che stava di fronte alla casa di
appuntamenti.
La “Sirena Muta” era una contraddizione già
dal nome; i suoi locali erano posti sotto il livello della
strada: la porta d’ingresso coi cardini perennemente da oliare
si apriva su una gradinata stretta, scavata nella pietra; il
calore che l’avviluppava era già soffocante in quel punto e
quando si arrivava nella sala principale, si veniva accolti da
una zaffata di odori contrastanti: spezie usate
abbondantemente per cuocere quarti di maiale sullo spiedo
dell’immenso camino, birra e naturalmente, aroma di
Rum.
Non era certo un posto silenzioso, e proprio per il
frastuono di voci che caratterizzava la vivacità degli
avventori nessuno capiva perché il proprietario avesse dato un
nome tanto assurdo al suo locale. O forse lo aveva fatto
proprio per sottolineare il contrasto.
Quella sera
l’atmosfera era ancora insolitamente calma, se si poteva
definire calmo il brusio eccitato con cui gli ospiti stavano
scolando una dietro l’altra pinte e pinte di Rum…corretto al
Rum.
Una bella ragazza dalla pelle bruna stava seduta a uno
dei tavoli poco distanti dal fuoco scoppiettante.
Nonostante vestisse con un paio di pantaloni scuri
accompagnati da stivali alti e artisticamente flosci sulle
gambe lunghe e snelle, e una casacca chiusa in vita da una
fascia blu, non si poteva non notarla in mezzo a tanti loschi
figuri. Teneva il suo cappello sul tavolo e una superba chioma
di capelli ricci , neri come l’ebano, ricadeva libera sulle
spalle eleganti.
“Tutta sola, dolcezza?” biascicò un uomo
tozzo, dalla faccia rossa coperta da una barba ispida e
incolta.
“Non sono affari tuoi” tagliò corto lei,
estremamente infastidita dall’interruzione: stava ascoltando
con molto interesse un discorso tra due suoi vicini e l’ultima
cosa di cui aveva bisogno era di sentirsi quasi sul viso il
fiato pesante di un grosso porco ubriaco.
“Ooh, la
signorina fa la difficile!O magari…” rise di gola afferrandole
una ciocca bruna. “Visto come sei vestita, cerchi la compagnia
di un’altra sgualdrina come te?A me piace molto
guardare…”
Non finì mai la frase: senza scomporsi di un
millimetro, la ragazza si era mossa impercettibilmente
sfoderando un piccolo pugnale che teneva a una cintura sotto
la giacca. La lama scintillò, un brillio fugace, prima di
piantarsi tra le dita tozze della grossa mano poggiata vicino
alla sua.
“Potrei tagliarti il mignolo …e prova ad
immaginare che il tuo dito più piccolo sia il tuo arnese tra
le gambe!” sibilò mentre una folla di curiosi ridacchiava
divertita per lo spettacolo.
Il pirata sbiancò; borbottò
qualcosa prima di allontanarsi in fretta, coprendosi
vistosamente il punto così ben esplicitato da
Anamaria.
“Come al solito ti dimostri un piccolo diavolo!”
esclamò divertito un altro uomo, più alto e corpulento, con i
capelli brizzolati raccolti in un codino. Le si avvicinò,
offrendole con un gran sorriso il boccale colmo che le aveva
portato.
“Non era il mio tipo, Gibbs” rispose bevendo un
lungo sorso. “Hai sentito cosa si racconta in giro? Stasera
circolano fatti interessanti, e quel maiale mi ha disturbato
sul più bello.”
“Però a me puoi dire tutto lo stesso, non è
vero?”
“Credo di sì…ascolta attentamente, non sono tutte
buone notizie…”
In effetti non lo erano.
Era raro che
l’eco degli avvenimenti che si consumavano al di là dell’
Atlantico, in Europa, arrivasse fino nel Mar dei Caraibi ma se
riuscivano a coprire una distanza tanto grande, significava
solo una cosa: guerra.
Sembrava che sul continente
Nord-Americano fossero iniziati i primi scontri tra inglesi e
francesi, nel tentativo di strapparsi a vicenda territori
nuovi per arricchire le proprie conquiste. La costa
occidentale, che ospitava le prime colonie britanniche, era
stato teatro di battaglie e scontri più o meno dichiarati.
