"Pirates of the Caribbean.
The legend of Sybelle "Storm" Russel".
By Rinoa-chan
Capitolo
quattordicesimo.
“L’ora di spiccare il
volo”
“Cosa ne pensi dell’ammiraglio d’
Angecourt?”
Mia madre me lo chiese così, con l’aria più
semplice ed ovvia che potesse assumere.
Ricordo che quella
mattina stavamo facendo colazione insolitamente insieme; era
stata lei a organizzare ogni cosa, dando disposizione che
fossimo servite sotto la splendida veranda piena di fiori che
s’affacciava sul giardino. Stava seduta di fronte a me, con
alle spalle i boccioli scarlatti del nostro cespuglio
d’ibischi in piena fioritura.
“Cosa dovrei pensarne?”
risposi visibilmente infastidita, e lasciando perdere di colpo
il caffè che stavo bevendo. Attesi qualche istante, ma non
ricevetti nessuna battuta furiosa e mi preoccupai quando,
alzando gli occhi, vidi che mi sorrideva indulgente.
“Non è
il caso di essere timide, sai? Anzi, penso che tu ti senta
comunque lusingata da tutte le attenzioni che ti sta
rivolgendo da quando è qui.”
“Non si può dire che sia
esattamente qui…è sempre in viaggio” aggiunsi
piluccando un biscotto.
In effetti, l’ Aiglon non aveva
trascorso molti giorni alla fonda nel porto.
Era ripartita
dopo una settimana, diretta verso la piccola isola di Saint
Luis; secondo una segnalazione dei nostri agenti inglesi, un
villaggio di pescatori dava ospitalità e rifugio ad alcune
bande di filibustieri che da molto tempo tenevano sotto scacco
le rotte mercantili che andavano verso l’oceano aperto, verso
il Portogallo e le Azzorre.
Non riuscii mai a sapere i
dettagli di questa missione, ma mi bastò vedere cosa intendeva
Allen d’ Angecourt quando parlava di pulizia giusta,
come amava definirla.
C’ero anch’io lungo i pontili quando
vidi emergere dalle stive della sua nave una lunga fila di
prigionieri, tutti incatenati alle mani e ai polsi.
Era la
copia, ancora più macabra e cruda, di ciò che avevo visto a
Fort Charles quando lo avevo visitato la prima volta…solo che
stavolta, in quella calca miserabile e silenziosa, di veri
pirati ce ne saranno stati cinque: il resto erano poveri
marinai cotti dal sole, piccoli contadini che cercavano di
guadagnarsi di che vivere dai terreni strappati al mare e alla
spiaggia, ragazzini spauriti ma che non volevano piangere.
Vidi volti piagati da lividi e contusioni, vestiti sporchi di
sangue. Quando il Commodoro mi sfilò davanti, lessi il rimorso
per quello che era stato costretto a fare. Will e Lily, che
erano al mio fianco, non dissero più una parola per il resto
della mattinata e tutti e tre declinammo l’invito di assistere
all’impiccagione di alcune presunte spie che informavano i
fuori legge dei movimenti della Royal Navy.
In poco più di
un mese, la Compagnia delle Indie Orientali aveva assunto un
tragico alone di fama, ma non si occupò mai dell’unico,
provato problema.
La nave pirata di cui Lord Swann mi aveva
parlato non era più solo una voce; aveva seminato morte nei
Caraibi e nel golfo del Messico, e secondo alcune fonti,
presto anche gli avamposti britannici più importanti avrebbero
corso seri pericoli. La situazione, invece che migliorare,
stava sensibilmente peggiorando ma di questo Allen non si
curava; finché dei corsari attaccavano e uccidevano altri
corsari, era tutto a nostro vantaggio: me lo ripeteva sempre
ogni volta che era ospite nella nostra dimora.
Destando la
feroce gelosia di tutte le fanciulle da marito di Port Royal,
io ero divenuta mio malgrado la sua… “prediletta”.
Da
quando mi aveva quasi aggredito nei pressi della futura casa
dei miei amici, l’ammiraglio non mi aveva mollato un istante;
ogni giorno c’era sempre un valletto che portava doni per me:
mazzi di fiori, abiti splendidi, gioielli…cose che
puntualmente guardavo per pochi istanti prima di gettarli in
un baule o buttarli via. Perché io sapevo la verità…tutta
questa attenzione in realtà serviva solo a tenermi
costantemente d’occhio. Mi chiedeva spesso cosa Will mi avesse
raccontato della sua avventura con Jack Sparrow, e io
puntualmente m’inventavo un mare di bugie: se poi avesse modo
di scoprire che mentivo, non avevo paura. Rimanevo pur sempre
la protetta del Governatore, e ormai ero un’adulta agli occhi
della legge, nonché figlia di una leggenda della Marina del
mio Paese. Se voleva giocare col fuoco, doveva stare attento a
non rimanere bruciato.
