"Pirates of the Caribbean. The legend of Sybelle "Storm" Russel".
By Rinoa-chan






Capitolo dodicesimo.
“La Compagnia delle Indie Orientali”

Una risata garrula di donna, profumo di arrosti, l’odore inconfondibile delle alghe e del mare che sciabordava con grosse onde contro la spiaggia.
Le grandi foglie di palma che s’incurvavano al vento, cantando alle fredde stelle che inondavano il limpido cielo invernale.
Altre risate, garzoni che uscivano dal retro bottega delle locande e delle bettole per prendere nuovi barili di Rum. Musiche frenetiche di violini scordati, accompagnate da voci impastate dall’alcool.
Ai Caraibi era impossibile passare un inverno gelido. Moltissimi degli emigranti inglesi che avevano abitato le colonie non sapevano nemmeno più cosa fosse una vera nevicata.
L’aria diaccia e pura come un cristallo scendeva solo dopo il tramonto, ma la città di Tortuga avrebbe fronteggiato il mese di gennaio con la stessa confusionaria allegria con cui aveva già buttato nel passato quello di dicembre.
Il porto e i suoi lunghi pontili erano pieni fino all’inverosimile di barche e navi di ogni dimensione: erano i giorni in cui molti equipaggi preferivano fare scalo nell’isola, soprattutto per brindare ai bottini conquistati nell’autunno. Il commercio adesso era pressoché fermo, sarebbe ripreso in primavera con l’arrivo dei nuovi carichi dall’Inghilterra e dalla Francia e di conseguenza, per adesso i saccheggi e gli abbordaggi erano sospesi.
Ci si poteva rintanare in un locale straripante di gente, ordinare da bere e ascoltare le storie di chi aveva navigato in giro per il mondo. Perché Tortuga non dava rifugio solo a pirati e filibustieri, ma anche ai marinai dei mercantili attraccati nelle isole vicine; chi voleva trovare qualsiasi genere di avventura, qualsiasi tipo di donna, non si fermava nelle linde cittadine costiere vegliate dal dominio dell’ Union Jack o del Giglio Dorato. Girando per le affollate vie del porto, si potevano sentire sguaiate canzoni in francese e bisognava stare attenti a non venir travolti da qualche mozzo ubriaco che ridendo come un pazzo correva dietro a una giovane prostituta dai capelli biondo paglia e il viso a forma di cuore coperto di biacca e belletto rovinati dal sudore.
Il bordello più famoso della zona sorgeva sul lato destro della piazza principale: un edificio a più piani alto e stretto, con i tetti di legno spioventi forati da innumerevoli comignoli e le vecchie, scrostate pareti bianche bucate da un numero improponibile di finestre: ce n’erano di ogni dimensione e forma, tutte sfacciatamente aperte e illuminate, dove a turno le ragazze di Madame Rouge, la proprietaria, si affacciavano mostrando ai potenziali avventori i loro perfetti visini di porcellana, vitini da vespa compressi in corsetti di perline e seni tondi, invitanti e generosi. I clienti entravano e uscivano sotto il porticato che dava sulla strada colma di pozzanghere ghiacciate e quelli che già avevano pagato una breve, eccitante compagnia femminile si dirigevano subito alla locanda che stava di fronte alla casa di appuntamenti.
La “Sirena Muta” era una contraddizione già dal nome; i suoi locali erano posti sotto il livello della strada: la porta d’ingresso coi cardini perennemente da oliare si apriva su una gradinata stretta, scavata nella pietra; il calore che l’avviluppava era già soffocante in quel punto e quando si arrivava nella sala principale, si veniva accolti da una zaffata di odori contrastanti: spezie usate abbondantemente per cuocere quarti di maiale sullo spiedo dell’immenso camino, birra e naturalmente, aroma di Rum.
Non era certo un posto silenzioso, e proprio per il frastuono di voci che caratterizzava la vivacità degli avventori nessuno capiva perché il proprietario avesse dato un nome tanto assurdo al suo locale. O forse lo aveva fatto proprio per sottolineare il contrasto.
Quella sera l’atmosfera era ancora insolitamente calma, se si poteva definire calmo il brusio eccitato con cui gli ospiti stavano scolando una dietro l’altra pinte e pinte di Rum…corretto al Rum.
Una bella ragazza dalla pelle bruna stava seduta a uno dei tavoli poco distanti dal fuoco scoppiettante.