Secondo le voci e i racconti portati da alcuni marinai e
soldati disertori, anche tra gli emigranti iniziava a
serpeggiare la sete di rivolta. Le varie corporazioni di
tessitori erano stufe di vendere le pezze di stoffa ancora da
trattare al prezzo imposto da Londra: cotone e lino venivano
lavorate esclusivamente in terra britannica, facendo alzare
alle stelle il prezzo del prodotto finito.
La Corona
inglese imponeva dazi sempre più alti sulle merci che mandava
nei suoi nuovi stati, soffocando il commercio e riducendo
molte famiglie a vivere pressoché in povertà. Il regno di
Francia non aspettava altro che un passo falso della potenza
sua rivale, e cercava di approfittarne. Molte navi battenti
una bandiera con un giglio in campo blu erano state avvistate
anche dalla Perla Nera che in quel periodo aveva percorso le
rotte verso le isole francesi.
“Anne, non dici nulla di
nuovo” la bloccò Gibbs con un tono bonario “Sono mesi che le
cose vanno avanti così. Arriveranno a bombardarsi in mare
aperto tra non molto.”
“C’è qualcosa che non mi convince”
ribatté lei testarda. “Iniziano a girare troppe navi da
guerra, e anche noi finiremo con l’andarci di
mezzo!”
“Allora affronteremo la tempesta, se sarà
necessario.”
“A proposito, dov’è il capitano?Anche lui
dovrebbe essere qui a sentire.Gli interesserebbe,
no?”
Gibbs tossì nervosamente, concentrandosi sul suo
boccale come se fosse la prima volta che vedesse un po’ di Rum
davanti al naso in vita sua. Non sapeva se parlare oppure
tacere per discrezione; per qualche istante valutò le due
possibilità, lanciando un’occhiata alla ragazza…che ormai non
lo era più: Anne, come tutti la chiamavano a bordo della Perla
Nera, era diventata una donna da molto tempo: si cresceva in
fretta, quando si nasceva in una famiglia dedita alla
pirateria da generazioni.
Sua madre era appartenuta a una
della tribù indigene che per prima avevano abitato quelle
isole incontaminate: venduta come schiava per avere in cambio
quel po’ di denaro per sopravvivere comprando le merci imposte
dagli stranieri europei, aveva conosciuto il suo futuro marito
nel bordello dove era stata confinata.
Anne era una
meticcia, malvista sia dal popolo materno che da quello
paterno: il suo carattere si era corazzato contro
quell’ostilità strisciante e malevola, era diventata fiera e
combattiva, scontrosa e impulsiva. Aveva preso presto la via
per il mare, seguendo l’ombra del primo Jolly Roger visto
sventolare nel porto di Tortuga…ma nonostante tutto questo,
Gibbs esitava ancora. In fin dei conti, le donne erano così
bizzose e incomprensibili, con la loro contorta logica sui
sentimenti…
“Ma sei diventato sordo, vecchio ubriaco?”
l’incalzò vedendolo tacere.
“Visto che sei così aggressiva,
vedi di arrivarci da sola!” rimbeccò svuotando il bicchiere e
posandolo di schianto sulle assi malferme.
Due occhi scuri
e ardenti lo fulminarono per un istante, poi s’abbassarono di
colpo.
Avrebbe dovuto capire immediatamente dove fosse il
loro comandante: in fin dei conti, aveva dato la serata libera
all’intero equipaggio come premio aggiuntivo al bottino
accumulato…quindi anche lui voleva la sua parte di
divertimento; c’era Scarlet, una splendida rossa dai riccioli
di fuoco e la pelle lattea; oppure Antoniette, i cui occhi di
ghiaccio velati da lunghe ciglia erano famosi in tutti i porti
del Mar dei Caraibi…
Annamaria detestava ammetterlo, ma
Jack Sparrow era il fascino fatto uomo: un fascino pericoloso,
ambiguo come il suo modo di fare, di camminare e di parlare,
eppure proprio per questo impossibile da non vedere. Era
fuoco, una fiamma; chi non ha mai voluto, anche per un solo
istante, sfiorare e tenere stretto un calore tanto forte, che
intaccava la pelle? Era una tentazione, ed essa era il sale
stesso della seduzione…e il suo sapore lo aveva assaggiato
persino lei, in un momento di follia spentosi nel passato.