Io avevo altro per la testa, in quel
periodo…se mia madre avesse anche solo intuito cosa stavo
progettando, mi avrebbe sepolta viva nelle mie stanze.
“Non
mi hai ancora risposto” incalzò mylady tradendo il suo
crescente nervosismo. La maschera di madre premurosa stava già
iniziando a incrinarsi.
“Penso che sia un uomo senza
scrupoli, spietato e ambiguo. La sua bella faccia mi lascia
indifferente.”
Lady Catherine non poté sopportare oltre; si
alzò di scatto facendo cadere la sua bella, ampia sedia in
vimini e m’afferrò dolorosamente per un polso. Le leggevo
negli occhi fiammeggianti che voleva schiaffeggiarmi, e io non
abbassai lo sguardo sfidandola a concretizzare il suo più
intimo desiderio.
“Tu…sei insopportabile!” sibilò furente
con le belle labbra rosse che tremavano. “ Una sciocca, stolta
ragazzina che crede di poter fare ciò che vuole! Tuo padre,
tuo padre è stato…”
“La mia rovina?” conclusi con spietata
malizia liberandomi dalla sua stretta e lasciando a mia volta
il tavolo. “E’ questo che volevate dire, non è vero?
Avanti…perché non lo confessate? Così eviterete un nuovo mal
di testa!”
Rientrai in casa senza voltarmi, massaggiandomi
il braccio.
Presto la collera di mia madre sarebbe esplosa,
e non potevo permettermelo. Rischiavo di compromettere tutti i
miei piani.
Uno alla vota, avevo fatto impegnare tutti i
gioielli che Allen mi stava donando: il denaro che stavo
accumulando non mi bastava ancora per pagare il passaggio su
una nave, e dovevo ancora definire con calma la mia meta.
L’unica cosa chiara era che dovevo agire, altrimenti avrei
finito col morire prima di riuscire a liberarmi, e non potevo
lasciarmi andare.
Un lato razionale di me stessa continuava
ad urlare di lasciar perdere tutto, che non era compito di una
donna rischiare la vita per porre fine a un mistero durato più
di sei anni ma d’altro canto ero maledettamente convinta che
se non facevo qualcosa, qualsiasi essa fosse, avrei avuto un
rimorso lacerante per il resto della mia esistenza.
In
oltre, non ne potevo più di recitare, di sorridere a comando,
di piangere da sola nelle mie notti d’incubi. Non era vivere,
tutto questo…era una finzione da cui anch’io dovevo liberarmi,
altrimenti non avrei mai assaporato un briciolo di
felicità.
Corsi in camera mia, cambiandomi in fretta e poi,
a piedi, mi diressi verso la villa del
Governatore.
Elizabeth mi stava aspettando, ma dovevo anche
parlarle.
Avevo bisogno dei suoi consigli, e del suo
sorriso che capiva sempre ogni cosa.
Il “nuovo” abito
da sposa era ormai pronto; avevamo lavorato febbrilmente
togliendo uno strato inutile e ingombrante di sottogonne in
pizzo, scucito le maniche a sbuffo rendendole più semplici ed
eleganti ampliandone la svasatura.
Lo tenevamo in un angolo
appartato della camera da letto di Lily, dietro a un
paravento, sul suo manichino.
Quel giorno non lo toccammo
nemmeno per sbaglio.
Appena mi aveva visto arrivare,
Elizabeth aveva capito che qualcosa non andava.
Mi portò
nella biblioteca di suo padre, chiuse la porta a chiave,
avvicinò le nostre poltrone preferite.
Non so per quanto
tempo parlai, ma le confessai ogni mio dubbio, ogni mia più
piccola angoscia.
Le svelai cosa voleva dire l’ultima
lettera di mio padre, e del perché voleva che io portassi a
termine il suo compito, qualunque esso fosse.
“Lui non
avrebbe mai voluto che si arrivasse a tutto questo…la nostra
flotta stremata, la Compagnia delle Indie Orientali che ci
appoggia solo per motivi d’interesse che non conosceremo mai,
almeno che qualcuno non agisca. Non avrebbe perso tempo a
giustiziare sommariamente della povera gente, avrebbe dato la
caccia a questi nuovi pirati, avrebbe dato loro un volto e un
nome!” strinsi più forti le mani di Lily nelle mie, e lei non
le ritirò.