Nonostante vestisse con un paio di pantaloni scuri accompagnati da stivali alti e artisticamente flosci sulle gambe lunghe e snelle, e una casacca chiusa in vita da una fascia blu, non si poteva non notarla in mezzo a tanti loschi figuri. Teneva il suo cappello sul tavolo e una superba chioma di capelli ricci , neri come l’ebano, ricadeva libera sulle spalle eleganti.
“Tutta sola, dolcezza?” biascicò un uomo tozzo, dalla faccia rossa coperta da una barba ispida e incolta.
“Non sono affari tuoi” tagliò corto lei, estremamente infastidita dall’interruzione: stava ascoltando con molto interesse un discorso tra due suoi vicini e l’ultima cosa di cui aveva bisogno era di sentirsi quasi sul viso il fiato pesante di un grosso porco ubriaco.
“Ooh, la signorina fa la difficile!O magari…” rise di gola afferrandole una ciocca bruna. “Visto come sei vestita, cerchi la compagnia di un’altra sgualdrina come te?A me piace molto guardare…”
Non finì mai la frase: senza scomporsi di un millimetro, la ragazza si era mossa impercettibilmente sfoderando un piccolo pugnale che teneva a una cintura sotto la giacca. La lama scintillò, un brillio fugace, prima di piantarsi tra le dita tozze della grossa mano poggiata vicino alla sua.
“Potrei tagliarti il mignolo …e prova ad immaginare che il tuo dito più piccolo sia il tuo arnese tra le gambe!” sibilò mentre una folla di curiosi ridacchiava divertita per lo spettacolo.
Il pirata sbiancò; borbottò qualcosa prima di allontanarsi in fretta, coprendosi vistosamente il punto così ben esplicitato da Anamaria.
“Come al solito ti dimostri un piccolo diavolo!” esclamò divertito un altro uomo, più alto e corpulento, con i capelli brizzolati raccolti in un codino. Le si avvicinò, offrendole con un gran sorriso il boccale colmo che le aveva portato.
“Non era il mio tipo, Gibbs” rispose bevendo un lungo sorso. “Hai sentito cosa si racconta in giro? Stasera circolano fatti interessanti, e quel maiale mi ha disturbato sul più bello.”
“Però a me puoi dire tutto lo stesso, non è vero?”
“Credo di sì…ascolta attentamente, non sono tutte buone notizie…”
In effetti non lo erano.
Era raro che l’eco degli avvenimenti che si consumavano al di là dell’ Atlantico, in Europa, arrivasse fino nel Mar dei Caraibi ma se riuscivano a coprire una distanza tanto grande, significava solo una cosa: guerra.
Sembrava che sul continente Nord-Americano fossero iniziati i primi scontri tra inglesi e francesi, nel tentativo di strapparsi a vicenda territori nuovi per arricchire le proprie conquiste. La costa occidentale, che ospitava le prime colonie britanniche, era stato teatro di battaglie e scontri più o meno dichiarati. Secondo le voci e i racconti portati da alcuni marinai e soldati disertori, anche tra gli emigranti iniziava a serpeggiare la sete di rivolta. Le varie corporazioni di tessitori erano stufe di vendere le pezze di stoffa ancora da trattare al prezzo imposto da Londra: cotone e lino venivano lavorate esclusivamente in terra britannica, facendo alzare alle stelle il prezzo del prodotto finito.
La Corona inglese imponeva dazi sempre più alti sulle merci che mandava nei suoi nuovi stati, soffocando il commercio e riducendo molte famiglie a vivere pressoché in povertà. Il regno di Francia non aspettava altro che un passo falso della potenza sua rivale, e cercava di approfittarne. Molte navi battenti una bandiera con un giglio in campo blu erano state avvistate anche dalla Perla Nera che in quel periodo aveva percorso le rotte verso le isole francesi.
“Anne, non dici nulla di nuovo” la bloccò Gibbs con un tono bonario “Sono mesi che le cose vanno avanti così. Arriveranno a bombardarsi in mare aperto tra non molto.”
“C’è qualcosa che non mi convince” ribatté lei testarda. “Iniziano a girare troppe navi da guerra, e anche noi finiremo con l’andarci di mezzo!”
“Allora affronteremo la tempesta, se sarà necessario.”
“A proposito, dov’è il capitano?Anche lui dovrebbe essere qui a sentire.Gli interesserebbe, no?”