Adesso era solo il suo diretto superiore, ma ciò non riusciva
a toglierle di dosso una fastidiosa sensazione d’insofferenza;
le succedeva sempre, quando non comprendeva a fondo le azioni
di Jack.
“Speriamo almeno che non l’abbia portata a bordo”
bofonchiò sotto voce portandosi il boccale alle labbra e
rituffandosi nei discorsi preoccupati che infestavano
l’atmosfera calda e allegra della “Sirena Muta”.
Un
raggio di luna morente filtrò attraverso gli spessi vetri
smerigliati della piccola stanza posta al primo piano di una
casa alla periferia del porto. Era una camera accogliente,
forse troppo ridondante di velluti che coprivano le pareti di
legno macchiate dall’umidità.
In un letto dalle sottili
colonne nere dormiva placidamente una donna. Una delle lunghe
braccia bianche era steso sul lato destro, vuoto e ormai
freddo, del materasso. La massa opulenta dei suoi riccioli
scarlatti incorniciava un volto imbronciato nel sonno,
ricadendo leggeri e spumosi sui guanciali spiegazzati e sulle
lenzuola sgualcite.
Jack finì di allacciarsi i calzoni, e a
torso nudo andò verso la poltrona posta davanti al caminetto.
Ravvivò le braci che ancora vi ardevano e poi si lasciò
sprofondare tra i cuscini di seta; qualche piuma bianca
volteggiò nell’aria satura di un profumo femminile pesante e
volgare.
Dispiegò lentamente, per l’ennesima volta, la
grande pergamena trovata sul cadavere di Barbossa. Ormai
l’aveva letta così tante volte da saperla a memoria, ma non
riusciva a cacciare via la curiosità nata da un vecchio pezzo
di carta senza nessun valore per un pirata.
Peccato che
lui non fosse un pirata qualsiasi, come amava ripetere spesso:
il mistero lo eccitava in tutte le sue forme, era un canto
ammaliatore a cui non poteva negare nulla e anche stavolta non
si sarebbe arreso davanti a niente pur di venire a capo di
questa nuova storia.
Perché quel documento aveva ancora una
sua validità, eccome…ma doveva comprendere perché e chi lo
avesse reso possibile: sicuramente, dietro a tutto ci doveva
essere stato un uomo eccezionale, abbastanza lungimirante e
folle da dedicarsi a un progetto simile. Il suo nome, che
compariva nella prima firma, non gli era del tutto
nuovo.
Nei dieci anni di accanito vagabondare per
rintracciare la sua ciurma ribelle, era stato in molti porti e
aveva udito molte voci su di lui…doveva essere stato della
stessa tempra del vecchio Sputafuoco Turner, anche se si erano
mossi su due fronti opposti: un pirata e un coraggioso
ufficiale della Royal Navy. L’unico di cui farabutti e
predatori parlavano con uno strano…rispetto.
Aveva anche
sentito, sei anni addietro, che era stato ucciso e mandato a
fondo con la sua nave, dopo aver ingaggiato una disperata
battaglia con la Perla Nera. Adesso, leggendo righe vergate
chissà quanto tempo fa, capiva perché Barbossa avesse osato
sferrare un tale colpo alla potenza inglese senza temere
rappresaglie e vendette.
Stava tenendo il mano il sogno di
un morto. Doveva solo ricostruire cosa lo aveva fatto nascere,
e non sarebbe stato un problema: l’intero Mar dei Caraibi
poteva contare su una rete impressionante di spie ed
informatori, così capillare e ben protetta da essere
impossibile da epurare: pescatori, commercianti senza
scrupoli, soldati disertori, persino donne. Sir Francis Drake
e la sua Ombra avevano lasciato una bella eredità ai
filibustieri di oggi.
Appena salpati, il capitano avrebbe
preso contatti con chi di dovere.
“Jack…” chiamò una voce
roca alle sue spalle. Ripiegò la pergamena, e si voltò verso
la sua compagna di una notte.