“Allora vuoi davvero partire?” mi chiese
semplicemente, scrutando nel fondo dei miei occhi scuri, dove
le screziature d’oro adesso erano lucide per le lacrime che
volevo trattenere a tutti i costi.
“Sì. Devo raccogliere
informazioni, devo sapere.”
Annuì lentamente alle mie
ultime parole; sapevo che non avrebbe fatto domande inutili,
banali. Non mi chiese perché.
“Devi dirlo anche a Will. Lui
conosce molti più cose sulla pirateria di me, e credo che
potrà dirti dove andare, ma sarà comunque pericoloso.”
“Lo
sarà anche per lui. Allen d’ Angecourt lo sta sorvegliando, e
forse sa addirittura di chi è figlio.”
“Lo credi sul
serio?”
“La sua Compagnia è molto potente, Lily. Non voglio
nemmeno pensare ai veri mezzi che essa possiede.”
“Io mi
sto ancora chiedendo cosa vogliano realmente.”
“Non sei
l’unica, purtroppo. Ma qualcosa stanno già facendo…limitando
il potere di tuo padre e della nostra flotta: ogni legge, ogni
editto deve passare prima il controllo dei funzionari e solo
poi potrà entrare in atto se ritenuta giusta.”
“Adesso però
non occupiamoci di questo, Sybel. Oggi pomeriggio andremo
all’officina di Will, e cercheremo di stabilire un
piano.”
“Quindi mi appoggi? Sei sicura?” domandai
ansiosamente.
“Nessuno può tenerti legata qui, l’ ho capito
da molto tempo…promettimi solo che te ne andrai dopo il nostro
matrimonio.”
“Pensi forse che vi lascerei da solo in un
momento tanto bello e importante, sciocca?” scherzai
abbracciandola forte.
Scendemmo insieme per andare in
giardino, quando una voce tristemente nota mi fermò.
“Miss
Russel, che piacere incontrarla qui” disse Allen dopo il
consueto bacia mano. “Avete ricevuto i miei ultimi
fiori?”
“Sì, erano…molto belli” risposi evasivamente,
fissando con ostilità i suoi occhi grigi.
“Le rose rosse vi
si addicono, l’ ho pensato dalla prima volta che vi ho visto,
e vorrei che questi miei doni facessero nascere il sorriso sul
vostro bel volto.”
Poco distante da me, Lily sgranò gli
occhi stupita da un corteggiamento tanto sfacciato.
“Miss
Swann, perdonatemi…potrei parlare con la vostra
ospite?”
“Sì, certo. Sybelle, ti aspetterò in
biblioteca.”
Uscimmo sotto la luce del sole; era una
giornata splendida, frizzante e limpida ma non riuscivo a
godermi nulla sentendomi trafiggere da quello sguardo che non
smetteva di scrutarmi da capo a piedi.
“Mylord” iniziai
stufa di reggere la maschera di un benevolo contegno “come mai
siete alla villa del Governatore?”
“Volevo incontrarlo per
parlare di una questione molto delicata ed importante, per me.
Nonostante i miei impegni ufficiali, non ho voluto rimandare.
E’ il vostro tutore, non è vero?”
“Sì, per volontà di mio
padre. Ma questo cosa può c’entrare con la vostra
missione?”
Allen rise sommessamente, e mi strinse con forza
una mano, fermandomi. “ In effetti, nulla…ma siete voi a
c’entrare. Non avete dunque capito le mie intenzioni?”
“Le
ho fin troppo chiare!” esclamai sdegnata. “Ma non posso
dimenticare il vostro comportamento di tempo fa…è stato
semplicemente vergognoso!”
Lo squadrai furiosa e rossa in
viso; l’ammiraglio sembrò incupirsi, diminuendo la stretta e
inchinandosi leggermente. “Vi prego di perdonarmi, miss. Mi
dispiace avervi offeso e intimorito, ma non ho saputo
trattenermi. Sembra non vi rendiate conto di quanto siete
bella, ed affascinante…nessun uomo ve lo ha mai
detto?”
“Io…”
“Le mie intenzioni a cui accennavo sono
sincere. Per questo ho intenzione di chiedere la vostra
mano.”
Per un attimo, dubitai seriamente di aver compreso
l’ultima frase. La gola mi si seccò di colpo, e le dita
divennero fredde.
“…Dite sul serio?”
“Assolutamente,
mademoiselle. E ho anche avuto occasione di parlarne con
vostra madre.”