Gibbs tossì nervosamente, concentrandosi sul suo boccale come se fosse la prima volta che vedesse un po’ di Rum davanti al naso in vita sua. Non sapeva se parlare oppure tacere per discrezione; per qualche istante valutò le due possibilità, lanciando un’occhiata alla ragazza…che ormai non lo era più: Anne, come tutti la chiamavano a bordo della Perla Nera, era diventata una donna da molto tempo: si cresceva in fretta, quando si nasceva in una famiglia dedita alla pirateria da generazioni.
Sua madre era appartenuta a una della tribù indigene che per prima avevano abitato quelle isole incontaminate: venduta come schiava per avere in cambio quel po’ di denaro per sopravvivere comprando le merci imposte dagli stranieri europei, aveva conosciuto il suo futuro marito nel bordello dove era stata confinata.
Anne era una meticcia, malvista sia dal popolo materno che da quello paterno: il suo carattere si era corazzato contro quell’ostilità strisciante e malevola, era diventata fiera e combattiva, scontrosa e impulsiva. Aveva preso presto la via per il mare, seguendo l’ombra del primo Jolly Roger visto sventolare nel porto di Tortuga…ma nonostante tutto questo, Gibbs esitava ancora. In fin dei conti, le donne erano così bizzose e incomprensibili, con la loro contorta logica sui sentimenti…
“Ma sei diventato sordo, vecchio ubriaco?” l’incalzò vedendolo tacere.
“Visto che sei così aggressiva, vedi di arrivarci da sola!” rimbeccò svuotando il bicchiere e posandolo di schianto sulle assi malferme.
Due occhi scuri e ardenti lo fulminarono per un istante, poi s’abbassarono di colpo.
Avrebbe dovuto capire immediatamente dove fosse il loro comandante: in fin dei conti, aveva dato la serata libera all’intero equipaggio come premio aggiuntivo al bottino accumulato…quindi anche lui voleva la sua parte di divertimento; c’era Scarlet, una splendida rossa dai riccioli di fuoco e la pelle lattea; oppure Antoniette, i cui occhi di ghiaccio velati da lunghe ciglia erano famosi in tutti i porti del Mar dei Caraibi…
Annamaria detestava ammetterlo, ma Jack Sparrow era il fascino fatto uomo: un fascino pericoloso, ambiguo come il suo modo di fare, di camminare e di parlare, eppure proprio per questo impossibile da non vedere. Era fuoco, una fiamma; chi non ha mai voluto, anche per un solo istante, sfiorare e tenere stretto un calore tanto forte, che intaccava la pelle? Era una tentazione, ed essa era il sale stesso della seduzione…e il suo sapore lo aveva assaggiato persino lei, in un momento di follia spentosi nel passato. Adesso era solo il suo diretto superiore, ma ciò non riusciva a toglierle di dosso una fastidiosa sensazione d’insofferenza; le succedeva sempre, quando non comprendeva a fondo le azioni di Jack.
“Speriamo almeno che non l’abbia portata a bordo” bofonchiò sotto voce portandosi il boccale alle labbra e rituffandosi nei discorsi preoccupati che infestavano l’atmosfera calda e allegra della “Sirena Muta”.

Un raggio di luna morente filtrò attraverso gli spessi vetri smerigliati della piccola stanza posta al primo piano di una casa alla periferia del porto. Era una camera accogliente, forse troppo ridondante di velluti che coprivano le pareti di legno macchiate dall’umidità.
In un letto dalle sottili colonne nere dormiva placidamente una donna. Una delle lunghe braccia bianche era steso sul lato destro, vuoto e ormai freddo, del materasso. La massa opulenta dei suoi riccioli scarlatti incorniciava un volto imbronciato nel sonno, ricadendo leggeri e spumosi sui guanciali spiegazzati e sulle lenzuola sgualcite.
Jack finì di allacciarsi i calzoni, e a torso nudo andò verso la poltrona posta davanti al caminetto. Ravvivò le braci che ancora vi ardevano e poi si lasciò sprofondare tra i cuscini di seta; qualche piuma bianca volteggiò nell’aria satura di un profumo femminile pesante e volgare.
Dispiegò lentamente, per l’ennesima volta, la grande pergamena trovata sul cadavere di Barbossa. Ormai l’aveva letta così tante volte da saperla a memoria, ma non riusciva a cacciare via la curiosità nata da un vecchio pezzo di carta senza nessun valore per un pirata.