“Senti freddo, missy?”
domandò con un sussurro altrettanto basso. La donna ridacchiò
tra le coltri, carezzandogli i lunghi capelli neri,
attirandolo lentamente a sé.
“Solo perché non ci sei tu”
rispose con un’occhiata inequivocabile.
“Allora vedrò di
farmi perdonare…”
Posò un bacio umido ed ardente
nell’incavo di quel collo bianco, così invitante e
irresistibile.
Mentre si stendeva su di lei, si chiese
fugacemente se avrebbe provato rimorso nel lasciarla dopo
quell’avventura di fuoco. Aveva sempre avuto riguardo verso le
sue amanti, ma per lui tutte, anche le più provocanti ed
esperte, rimanevano figure distanti da cui tornare quando si
aveva bisogno del calore di un corpo femminile. Lo chiamavano
“porco insensibile”, “bastardo”, ma poi non ce n’era una che
non cedesse alle sue lusinghe.
Il suo fascino non conosceva
mezze misure, nemmeno le sconfitte. Ma la sua inquietudine
sarebbe stata soddisfatta per poche ore, per poi tornare a
consumargli in silenzio la parte più segreta del suo animo,
spingendolo verso nuove sfide per calmare una strana sete che
nemmeno lui sapeva
definire.
**********************
“Miss Russel,
la signorina vi aspetta nelle sue stanze.”
Affidai il mio
mantello al maggiordomo che si era inchinato per ricevermi e
iniziai a salire le scale correndo. Era strano che Lily se ne
stesse rintanata in camera sua, invece che ricevermi di
persona.
L’inverno, con le sue notti gelide e troppo lunghe
stava diventando un lontano ricordo: dopo le piogge tropicali
di marzo, la primavera stava disegnando nuovi, delicati
paesaggi di fiori e gemme sugli alberi.
Presto i roseti
avrebbero dato i loro primi tesori di stagione, e sarebbe
stato un segno bene augurante nei confronti di quello che si
stava preparando a Port Royal. Se ci pensavo, comprendevo
perfettamente perché Elizabeth si sentisse tanto nervosa in
quegli ultimi tempi.
“Avanti!” mi rispose di scatto quando
bussai.
“Posso entrare, oppure mi sparerai appena apro la
porta?” domandai bonariamente entrando.
Lily mi accolse
ancora in vestaglia da camera, gli occhi gonfi e rossi di un
pianto stizzoso e represso a fatica.
“Per fortuna sei
arrivata!” disse precipitosamente, abbracciandomi. “In questa
casa si sono messi d’accordo per farmi impazzire!”
“Questo
lo avevo capito, basta guardarti…ma vorrei che mi spiegassi
meglio cosa ti rende tanto furiosa!”
Con un gesto irritato,
gettò una ciocca di capelli sulle spalle e andò a piegare di
lato i pannelli del paravento vicino alla toeletta.
“E’
questo, il motivo” si limitò a spiegare con voce
tremante.
Su un manichino di legno era stato appeso uno
degli abiti da sposa più stupefacenti e sfarzosi che avevo mai
visto: il candido busto, lavorato a crepe di seta avorio,
presentava un complesso ricamo di perle sull’orlo della
generosa scollatura. Altri metri di stoffa preziosa, ricamata
da un punto invisibile di fili d’argento, si aprivano
nell’immensa crinolina il cui strascico ricadeva pesantemente
a terra. Le maniche, in pizzo e raso francese, si dispiegavano
in sbuffi morbidi e voluottosi come riccioli di panna montata.
In effetti, l’intero abito richiamava per misteriose ragioni
l’aspetto di un dolce troppo ricco. Rabbrividii
nell’accorgermi di quanto fosse stretto il punto vita: Lily
era sempre stata esile, magra e con una figura elegante e
radiosa nella sua fresca bellezza da fata, ma stavolta avrebbe
rischiato di morire sul serio prima di raggiungere
l’altare.
“Mio padre lo ha fatto cucire appositamente a
Parigi. Dice che vuole compensare in qualche maniera il primo
regalo che Will e io abbiamo rifiutato.”