“Lei…lei non mi ha mai detto nulla…”
balbettai tenendo lo sguardo perso nel vuoto. Dovevo
svegliarmi…era solo un orribile incubo…eppure era proprio per
questo che mylady aveva voluto stare con me quella mattina;
per “sondare il terreno”…
“Sicuramente lo ha fatto per
delicatezza. In fin dei conti, una fanciulla non deve
occuparsi di questi accordi…”
Stavolta reagii. Feci un
passo indietro, lasciando la sua mano; tremavo di rabbia e
collera adesso.
“Pensate che io sia un oggetto? Un qualcosa
da comprare, una bambola?” domandai sprezzante ed incredula.
“Quando avrei dovuto sapere di questo…fidanzamento? Il giorno
prima di sposarmi? E’ così?…non vi
avvicinate!”
“Mademoiselle” disse con tono
estremamente paziente mentre ancora una volta mi stringeva
prepotentemente a sé. “Dovrete arrendervi, prima o poi…e io
farò in modo che questa resa sia con me.”
Mi lasciò andare
bruscamente, non prima di avermi baciato di forza la mano.
S’incamminò tranquillamente lungo il vialetto di ghiaia,
lanciandomi un’ultima occhiata penetrante ed
ambigua.
L’ammiraglio rimase a guardarmi da dietro un
pergolato di glicini, e quell’odioso sorriso di superiorità
non aveva ancora abbandonato le sue belle labbra rosse e che
stavano facendo sospirare tutte le donne della città.
Mai
si sarebbe aspettato di trovare un tesoro simile durante la
sua missione più importante e pericolosa. La figlia indomabile
di Lord Robert Russel; ne aveva sentito parlare molto nei suoi
scali durante il viaggio che lo aveva portato nei Caraibi: una
giovane donna testarda e decisamente sopra le righe riguardo
ad educazione ed indole. Suo padre le aveva insegnato l’arte
della medicina e molte altre discipline ritenute non certo
utili per una viscontessa…eppure erano proprio queste
stranezze e il suo temperamento a darle tanto fascino. Un
fascino pericoloso, altero, aggressivo, unito a una bellezza
che l’ammantava quasi con sfacciataggine: una lunga chioma di
folti capelli corvini ravvivati da insoliti riflessi rossi,
tenui come i primi raggi del tramonto; una carnagione
dolcemente dorata dal sole di quelle isole tropicali e gli
occhi più penetranti che avesse mai visto, così
inconsapevolmente seducenti. E soprattutto, ancora
inconsapevole degli uomini…ne aveva rifiutati a decine, ma
stavolta la musica sarebbe stata diversa, molto diversa.
Il suo patetico tutore, quel Governatore da operetta senza
polso e decisamente troppo sentimentale non avrebbe potuto
porre ostacoli alla sua volontà, e sarebbe stato solo un primo
passo per ottenere tutto ciò che voleva. Era lì per
ottenerlo.
“Monsieur…”
“Jilles!” sibilò senza voltarsi
verso l’ombra che si teneva nascosta dietro una siepe di
bosso. “Spero che tu abbia un buon motivo per venire fin qui,
rischiando di farti scoprire.”
“Ho notizie per cui vale la
pena infrangere i vostri ordini.”
Un sussurro di vento
coprì la domanda di Allen, che venne compresa solo dal suo
nuovo interlocutore. Quando sentì la risposta, inchinò
lievemente il capo coperto dal suo cappello piumato,
nascondendo il brillio sinistro che illuminarono di
screziature azzurre i suoi occhi grigi.
“Fate sapere a chi
di dovere d’intensificare le azioni. E’ il momento di attuare
tutti i nostri piani,fate preparare la gemella.” disse
brevemente congedando l’informatore.
Rimasto solo tornò a
fissare la deliziosa, provocante mademoiselle Russel, ancora
ferma all’ombra di una palma.
Avrebbe conquistato anche
lei, l’avrebbe avuta insieme a tutto il resto, come era sempre
stato abituato a fare.
Il cuore premeva furioso contro
il mio petto, e non riuscivo a calmarlo; un nodo di lacrime
premeva nella gola arida, ma non avevo nessuna intenzione di
cedere.
Fino a pochi istanti prima, avevo parlato di
libertà, di fuga, di mettermi alla prova. Tutto il mio
splendido castello d’idee e propositi stava franando
lentamente ma senza che io potessi fermarlo.
Ero solo una
donna e una donna i quegli anni era solo un essere minore, con
molta meno importanza rispetto ad un uomo.
Le sbarre d’oro
della mia cella, alla fine, si stavano trasformando in mura;
da una parte ci sarei stata io, e dall’altra tutto ciò che mi
era stato insegnato, tutti i miei sogni, i miei desideri.