Peccato che lui non fosse un pirata qualsiasi, come amava ripetere spesso: il mistero lo eccitava in tutte le sue forme, era un canto ammaliatore a cui non poteva negare nulla e anche stavolta non si sarebbe arreso davanti a niente pur di venire a capo di questa nuova storia.
Perché quel documento aveva ancora una sua validità, eccome…ma doveva comprendere perché e chi lo avesse reso possibile: sicuramente, dietro a tutto ci doveva essere stato un uomo eccezionale, abbastanza lungimirante e folle da dedicarsi a un progetto simile. Il suo nome, che compariva nella prima firma, non gli era del tutto nuovo.
Nei dieci anni di accanito vagabondare per rintracciare la sua ciurma ribelle, era stato in molti porti e aveva udito molte voci su di lui…doveva essere stato della stessa tempra del vecchio Sputafuoco Turner, anche se si erano mossi su due fronti opposti: un pirata e un coraggioso ufficiale della Royal Navy. L’unico di cui farabutti e predatori parlavano con uno strano…rispetto.
Aveva anche sentito, sei anni addietro, che era stato ucciso e mandato a fondo con la sua nave, dopo aver ingaggiato una disperata battaglia con la Perla Nera. Adesso, leggendo righe vergate chissà quanto tempo fa, capiva perché Barbossa avesse osato sferrare un tale colpo alla potenza inglese senza temere rappresaglie e vendette.
Stava tenendo il mano il sogno di un morto. Doveva solo ricostruire cosa lo aveva fatto nascere, e non sarebbe stato un problema: l’intero Mar dei Caraibi poteva contare su una rete impressionante di spie ed informatori, così capillare e ben protetta da essere impossibile da epurare: pescatori, commercianti senza scrupoli, soldati disertori, persino donne. Sir Francis Drake e la sua Ombra avevano lasciato una bella eredità ai filibustieri di oggi.
Appena salpati, il capitano avrebbe preso contatti con chi di dovere.
“Jack…” chiamò una voce roca alle sue spalle. Ripiegò la pergamena, e si voltò verso la sua compagna di una notte.
“Senti freddo, missy?” domandò con un sussurro altrettanto basso. La donna ridacchiò tra le coltri, carezzandogli i lunghi capelli neri, attirandolo lentamente a sé.
“Solo perché non ci sei tu” rispose con un’occhiata inequivocabile.
“Allora vedrò di farmi perdonare…”
Posò un bacio umido ed ardente nell’incavo di quel collo bianco, così invitante e irresistibile.
Mentre si stendeva su di lei, si chiese fugacemente se avrebbe provato rimorso nel lasciarla dopo quell’avventura di fuoco. Aveva sempre avuto riguardo verso le sue amanti, ma per lui tutte, anche le più provocanti ed esperte, rimanevano figure distanti da cui tornare quando si aveva bisogno del calore di un corpo femminile. Lo chiamavano “porco insensibile”, “bastardo”, ma poi non ce n’era una che non cedesse alle sue lusinghe.
Il suo fascino non conosceva mezze misure, nemmeno le sconfitte. Ma la sua inquietudine sarebbe stata soddisfatta per poche ore, per poi tornare a consumargli in silenzio la parte più segreta del suo animo, spingendolo verso nuove sfide per calmare una strana sete che nemmeno lui sapeva definire.

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“Miss Russel, la signorina vi aspetta nelle sue stanze.”
Affidai il mio mantello al maggiordomo che si era inchinato per ricevermi e iniziai a salire le scale correndo. Era strano che Lily se ne stesse rintanata in camera sua, invece che ricevermi di persona.
L’inverno, con le sue notti gelide e troppo lunghe stava diventando un lontano ricordo: dopo le piogge tropicali di marzo, la primavera stava disegnando nuovi, delicati paesaggi di fiori e gemme sugli alberi.
Presto i roseti avrebbero dato i loro primi tesori di stagione, e sarebbe stato un segno bene augurante nei confronti di quello che si stava preparando a Port Royal. Se ci pensavo, comprendevo perfettamente perché Elizabeth si sentisse tanto nervosa in quegli ultimi tempi.
“Avanti!” mi rispose di scatto quando bussai.
“Posso entrare, oppure mi sparerai appena apro la porta?” domandai bonariamente entrando.
Lily mi accolse ancora in vestaglia da camera, gli occhi gonfi e rossi di un pianto stizzoso e represso a fatica.