“Ancora con quella
storia?” sbottai divertita nonostante tutto. “Ma glielo avete
spiegato che non potevate accettare e perché,
vero?”
“Certo, ma lo sai quanto è ostinato…e sì che gli
avrò ripetuto chissà quante volte che non andremo a vivere in
una bettola!”
L’occhiata che Elizabeth lanciò al suo
vestito sarebbe stata sufficiente a incenerirlo.
Non aveva
tutti i torti a ripetere che l’avrebbero fatta impazzire prima
del matrimonio, ma avevo ragione di credere che tutti saremmo
arrivati al giorno della cerimonia con una terribile,
collettiva crisi di nervi.
Fin dall’inizio, lei e Will
avevano avuto idee molto chiare sui loro progetti futuri: non
volevano nulla di vistoso ed eclatante per celebrare la loro
unione. Sarebbero state delle nozze semplici, con i loro amici
e parenti più fidati, qualcosa che fosse in linea con la nuova
vita che Elizabeth aveva scelto contro tutto e tutti.
Erano
cambiate molte cose nel volgere di poche stagioni; come avevo
sempre temuto, il signor Brown era morto all’inizio
dell’autunno per un collasso da alcool: una sera aveva dato
fondo a tre casse di bottiglie di Rum, senza fermarsi, e il
suo fisico troppo grasso e debole aveva ceduto.
Si scoprì
che aveva lasciato un testamento, dove aveva eletto come unico
erede della sua officina e della sua attività il suo
apprendista, William Turner. La voce si era sparsa per la
città ad una velocità impressionante, portando con sé anche
l’altra immancabile rivelazione: gli abitanti di Port Royal
avevano avuto per anni un fabbro nascosto dietro il nome del
padrone.
La conseguenza fu che Will non solo divenne
estremamente popolare per l’ incredibile storia della Perla
Nera e il salvataggio della sua promessa sposa, ma anche per
il suo animo nobile e per il suo indiscutibile talento di
artigiano. Tutti stravedevano per questo giovane così
coraggioso e risoluto, capace di azioni da leggenda pur di
salvare la donna amata…con mia immensa gioia, queste dicerie
erano arrivate anche alle orecchie della nobiltà locale,
furiosa per vedere consumarsi una tale infrazione alle
tradizioni: una giovane lady in moglie a un figlio del
popolo…ma il mondo stava cambiando, lo si avvertiva dai nuovi
discorsi che si accendevano nei salotti dei più intelligenti
tra gli aristocratici. Nuovi venti liberali soffiavano dalla
vecchia Europa, ma non potevano certo essere avvertiti dalla
maggioranza della società che contava, sempre chiusa nel suo
paradiso asfittico di oro e titoli altisonanti.
Will si era
subito dato da fare, impiegando al meglio quest’improvvisa
fortuna: si era offerto di risanare gli arsenali di Fort
Charles e delle sue navi, rimediando alle perdite subite in
quegli ultimi mesi; il lavoro sembrava esaltarlo, invece che
sfinirlo:adesso finalmente vedeva riconosciuta la sua abilità,
adesso conosceva il suo passato e non se ne vergognava
affatto. Poté prendere dei nuovi assistenti, saldare alcuni
vecchi debiti e dedicarsi maggiormente alla forgiatura delle
armi…e a un futuro radioso per lui e Lily. Aveva rilevato il
vecchio terreno dove un tempo avevamo giocato tutti e tre
insieme, e lì sarebbe sorta la casa dei futuri coniugi Turner:
nulla di lussuoso ed esagerato, ma una dimora semplice,
dignitosa, con un grande giardino; persino il vecchio salice
su sui avevo imparato l’arte dell’arrampicarmi assieme a
Elizabeth sarebbe rimasto al suo posto.
A questo però il
Governatore si era opposto all’inizio: il suo dono per i due
novelli sposi avrebbe voluto essere una villa, in omaggio alla
figlia. Alla fine però aveva dovuto cedere, davanti alla
garbata ostinazione del futuro genero.
“Io sono ciò che
sono, signore. Vi vergognate di me?”
Davanti a questa
domanda, Lord Swann non aveva saputo ribattere. Segretamente,
era fiero del carattere di questo giovane Turner, e lo stavano
capendo anche i detrattori più malevoli, mia madre
compresa.