Non potevo più aspettare, e non sapevo per quanto tempo
avrei resistito alle pressioni della mia famiglia e del
Governatore: se la storia di questo ventilato fidanzamento
fosse diventata ufficiale, mia madre si sarebbe rivolta a mio
zio, divenuto Conte di Chester alla morte del nonno; e
l’ammiraglio Russel, fedele braccio destro dei reali inglesi,
era un uomo troppo ambizioso e calcolatore per non valutare i
vantaggi da trarre dandomi in moglie a uno dei membri più
importanti e potenti della Compagnia delle Indie Orientali. In
caso di un suo consenso, persino Lord Swann avrebbe dovuto
piegarsi alla sua decisione. E io con
lui…
No!
L’urlo mi rimbombò nella testa ovattata
dalla confusione e mi diressi decisa verso la villa. Non mi
sarei lasciata convincere con tanta facilità. Era l’unica cosa
ci cui ero certa nella mia
confusione.
*************
“Non sono un buon
segno” borbottò Gibbs. Portò alle labbra la sua inseparabile
fiaschetta di Rum, e ne bevve un lungo sorso rimanendo seduto
su una delle casse poste sulla plancia del timone.
“Le ho
viste anch’io” disse Jack posando la mano sul fianco destro e
assottigliando gli occhi scuri e penetranti.
La notte non
era limpida; masse di nuvole scure nascondevano la via lattea
e anche la luna appariva e scompariva nei nugoli neri che
l’inseguivano. Il mare era agitato da onde grosse e nervose;
le lanterne fissate agli alberi oscillavano gettando guizzi di
luce sul ponte e un filo di nebbia plumbea si stava stendendo
dall’orizzonte, spazzata ovunque da un vento sempre più forte
e pungente.
“Dovremo essere in vista di Port Royal entro le
prime luci dell’alba” mormorò il capitano ripassandosi
mentalmente la rotta che aveva scelto.
“Non avrai certo
intenzione di entrare in porto con la Perla, vero?”
Jack
sospirò con teatrale rassegnazione. “Quando la smetterai di
fare domande inutili? Entreremo in città da una…porta
secondaria, comprendii?”
“Certo” sbottò il primo ufficiale
grattandosi nervosamente i capelli brizzolati trattenuti in un
codino. “Ma potresti spiegarmi come faremo!”
“Lo vedrai,
vecchio mio, lo vedrai. Fidati del tuo comandante” rispose con
calma il pirata con un mezzo
sorriso.
“Capitano!!”
L’urlo della vedetta squarciò la
calma della notte.
“Reggi il timone!” ordinò Jack correndo
sotto l’albero di trinchetto. “Allora, giovane Perris!Cosa
succede?”
“Dovreste guardare a prua, signore! C’è del fuoco
sull’acqua!”
Jack non si scompose alla strana affermazione
del suo marinaio; Michael Perris era detto “Hawkeye”, e mai
tale nomignolo era stato più appropriato. Quel ragazzo
dinoccolato e dai capelli rossi aveva la vista più acuta
dell’intera ciurma e se aveva detto ciò che aveva detto, c’era
un buon motivo. Il capitano prese da una delle tasche della
sua logora giacca blu un cannocchiale d’ottone e lo allungò
con un gesto fluido.
Il giovane Hawkeye non aveva
sbagliato neppure stavolta; dal buio cupo della notte che
preannunciava tempesta presero ad emergere i resti di una nave
avvolti dalle fiamme. Una cosa decisamente insolita, a meno
che non fosse esplosa la stiva delle polveri…ma ci volle poco
per capire che non era così.
“Gibbs!” urlò perdendo di
colpo la sua solita aria leggera e bonaria. “Fa suonare la
campana, butta già tutti dalle brande! E guai se trovo
qualcuno in ritardo!”
L’uomo non si fece ripetere l’ordine
due volte. Gli era bastato incrociare lo sguardo del suo
superiore per capire che non c’era nulla da scherzare: Jack
Sparrow si trasformava completamente quando i giochi si
facevano seri. Il suo sguardo diventava di colpo freddo,
glaciale, facendo passare in secondo piano il suo continuo
gesticolare.
I rintocchi frenetici dell’allarme
rimbombarono in ogni locale e stiva della Perla Nera; dal
boccaporto e dal quadro di poppa presero ad emergere le figure
dei membri dell’equipaggio e uno ad uno corsero tutti sotto la
plancia del timone, in attesa di sapere cosa stava accadendo.
Nello stesso momento, Hawkeye lanciò un altro grido.