“Per fortuna sei arrivata!” disse precipitosamente, abbracciandomi. “In questa casa si sono messi d’accordo per farmi impazzire!”
“Questo lo avevo capito, basta guardarti…ma vorrei che mi spiegassi meglio cosa ti rende tanto furiosa!”
Con un gesto irritato, gettò una ciocca di capelli sulle spalle e andò a piegare di lato i pannelli del paravento vicino alla toeletta.
“E’ questo, il motivo” si limitò a spiegare con voce tremante.
Su un manichino di legno era stato appeso uno degli abiti da sposa più stupefacenti e sfarzosi che avevo mai visto: il candido busto, lavorato a crepe di seta avorio, presentava un complesso ricamo di perle sull’orlo della generosa scollatura. Altri metri di stoffa preziosa, ricamata da un punto invisibile di fili d’argento, si aprivano nell’immensa crinolina il cui strascico ricadeva pesantemente a terra. Le maniche, in pizzo e raso francese, si dispiegavano in sbuffi morbidi e voluottosi come riccioli di panna montata. In effetti, l’intero abito richiamava per misteriose ragioni l’aspetto di un dolce troppo ricco. Rabbrividii nell’accorgermi di quanto fosse stretto il punto vita: Lily era sempre stata esile, magra e con una figura elegante e radiosa nella sua fresca bellezza da fata, ma stavolta avrebbe rischiato di morire sul serio prima di raggiungere l’altare.
“Mio padre lo ha fatto cucire appositamente a Parigi. Dice che vuole compensare in qualche maniera il primo regalo che Will e io abbiamo rifiutato.”
“Ancora con quella storia?” sbottai divertita nonostante tutto. “Ma glielo avete spiegato che non potevate accettare e perché, vero?”
“Certo, ma lo sai quanto è ostinato…e sì che gli avrò ripetuto chissà quante volte che non andremo a vivere in una bettola!”
L’occhiata che Elizabeth lanciò al suo vestito sarebbe stata sufficiente a incenerirlo.
Non aveva tutti i torti a ripetere che l’avrebbero fatta impazzire prima del matrimonio, ma avevo ragione di credere che tutti saremmo arrivati al giorno della cerimonia con una terribile, collettiva crisi di nervi.
Fin dall’inizio, lei e Will avevano avuto idee molto chiare sui loro progetti futuri: non volevano nulla di vistoso ed eclatante per celebrare la loro unione. Sarebbero state delle nozze semplici, con i loro amici e parenti più fidati, qualcosa che fosse in linea con la nuova vita che Elizabeth aveva scelto contro tutto e tutti.
Erano cambiate molte cose nel volgere di poche stagioni; come avevo sempre temuto, il signor Brown era morto all’inizio dell’autunno per un collasso da alcool: una sera aveva dato fondo a tre casse di bottiglie di Rum, senza fermarsi, e il suo fisico troppo grasso e debole aveva ceduto.
Si scoprì che aveva lasciato un testamento, dove aveva eletto come unico erede della sua officina e della sua attività il suo apprendista, William Turner. La voce si era sparsa per la città ad una velocità impressionante, portando con sé anche l’altra immancabile rivelazione: gli abitanti di Port Royal avevano avuto per anni un fabbro nascosto dietro il nome del padrone.
La conseguenza fu che Will non solo divenne estremamente popolare per l’ incredibile storia della Perla Nera e il salvataggio della sua promessa sposa, ma anche per il suo animo nobile e per il suo indiscutibile talento di artigiano. Tutti stravedevano per questo giovane così coraggioso e risoluto, capace di azioni da leggenda pur di salvare la donna amata…con mia immensa gioia, queste dicerie erano arrivate anche alle orecchie della nobiltà locale, furiosa per vedere consumarsi una tale infrazione alle tradizioni: una giovane lady in moglie a un figlio del popolo…ma il mondo stava cambiando, lo si avvertiva dai nuovi discorsi che si accendevano nei salotti dei più intelligenti tra gli aristocratici. Nuovi venti liberali soffiavano dalla vecchia Europa, ma non potevano certo essere avvertiti dalla maggioranza della società che contava, sempre chiusa nel suo paradiso asfittico di oro e titoli altisonanti.