Avevo litigato ferocemente con lei anche solo per
avere il suo permesso di accettare l’invito alla festa di
fidanzamento ufficiale, e alla fine, quando si rese conto che
avrebbe avuto contro il Governatore stesso, aveva capitolato
sdegnata.
“Io sognavo…”
La timida voce di Lily mi
riportò al presente.
“Cosa, piccola?”
“Avrei
voluto…sposarmi con un vestito mio. Realizzarlo, pensarlo,
cucirlo. E’ il sogno di ogni bambina, no?”
Ci guardammo, e
le sorrisi carezzandole una mano. “Hai ragione…” osservai di
nuovo l’ingombrante abito latteo e lucente; mi avvicinai di
scatto, presa da un’idea venutami in mente quasi per caso.
“Dimmi, come lo avresti desiderato?”
“Beh…innanzi tutto,
più semplice!Senza tutti quegli sbuffi di pizzo; anche le
sottogonne, dato che sono così tante, sono inutili. Non voglio
sembrare una bomboniera, e a Will non piacerei di
certo!”
“Allora, faremo in modo di avere il tuo vestito da
sposa, d’accordo?” le proposi ammiccando.
“Cosa?…Oh, non
vorrai…”
“Vorresti farmi credere che tu non ci hai nemmeno
pensato? Manca ancora del tempo, e dandoci da fare in due…sono
o no la tua testimone?”
“E mio padre come la
prenderà?”
“Sarà una sorpresa per tutti, Will compreso.
Ricordati che deve sposare te, non un vestito!”
Elizabeth
chinò il capo, riflettendo per qualche istante ma vedevo già
come i suoi occhi fossero accesi di una luce febbrile ed
eccitata.
“Quando iniziamo?” mi domandò battendo le
mani.
“Dopo averti dato una bella sistemata…hai i capelli
spettinati e opachi, la faccia gonfia…non ci siamo!Devi essere
magnifica come al solito, chiaro?”
“Non vedo l’ora che
arrivino le tue, di nozze…così potrò assillarti alla stessa
maniera!”
Prendendo una spazzola, per qualche istante
rimasi seria. “Non ci sperare…io faccio paura agli uomini.
Sono troppo…strana.”
“Lo sai che non è vero. Sei tu che
respingi i corteggiatori, e non potrai continuare a farlo
ancora per molto.”
“Sono le stesse parole che mi ha detto
tuo padre” dissi scherzosamente iniziando a pettinarla. “Ma tu
non hai idea di quanto sei fortunata…a quanto pare, Jack
Sparrow ti ha fatto un dono molto speciale.”
“Che cosa vuoi
dire?”
“Tu e Will siete cambiati molto dopo che vi ha
salvato da Barbossa. Vi ha mostrato che nulla è
impossibile.”
Lily si guardò un attimo allo specchio, poi
rise a piano.
“Cosa ho detto di così divertente?”
“Papà
ha ragione: il tuo intuito ti porta a inquadrare subito le
persone, anche se non le conosci.”
“Sono una strega,
ricordati il giorno in cui sono nata…” le bisbigliai con voce
sibilante, mostrandole le unghie.
“Lily?Sybelle?Posso
entrare?”
Il Governatore attese qualche istante, quindi
aprì la porta.
“Vi devo parlare, si tratta di cose molto
importanti.”
“Volete parlare della cerimonia? Non è troppo
presto?”
Lord Swann scrollò appena il capo, e si sedette
con aria stanca. “Vorrei dover parlare di cose così piacevoli,
ma purtroppo non è così. Presto avremo visite molto importanti
a Port Royal.”
“Di cosa si tratta?”. Non seppi perché, ma
ebbi paura a porre una domanda simile.
“Arriveranno dei
funzionari della Compagnia delle Indie Orientali, per poterci
affiancare nel controllo delle rotte.”
Quando veniva usata
l’espressione “controllo delle rotte”, significava una sola
cosa: pirateria.
Avevo continuato a lavorare assieme al
dottor Norton, e le storie che i soldati in cura
nell’infermeria si scambiavano iniziavano a dipingere uno
scenario inquietante per il futuro delle colonie europee nei
Caraibi.