“Nave
dietro di noi! Ci saranno addosso tra poche miglia!!”
Per
la seconda volta, Jack alzò il cannocchiale e una smorfia di
disappunto gli storpiò il viso. Dalla foschia stava iniziando
ad emergere un veliero imponente, e sull’albero maestro
sventolava un grande Jolly Roger; non sembrava
possedere segni di riconoscimento particolari, ma l’agitazione
sul ponte non prometteva nulla di buono.
“Capitano, ci
stanno rubando il vento, stanno seguendo la nostra rotta! Non
potremo evitarli!”
“Avete sentito, branco di cani
addormentati? Svegliatevi ragazzini e armate i
cannoni!”
Nel giro di pochi secondi, il ponte della Perla
Nera divenne un piccolo inferno; nei fianchi delle stive i
bombardieri aprivano le nicchie iniziando ad apprestare
l’artiglieria; i cannoni vennero puliti con rapidità ed
efficienza, mentre i primi barili di proiettili e polvere da
sparo venivano portati fuori dal magazzino.
Anamaria,
aiutata da altri due compagni, stava distribuendo
sovraccoperta pistole e fucili; due grossi mortai vennero
portati sui castelli di poppa e prua.
Un fischio acuto
sovrastò quel chiasso roboante fatto di urla ed
incitamenti.
“ATTENTI!!”
Una palla di cannone di grosso
calibro volò letteralmente poco al di sopra dei pennoni,
andando a cadere fragorosamente poco oltre la prua ed
esplodendo sott’acqua. Il mare ribollì e schizzò in alto in un
fragore di spruzzi, la nave iniziò a beccheggiare
innaturalmente colpita in pieno dalla forza d’urto del
colpo.
“Ma che razza d’artiglieria hanno quei
bastardi?”
“Silenzio, non è il momento di piagnucolare,
donnicciole!” tuonò il capitano riportando un attimo di calma.
Non erano ancora a portata di tiro, e quello era stato un
avvertimento chiarissimo, ma non poteva dare segni di
cedimento. Il nemico era ancora lontano per rispondere al suo
fuoco, ma dovevano rimanere tutti lucidi, e dimostrare ancora
una volta di meritare il titolo di ciurma più famigerata di
quell’angolo di mare tra le due Americhe!
“Hai capito di
chi si tratta?” gli domandò Gibbs acquattandosi accanto a
lui.
“Certo. Degli ultimi ospiti che qualsiasi di noi
vorrebbe avere.”
“Non trovi strano che questi diavoli si
trovino così vicino a un’isola inglese?”
“Dalle storie che
abbiamo sentito, questi non hanno paura nemmeno del demonio in
persona…ed è una cosa che ho già sentito neppure troppo tempo
fa…DANNAZIONE, STATE TUTTI GIU’!!”
Una seconda bordata
sorvolò la Perla e stavolta divelse la parte superiore del
trinchetto, facendo volare fuori bordo buona parte della tolda
tra una pioggia di acuminate schegge di legno. Hawkeye, appena
sceso dalle sartie per dare man forte al resto
dell’equipaggio, ringraziò la Vergine per non essere stato
ancora là sopra.
“State pronti, voi altri…preparate le
micce!”
Un silenzio irreale calò sotto le vele. Occhi
spiritati e traboccanti vendetta stavano chini sui cannoni che
non vedevano l’ora di ruggire. Nessun nuovo colpo accompagnò
l’inesorabile avvicinarsi della grossa fregata che allargò la
rotta verso tribordo, iniziando la manovra
d’affiancamento.
Jack Sparrow non aveva mai visto un
attacco del genere, ma non aveva alcuna intenzione di subirlo
ancora per molto.
“Gibbs, preparati a strisciare
sottocoperta più in fretta che puoi e poi dì di aprire il
fuoco!”
L’ufficiale annuì impercettibilmente e sempre
rimanendo chino quasi a quattro zampe lasciò la plancia del
timone.
“Cinque…” mormorò il capitano chiudendo gli occhi.
Adesso avrebbe saputo se i suoi calcoli si sarebbero rilevati
giusti. “…quattro…tre…” Gibbs doveva quasi esserci…
“…due…UNO!!”
In un attimo, la calma irreale che era
precipitata sul mare si spezzò sotto il rombo di decine di
bocche ora fumanti e in attesa di vomitare contro il nemico
nuovi proiettili.
Tra scoppi di urla, altre fiammate
esplosero nel buio, illuminando a tratti i due velieri
impegnati nello scontro.