Will si era subito dato da fare, impiegando al meglio quest’improvvisa fortuna: si era offerto di risanare gli arsenali di Fort Charles e delle sue navi, rimediando alle perdite subite in quegli ultimi mesi; il lavoro sembrava esaltarlo, invece che sfinirlo:adesso finalmente vedeva riconosciuta la sua abilità, adesso conosceva il suo passato e non se ne vergognava affatto. Poté prendere dei nuovi assistenti, saldare alcuni vecchi debiti e dedicarsi maggiormente alla forgiatura delle armi…e a un futuro radioso per lui e Lily. Aveva rilevato il vecchio terreno dove un tempo avevamo giocato tutti e tre insieme, e lì sarebbe sorta la casa dei futuri coniugi Turner: nulla di lussuoso ed esagerato, ma una dimora semplice, dignitosa, con un grande giardino; persino il vecchio salice su sui avevo imparato l’arte dell’arrampicarmi assieme a Elizabeth sarebbe rimasto al suo posto.
A questo però il Governatore si era opposto all’inizio: il suo dono per i due novelli sposi avrebbe voluto essere una villa, in omaggio alla figlia. Alla fine però aveva dovuto cedere, davanti alla garbata ostinazione del futuro genero.
“Io sono ciò che sono, signore. Vi vergognate di me?”
Davanti a questa domanda, Lord Swann non aveva saputo ribattere. Segretamente, era fiero del carattere di questo giovane Turner, e lo stavano capendo anche i detrattori più malevoli, mia madre compresa.
Avevo litigato ferocemente con lei anche solo per avere il suo permesso di accettare l’invito alla festa di fidanzamento ufficiale, e alla fine, quando si rese conto che avrebbe avuto contro il Governatore stesso, aveva capitolato sdegnata.
“Io sognavo…”
La timida voce di Lily mi riportò al presente.
“Cosa, piccola?”
“Avrei voluto…sposarmi con un vestito mio. Realizzarlo, pensarlo, cucirlo. E’ il sogno di ogni bambina, no?”
Ci guardammo, e le sorrisi carezzandole una mano. “Hai ragione…” osservai di nuovo l’ingombrante abito latteo e lucente; mi avvicinai di scatto, presa da un’idea venutami in mente quasi per caso. “Dimmi, come lo avresti desiderato?”
“Beh…innanzi tutto, più semplice!Senza tutti quegli sbuffi di pizzo; anche le sottogonne, dato che sono così tante, sono inutili. Non voglio sembrare una bomboniera, e a Will non piacerei di certo!”
“Allora, faremo in modo di avere il tuo vestito da sposa, d’accordo?” le proposi ammiccando.
“Cosa?…Oh, non vorrai…”
“Vorresti farmi credere che tu non ci hai nemmeno pensato? Manca ancora del tempo, e dandoci da fare in due…sono o no la tua testimone?”
“E mio padre come la prenderà?”
“Sarà una sorpresa per tutti, Will compreso. Ricordati che deve sposare te, non un vestito!”
Elizabeth chinò il capo, riflettendo per qualche istante ma vedevo già come i suoi occhi fossero accesi di una luce febbrile ed eccitata.
“Quando iniziamo?” mi domandò battendo le mani.
“Dopo averti dato una bella sistemata…hai i capelli spettinati e opachi, la faccia gonfia…non ci siamo!Devi essere magnifica come al solito, chiaro?”
“Non vedo l’ora che arrivino le tue, di nozze…così potrò assillarti alla stessa maniera!”
Prendendo una spazzola, per qualche istante rimasi seria. “Non ci sperare…io faccio paura agli uomini. Sono troppo…strana.”
“Lo sai che non è vero. Sei tu che respingi i corteggiatori, e non potrai continuare a farlo ancora per molto.”
“Sono le stesse parole che mi ha detto tuo padre” dissi scherzosamente iniziando a pettinarla. “Ma tu non hai idea di quanto sei fortunata…a quanto pare, Jack Sparrow ti ha fatto un dono molto speciale.”
“Che cosa vuoi dire?”
“Tu e Will siete cambiati molto dopo che vi ha salvato da Barbossa. Vi ha mostrato che nulla è impossibile.”
Lily si guardò un attimo allo specchio, poi rise a piano.
“Cosa ho detto di così divertente?”
“Papà ha ragione: il tuo intuito ti porta a inquadrare subito le persone, anche se non le conosci.”
“Sono una strega, ricordati il giorno in cui sono nata…” le bisbigliai con voce sibilante, mostrandole le unghie.
“Lily?Sybelle?Posso entrare?”
Il Governatore attese qualche istante, quindi aprì la porta.