Dopo anni passati a combattere ribelli, pirati e
semplici disertori che saccheggiavano le proprietà della
Corona, le forze impiegate, i mezzi e gli uomini si erano
dimezzati, logorati in una guerra nata senza un vero perché e
senza un margine di conclusione.
L’ Interceptor era stata
affondata, e prima era stato il turno dell’ancora più veloce e
meglio armata The Braver. La Dauntless, l’ultima punta di
diamante della flotta britannica dislocata nelle Americhe,
sarebbe dovuta rimanere in rimessa per ancora parecchio tempo
prima di poter riprendere il mare. A distanza di tempo, le
ferite aperte dal bombardamento della baia di Port Royal non
si erano ancora chiuse.
Era impossibile pensare di perdere
il dominio delle rotte più importanti per il commercio con la
madre patria.
L’arcipelago dei Caraibi era il ponte di
congiunzione tra due parti di una terra immensa, e ancora
tutta da scoprire: sui mercantili viaggiavano spezie, oro,
cotone, caffè; tutti prodotti di cui erano ghiotte le corti
europee e i mercati delle capitali e che le varie bande di
fuorilegge si divertivano a togliere loro.
Mi ero sempre
chiesta quando le varie compagnie private di armatori e
navigatori si sarebbero mosse per porre fine a un’emorragia
continua. Erano corporazioni ricchissime, finanziate da banche
di varie nazioni e non facevano a capo a nessuna
istituzione.
Le Compagnie commerciali erano nate con
l’affermarsi della potenza inglese, una lunga marcia iniziata
un secolo prima. Possedevano flotte imponenti e un vero
esercito tra marinai, ufficiali e altre cariche. Le loro
azioni erano dettate da una serie di leggi e codici che
persino un re doveva accettare, anche quando esse andavano
contro quelle del suo Stato.
Col passare degli anni, delle
nuove terre scoperte al di là dell’ Atlantico, era nato un
legame contraddittorio tra governanti e abili affaristi,
spalleggiati da avventurieri mercenari e senza troppi
scrupoli: erano sulle navi di queste leghe che si muovevano
materie prime e metalli preziosi, erano sempre loro a pagare
per avere sicurezza dai militari di Francia, Spagna,
Inghilterra e Olanda. Proprio perché questi Paesi erano i
primi ad aver bisogno di ogni genere di risorsa per aumentare
ricchezza e potere, in una corsa sfrenata verso la supremazia
assoluta.
Avevo sentito dire spesso che il Governatore
Swann non amava molto avere delle relazioni con quei
funzionari che si schieravano opinatamene dalla parte del più
forte: adesso che la Gran Bretagna cominciava a perdere
influenza sulle colonie nord-americane, i francesi stavano
cercando di approfittarne, appoggiando i ribelli della
Virginia e delle città costiere, spalleggiati da una delle
associazioni mercantili più potenti ed antiche: la Compagnia
delle Indie Orientali.
I suoi uomini erano già stati a Port
Royal, di ritorno da una lunga spedizione nelle acque dell’
Oceano Pacifico…e mi ricordai ancora una volta il perché della
loro missione di allora.
Scambiai un’occhiata furtiva con
Lily, ma non dicemmo nulla.
“Quindi la situazione è così
grave?” domandò avvicinandosi al padre.
“Si sta facendo
grave, ma stiamo ancora aspettando il rapporto sulla
situazione complessiva dai nostri agenti sparsi per
l’arcipelago. Ma tu, mia cara, non devi preoccuparti di questo
adesso: una sposa deve avere sempre un sorriso felice. Hai già
provato il tuo abito?”
“Sì!” m’affrettai a mentire annuendo
vigorosamente. “E’ un vero angelo, mylord…ma anche il padre
della sposa deve avere una sorpresa al giorno della cerimonia,
quindi non la vedrete con quell’abito prima di allora.”
“Mi
arrendo alle tradizioni. Ah, Lily…ho visitato la vostra futura
casa. Will e chi lo sta aiutando stanno facendo un ottimo
lavoro.”