La mira della ciurma di Jack face
in modo di meritare la fama sinistra di cui godeva: molte
palle di piombo saettarono all’unisono contro le fiancate
massicce della fregata, portandosi via al loro passaggio pezzi
di murate e parapetti. L’albero maestro venne investito in
pieno da una granata, e la sua vela principale svolazzò per
qualche istante senza sostegno come un orribile fantasma prima
di cadere con tutte le sue cime sui marinai
nemici.
“Maledetti figli di puttana!” imprecò sonoramente
uno di loro preparandosi ad incitare maggiormente chi stava
usando l’artiglieria.
“Ti ho forse detto di rispondere al
fuoco?” intervenne una voce bassa; era tetra, priva di
qualsiasi accento e modulazione. Il pirata l’avvertì scorrere
lungo tutta la schiena, in un lungo brivido che gli tamburellò
lugubremente ogni vertebra.
“Ma, signore…” provò ad
obiettare senza osare voltarsi.
“Lasciamoli cadere in
trappola, lasciamoli sfogare. Non è ancora venuto il momento
di massacrarli.”
“Come desiderate. Siete voi a comandare”
rispose a denti stretti.
La figura alta, completamente
avviluppata in un mantello nero completato da un cappello
dello stesso colore, sorrise sottilmente.
“Fate cantare i
vostri fucili, topi di fogna!” gridò all’improvviso. “E
preparate un solo cannone, e puntatelo sul castello di
poppa!”
Con un gesto fluido, slegò il laccio fermo sotto la
gola e scese sul ponte coperto dal fragore assordante delle
armi. Si muoveva con straordinaria agilità tra i suoi uomini,
leggero come un’ombra e senza far sparire il maledetto sorriso
che spaccava a metà l’espressione imperturbabile del suo viso.
La musica infernale in cui erano impegnate le navi non
accennava a diminuire, lasciando passare in secondo piano il
vento che continuava a spingerle sempre più forte, e sempre
più verso il muro di nubi brontolanti che stavano divorando le
stelle. Esattamente come aveva previsto.
Con un gesto
impaziente, buttò a terra uno dei bombardieri scelti del suo
equipaggio e si chinò sull’affusto, aggiustandone
personalmente la traiettoria. Aveva la mente miracolosamente
sgombra, vuota: nessun dubbio, nessun ripensamento, nessun
ricordo…come era sempre stato perché lui non possedeva un
passato da molti anni ormai. Adesso, l’unica cosa importante
era dar voce al pezzo di ferro dentro cui percepiva ribollire
la polvere da sparo…questo, lui sapeva fare. E nessun altro
poteva farlo meglio. Era la sua unica, incontestabile
vanità…
Corresse ancora la mira, cercando con lo sguardo il
suo bersaglio. Lo vide: in piedi sulla plancia del timone, con
la spada sguainata, che incoraggiava la battaglia
gesticolando.
La miccia prese fuoco, si consumò in un
secondo.
Jack avvertì un formicolio sempre più fastidioso
che gli tormentava la schiena e parte del braccio. Si voltò
appena, udì quel sibilo che poteva dire solo una cosa e lasciò
che l’istinto lo sopraffacesse.
Cozzò malamente col petto
contro le assi di legno. Scricchiolii acuti, e una tremenda
sensazione di calore lo sfiorò pericolosamente.
Un’esplosione.
Si era buttato a terra appena in
tempo.
“Capitano!!”
Anamaria riuscì a raggiungerlo
strisciando contro ciò che restava della murata devastata e lo
scosse per una spalla. La mano della ragazza non era stata
certo pesante, ma quel tocco…quel semplice tocco…Dio, se
faceva male! Un male terribile, sordo, che gli serpeggiava per
ogni fibra del braccio destro e lungo il collo. Rotolò
goffamente sulla schiena, e qualcosa di caldo e rosso prese a
inzuppargli la camicia, il tessuto spesso della giacca. Gli
pareva di aver piantato nel corpo una serie di chiodi
roventi.
“Si stanno allontanando!”
La voce di Gibbs gli
giunse debole, remota, persa nelle fitte di dolore che lo
stavano paralizzando. Pensò incoerentemente che non era
possibile, era stato troppo facile…strinse gli occhi, ma
scoprì di non essere vittima di nessuna allucinazione: il
lampo che aveva visto era vero, e lo avevano visto anche gli
altri.
“Mai visti bastardi tanto intelligenti” mormorò con
una mezza risata che si spense in una smorfia che gli
contrasse la mascella.
“Anne, il timone è ancora intero?”
domandò mettendosi a sedere. Il rivolo di sangue che gli
scendeva lungo il braccio si fece improvvisamente più
copioso.