“Vi devo parlare, si tratta di cose molto importanti.”
“Volete parlare della cerimonia? Non è troppo presto?”
Lord Swann scrollò appena il capo, e si sedette con aria stanca. “Vorrei dover parlare di cose così piacevoli, ma purtroppo non è così. Presto avremo visite molto importanti a Port Royal.”
“Di cosa si tratta?”. Non seppi perché, ma ebbi paura a porre una domanda simile.
“Arriveranno dei funzionari della Compagnia delle Indie Orientali, per poterci affiancare nel controllo delle rotte.”
Quando veniva usata l’espressione “controllo delle rotte”, significava una sola cosa: pirateria.
Avevo continuato a lavorare assieme al dottor Norton, e le storie che i soldati in cura nell’infermeria si scambiavano iniziavano a dipingere uno scenario inquietante per il futuro delle colonie europee nei Caraibi.
Dopo anni passati a combattere ribelli, pirati e semplici disertori che saccheggiavano le proprietà della Corona, le forze impiegate, i mezzi e gli uomini si erano dimezzati, logorati in una guerra nata senza un vero perché e senza un margine di conclusione.
L’ Interceptor era stata affondata, e prima era stato il turno dell’ancora più veloce e meglio armata The Braver. La Dauntless, l’ultima punta di diamante della flotta britannica dislocata nelle Americhe, sarebbe dovuta rimanere in rimessa per ancora parecchio tempo prima di poter riprendere il mare. A distanza di tempo, le ferite aperte dal bombardamento della baia di Port Royal non si erano ancora chiuse.
Era impossibile pensare di perdere il dominio delle rotte più importanti per il commercio con la madre patria.
L’arcipelago dei Caraibi era il ponte di congiunzione tra due parti di una terra immensa, e ancora tutta da scoprire: sui mercantili viaggiavano spezie, oro, cotone, caffè; tutti prodotti di cui erano ghiotte le corti europee e i mercati delle capitali e che le varie bande di fuorilegge si divertivano a togliere loro.
Mi ero sempre chiesta quando le varie compagnie private di armatori e navigatori si sarebbero mosse per porre fine a un’emorragia continua. Erano corporazioni ricchissime, finanziate da banche di varie nazioni e non facevano a capo a nessuna istituzione.
Le Compagnie commerciali erano nate con l’affermarsi della potenza inglese, una lunga marcia iniziata un secolo prima. Possedevano flotte imponenti e un vero esercito tra marinai, ufficiali e altre cariche. Le loro azioni erano dettate da una serie di leggi e codici che persino un re doveva accettare, anche quando esse andavano contro quelle del suo Stato.
Col passare degli anni, delle nuove terre scoperte al di là dell’ Atlantico, era nato un legame contraddittorio tra governanti e abili affaristi, spalleggiati da avventurieri mercenari e senza troppi scrupoli: erano sulle navi di queste leghe che si muovevano materie prime e metalli preziosi, erano sempre loro a pagare per avere sicurezza dai militari di Francia, Spagna, Inghilterra e Olanda. Proprio perché questi Paesi erano i primi ad aver bisogno di ogni genere di risorsa per aumentare ricchezza e potere, in una corsa sfrenata verso la supremazia assoluta.
Avevo sentito dire spesso che il Governatore Swann non amava molto avere delle relazioni con quei funzionari che si schieravano opinatamene dalla parte del più forte: adesso che la Gran Bretagna cominciava a perdere influenza sulle colonie nord-americane, i francesi stavano cercando di approfittarne, appoggiando i ribelli della Virginia e delle città costiere, spalleggiati da una delle associazioni mercantili più potenti ed antiche: la Compagnia delle Indie Orientali.
I suoi uomini erano già stati a Port Royal, di ritorno da una lunga spedizione nelle acque dell’ Oceano Pacifico…e mi ricordai ancora una volta il perché della loro missione di allora.
Scambiai un’occhiata furtiva con Lily, ma non dicemmo nulla.
“Quindi la situazione è così grave?” domandò avvicinandosi al padre.
“Si sta facendo grave, ma stiamo ancora aspettando il rapporto sulla situazione complessiva dai nostri agenti sparsi per l’arcipelago. Ma tu, mia cara, non devi preoccuparti di questo adesso: una sposa deve avere sempre un sorriso felice. Hai già provato il tuo abito?”