Sapevo quanto gli costava ammettere che la sua
unica, adorata figlia non aveva sbagliato nel voler rompere
gli schemi: ci sarebbero sempre state le lingue maligne che
avrebbero spettegolato su lei e il suo fidanzato osservando
ogni loro azione e commentandola velenosamente. Ma ero
altrettanto sicura che nulla li avrebbe più divisi: avrebbero
avuto una vita splendida, che probabilmente avrei anche
invidiato, perché non avevo ancora catturato il mio ideale di
libertà. Scintillava nel mare, tuonava nelle tempeste e mi
aspettava pazientemente da troppi anni.
Forse era il
momento per parlare a Lily di cosa voleva dire la lettera di
mio padre, anche se non sarebbe servito a molto per
raggiungere la verità: un segreto di Stato rimaneva tale anche
per il Governatore di una colonia, e la sua importanza non
sminuiva negli anni, me lo aveva insegnato mio
padre.
“Sybel, cos’ hai? Mi sembri strana” mi disse una
volta sole.
“Sono solo un po’ stanca. Dai, dammi una mano a
capire come è stato cucito quest’affare…poi decideremo come
renderlo più bello.”
Con un po’ di fatica-non si pensa mai
a quanto possano pesare metri e metri di stoffa!-,tirammo giù
il vestito dal suo sostegno e lo posammo su letto, iniziando a
trafficare con le sottogonne e le trine che velavano le
maniche.
Will assottigliò gli occhi, concentrandosi
ancora di più sul minuscolo scalpello che teneva tra le dita.
Valutò ancora per un attimo se l’angolazione fosse giusta, poi
vibrò l’ultimo colpo con un martello altrettanto
piccolo.
Sorrise soddisfatto; prese il pezzo di pietra che
aveva finito di scolpire, e soffiò via la polvere in eccesso.
Anche la seconda parte dello stampo era perfettamente
riuscita, presto avrebbe potuto passare alla parte conclusiva
del lavoro.
In officina c’era solo lui, quella mattina di
inizio maggio. Aveva concesso un giorno di vacanza ai suoi due
assistenti, perché anche loro potessero godere della parata
navale che stava preparandosi nella baia. Anche lui ci sarebbe
andato, con Elizabeth e il Governatore, ma prima di tornare a
casa e cambiarsi aveva voluto finire una certa cosa, ovvero i
preparativi essenziali per il regalo di nozze per Lily.
La
confusione dei primi tempi era passata, svanita del tutto
davanti alla realtà.
Era riuscito a realizzare il suo
sogno, aveva avuto il coraggio di non tirarsi indietro.
Adesso, se pensava a quello che sarebbe successo
quest’estate, uno strano senso di serenità e calma lo
pervadeva: aveva una casa, e un punto fermo nella sua vita
piena di misteri: Elizabeth, la sua Elizabeth. Non provava più
vergogna nel definirla così.
Si tolse il camice di cuoio,
posandolo sul tavolo da lavoro più vicino e controllò che
tutto fosse in ordine prima di chiudere la porta e avviarsi
per le strade piene di gente. Le banchine del porto avevano
già iniziato ad affollarsi, i cannoni di Fort Charles,
caricati a salve, aspettavano solo di avere il segnale
prestabilito per tuonare all’arrivo delle navi della Compagnia
delle Indie Orientali.
Note dell’autrice:
rieccoci di nuovo qui, a prendere un po’ d’aria di mare sul
ponte della Perla…sono davvero curiosa di sapere cosa ne
pensate del Capitano che sto tratteggiando…spero solo di aver
centrato abbastanza bene la sua figura, cosa non facile perché
secondo me è una vera volpe e non è semplice capire cosa
pensi, non sempre…in effetti, la seconda volta che ho visto il
film, ho cercato di seguire bene le sue mosse, il suo modo di
esprimersi e di fare. Meno male che la sala era praticamente
vuota, altrimenti chissà cosa avrebbe detto la gente nel
vedermi gesticolare e bofonchiare…eh eh eh!;P
(Insomma,
ormai sei come me, my missy!^___^ndJack stranamente sobrio
oggi…)
(Temo di sì…e non so se ridere o piangere!-____-ndMe
che torna a sistemare le
mappe…)
Ricchan-Edhelwen.