“Sì” rispose allarmata. “Il colpo di cannone ha
solo preso il parapetto, ma voi…”
“Lasciami perdere per il
momento e vedi di cambiare rotta prima di finire nelle braccia
di madama tempesta!”
Riuscì a scuoterla abbastanza da farla
scattare alla ruota.
Alzò una mano con troppa fatica per i
suoi gusti, e tastò la spalla. Si guardò intorno: dappertutto
c’erano grosse schegge di legno nero, e parte del corpo della
sua Perla adesso era conficcato nel suo. Non era esattamente
questo che intendeva quando pensava di essere in simbiosi con
la sua nave.
“Jack! Per tutti i diavoli, sta
fermo!”
“Piantala Gibbs!” urlò cercando di mettersi in
piedi. “Muovetevi a virare, ammainate le vele e pregate di
riuscire a portare la vostra pelle pidocchiosa a Port
Royal!”
La vista iniziava ad annebbiarsi, non avrebbe
potuto far finta che nulla fosse accaduto ancora per
molto.
I lampi che correvano sotto le nuvole presto
divennero tuoni, e le onde si stavano gonfiando grigie e
minacciose abbattendosi contro lo scafo.
“Portate i feriti
sotto coperta, se ce ne sono e…” si piegò sulle gambe,
improvvisamente senza forze.
No, dannazione…non ancora,
no…non era il momento di cedere. Non ora che la vendetta e la
frustrazione stavano iniziando ad ammorbare il poco di
lucidità che ancora aveva.
Ormai, l’altro veliero pirata
era solo un ricordo che si stava perdendo con
l’orizzonte.
“Perfetto” si limitò a commentare qualcuno
abbassando il cannocchiale.
“Perché non lo avete ucciso,
signore?” chiese ancora il pirata che lo aveva interrogato
prima. Girò l’unico occhio che possedeva verso il suo
interlocutore. “ Lo avevate sotto tiro.”
Una mano nodosa e
dalle dita forti, segnate da piccole bruciature, guizzò verso
di lui e si chiuse sul suo collo.
“Io detesto ripetermi,
Morris!” sussurrò contro la sua faccia che stava diventando
rapidamente violacea e gonfia. “Non ci è stato
ordinato!”
Mollò di colpo la presa, lasciandolo cadere
sulle ginocchia. Morris sputò e tossì massaggiandosi la gola,
ma quando alzò lo sguardo sul proprio capitano si trovò la
lama della sua sciabola contro la carotide.
“Li abbiamo
mandati incontro a una bella sorpresa, cerca di ricordartelo.
Non è detto che la evitino. E’ ora di tornare verso Tortuga…e
non farmelo ripetere.”
Il nostromo annuì cacciandosi in
fondo allo stomaco l’insulto che avrebbe voluto rivolgere a
quell’uomo freddo, insensibile e a cui doveva obbedire per
ordini superiori…ma erano quegli stessi ordini a portare la
marea incredibile di denaro e bottini con cui venivano
ampiamente pagati per attaccare anche i navigli di altri
filibustieri.
Doveva subire, se voleva arricchirsi ancora
di più…subire Unknow, un Corsaro sbucato chissà dove e di cui
non si sapeva nemmeno il vero nome. Non si sapeva nulla, lui
era il nulla. Gelido, impassibile, lo sguardo vuoto che non
poteva tollerare di essere riempito dalla più innocua
emozione. Esisteva, semplicemente, e la sua esistenza era
macchiata solo di sangue. Lo versava senza rimpianti, senza
soffermarsi minimamente su perché stesse uccidendo
qualcuno.
Gli era stato detto di farlo, ed era l’unico
scopo che lo teneva attaccato a una vita in cui c’era solo un
presente senza apparente significato.
Note
dell’autrice: …sento gridare… “Walking on the plank,
walking on the plank!”…e perché mi state guardando così male?!
O___o?
Vi ricordo che se mi date in pasto agli squali, non
vado avanti con la storia…e poi pensate davvero che lascerei
in quelle condizioni il nostro capitano?! Certo che no…e poi è
comparso il Corsaro Unknow…perciò è meglio farmi tornare a
bordo, vi assicuro che ne vale la pena!!!:P
(Mannaggia…c’
ha fregato…-___-‘ …ndLettori gabbati…)
Su, abbiate fede
ragazzi…presto si chiarirà tutto!Almeno questi sono i miei
progetti ora…^o^…ohohoh!!
(Adesso sì che ci
preoccupiamo…ndLettori ora mooolto spaventati…)
Yo-ho,
beviamoci su! (Comunque
vada…:P)