“Sì!” m’affrettai a mentire annuendo vigorosamente. “E’ un vero angelo, mylord…ma anche il padre della sposa deve avere una sorpresa al giorno della cerimonia, quindi non la vedrete con quell’abito prima di allora.”
“Mi arrendo alle tradizioni. Ah, Lily…ho visitato la vostra futura casa. Will e chi lo sta aiutando stanno facendo un ottimo lavoro.”
Sapevo quanto gli costava ammettere che la sua unica, adorata figlia non aveva sbagliato nel voler rompere gli schemi: ci sarebbero sempre state le lingue maligne che avrebbero spettegolato su lei e il suo fidanzato osservando ogni loro azione e commentandola velenosamente. Ma ero altrettanto sicura che nulla li avrebbe più divisi: avrebbero avuto una vita splendida, che probabilmente avrei anche invidiato, perché non avevo ancora catturato il mio ideale di libertà. Scintillava nel mare, tuonava nelle tempeste e mi aspettava pazientemente da troppi anni.
Forse era il momento per parlare a Lily di cosa voleva dire la lettera di mio padre, anche se non sarebbe servito a molto per raggiungere la verità: un segreto di Stato rimaneva tale anche per il Governatore di una colonia, e la sua importanza non sminuiva negli anni, me lo aveva insegnato mio padre.
“Sybel, cos’ hai? Mi sembri strana” mi disse una volta sole.
“Sono solo un po’ stanca. Dai, dammi una mano a capire come è stato cucito quest’affare…poi decideremo come renderlo più bello.”
Con un po’ di fatica-non si pensa mai a quanto possano pesare metri e metri di stoffa!-,tirammo giù il vestito dal suo sostegno e lo posammo su letto, iniziando a trafficare con le sottogonne e le trine che velavano le maniche.

Will assottigliò gli occhi, concentrandosi ancora di più sul minuscolo scalpello che teneva tra le dita. Valutò ancora per un attimo se l’angolazione fosse giusta, poi vibrò l’ultimo colpo con un martello altrettanto piccolo.
Sorrise soddisfatto; prese il pezzo di pietra che aveva finito di scolpire, e soffiò via la polvere in eccesso. Anche la seconda parte dello stampo era perfettamente riuscita, presto avrebbe potuto passare alla parte conclusiva del lavoro.
In officina c’era solo lui, quella mattina di inizio maggio. Aveva concesso un giorno di vacanza ai suoi due assistenti, perché anche loro potessero godere della parata navale che stava preparandosi nella baia. Anche lui ci sarebbe andato, con Elizabeth e il Governatore, ma prima di tornare a casa e cambiarsi aveva voluto finire una certa cosa, ovvero i preparativi essenziali per il regalo di nozze per Lily.
La confusione dei primi tempi era passata, svanita del tutto davanti alla realtà.
Era riuscito a realizzare il suo sogno, aveva avuto il coraggio di non tirarsi indietro.
Adesso, se pensava a quello che sarebbe successo quest’estate, uno strano senso di serenità e calma lo pervadeva: aveva una casa, e un punto fermo nella sua vita piena di misteri: Elizabeth, la sua Elizabeth. Non provava più vergogna nel definirla così.
Si tolse il camice di cuoio, posandolo sul tavolo da lavoro più vicino e controllò che tutto fosse in ordine prima di chiudere la porta e avviarsi per le strade piene di gente. Le banchine del porto avevano già iniziato ad affollarsi, i cannoni di Fort Charles, caricati a salve, aspettavano solo di avere il segnale prestabilito per tuonare all’arrivo delle navi della Compagnia delle Indie Orientali.

Note dell’autrice: rieccoci di nuovo qui, a prendere un po’ d’aria di mare sul ponte della Perla…sono davvero curiosa di sapere cosa ne pensate del Capitano che sto tratteggiando…spero solo di aver centrato abbastanza bene la sua figura, cosa non facile perché secondo me è una vera volpe e non è semplice capire cosa pensi, non sempre…in effetti, la seconda volta che ho visto il film, ho cercato di seguire bene le sue mosse, il suo modo di esprimersi e di fare. Meno male che la sala era praticamente vuota, altrimenti chissà cosa avrebbe detto la gente nel vedermi gesticolare e bofonchiare…eh eh eh!;P
(Insomma, ormai sei come me, my missy!^___^ndJack stranamente sobrio oggi…)
(Temo di sì…e non so se ridere o piangere!-____-ndMe che torna a sistemare le mappe…)
Ricchan-Edhelwen.