"Pirates of the Caribbean. The legend of Sybelle "Storm" Russel".
By Rinoa-chan






Capitolo sedicesimo.
“Il Capitano della Perla Nera”

“Prima devo esaminare la ferita. Will, Anamaria, datemi una mano a tenerlo fermo.”
“Un momento, missy!
Fu la prima volta che Jack mi chiamò così.
A quanto pareva, il capitano della Perla aveva ancora forza per contestare nonostante vedessi come la febbre gli bruciasse negli occhi lucidi. “Un momento…perché dovrebbero tenermi fermo?”
“Io non voglio certo sminuire il vostro coraggio, ma vi assicuro che sarà necessario” dissi con pazienza, sperando che non volesse obiettare ancora. Anche i minuti erano preziosi, e dovevo fare qualcosa prima che la necrosi si manifestasse. Mi levai la veste da camera, gettandola sul pavimento.
“Si può sapere cosa avete da guardarmi?” domandai accorgendomi di essere al centro dell’attenzione. Lo sguardo di Jack Sparrow divenne di colpo vivido ed interessato nel notare come la camicia da notte mi disegnasse scrupolosamente le curve di fianchi e gambe.
“Devo potermi muovere a mio agio, e con quell’affare addosso non avrei potuto fare molto!”
Sbuffando seccata e accompagnata da una piccola risata maliziosa resa debole dalla malattia, aprii uno dei miei astucci e presi un paio di forbici.
Quando mi avvicinai al letto, il pirata aveva esaurito la sua verve naturale e pungente. Cercava di fare l’impossibile per non far capire quanto stesse soffrendo, ma stava lottando contro un nemico invisibile ma spietatamente determinato. Tenendo gli occhi socchiusi, mi osservò in silenzio mentre tagliavo le bende strato dopo strato.
La ferita si estendeva dalla congiunzione della spalla destra lungo il braccio: c’erano varie cicatrici ancora aperte, gonfie sotto i punti messi maldestramente. La pelle scottava sotto le mie dita. Anamaria mi aveva detto il vero: avevano tentato di rimuovere ogni scheggia presente, ma il lavoro era stato portato avanti sommariamente anche se non potevo farne colpa a nessuno. Ero a bordo di una nave, non all’ospedale di Fort Charles.
“Avete delle mani molto gentili…” mormorò debolmente il capitano mentre gli scostavo i lunghi capelli neri trattenuti dall’immancabile bandana.
“Le ho sempre quando devo curare qualcuno” risposi a piano prima di voltarmi verso Will. “Forza, è il momento. Bloccatelo.”
Will annuì e andò a fermare l’altro braccio di Jack.
Iniziai a tastare i muscoli, sentendoli contrarsi per le fitte di dolore. Il capitano sgranò gli occhi prima di richiuderli violentemente, e strinse la mascella fino a far stridere i denti. Lentamente, arrivai al punto che più m’interessava e che già alla prima occhiata aveva destato la mia preoccupazione. Nel punto in cui il muscolo della spalla andava a inserirsi sull’articolazione dell’omero, c’era un’escrescenza rossa, e che iniziava ad assumere un colore che non mi piaceva per nulla.
“Devo incidere qui. Questa ferita non è stata pulita del tutto perché una scheggia è rimasta dentro, e qui il tessuto epidermico ha già iniziato a guarire coprendola.”
“Eh?” domandò Gibbs chiaramente frastornato da un linguaggio troppo complicato per uno che era abituato alle situazioni chiare e definite.
“Devo aprirlo” dissi prima che Jack potesse parlare. “Come si aprirebbe…oh, lasciamo perdere!”
Tornai alla mia borsa, e aprii nuovi astucci. Adesso era il momento di sapere quanto ero fortunata realmente. Non avevo nulla per medicare e disinfettare; non avevo avuto il tempo di correre nello studio di mio padre dove tenevo nascoste cose come cloroformio e vari tipi di antisettici. Dovevo chiedere, e quei pirati avevano tutto l’interesse nell’aiutarmi.
“Ho bisogno di acqua bollente, dove poter sterilizzare questi” e mostrai i bisturi e un piccolo forcipe. “E poi del vino caldo…e avete dell’alcol puro per caso?”
“Sì, Cotton ne ha sempre, ha la mania di distillare liquori…”
“Bene, allora portatemi prima l’alcol…dobbiamo mandare qualcuno nel mondo dei sogni.”
Io e Will ci scambiammo un’occhiata complice, e poi guardammo Anamaria e Gibbs. Tutti e quattro, alla fine, scrutammo con aria poco raccomandabile il povero paziente.
“Non bene, dolcezza…” borbottò Jack tamburellando nervosamente le dita sul copriletto.
“Volete aver salva la pelle?” domandai perentoriamente ben decisa a farmi rispettare. “Allora dovrete fidarmi di me…se aspettiamo ancora qualche ora, dovrò amputarvi il braccio, e non è detto che sarete vivo dopo un trattamento simile!”
Il capitano mormorò qualcosa che non capii, e sospirò rassegnato alzando gli occhi al cielo.
Il bell’angelo dai capelli corvini si stava rivelando la donna più testarda e strana che avesse mai incontrato. Da come teneva in mano quei coltelli sottilissimi e che brillavano come argento si vedeva chiaramente che sapeva usarli…non aveva mai visto molti veri dottori all’opera, ma gli parve per lo meno inconsueto scoprirne uno di sesso femminile.
Anamaria corse in cambusa per prepararmi e portarmi tutto quello che avevo chiesto. Will rimase con me, e mi aiutò a disfare le bende di cui avrei avuto bisogno.
“Jack, so che non è il momento opportuno…ma posso sapere perché sei qui?” domandò a un certo punto squadrando con aria severa l’amico.
“Oh, questa tua diffidenza mi offende! Potevo forse non venire a congratularmi per il tuo imminente matrimonio?”
Will posò di scatto le garze sul primo mobile utile che trovò. I suoi occhi color caffè si dilatarono per un attimo, il viso impietrito da un lampo di stupore.
“Ma sai i rischi che corri a venire qui? Specie adesso?”
Jack non rispose. Cercò di alzare il braccio sano, ma si arrese subito. “Io adoro i matrimoni. Lo sai, no?”
Un tremito nervoso lo percorse da capo a piedi, facendomi temere che da un momento all’altro potesse saltare addosso al pirata puntandogli la spada alla gola. Una risposta del genere, che in realtà tutto era tranne una risposta, avrebbe irritato chiunque. Ma nel suo sguardo non c’era solo esasperazione…lo vidi sorridere impercettibilmente, e abbassò il capo quando si accorse che lo avevo visto.
“Jack, io…” non finì mai la frase. S’irrigidì di colpo. “Sybelle…”
“Cosa c’è?”
“Ha perso i sensi!”
“Maledizione!” imprecai alzandomi di scatto e correndo a tastargli la fronte. Sotto un velo di sudore diaccio, il corpo di Jack Sparrow sembrava essere divorato dalle fiamme dell’ Inferno che lo stava reclamando. La sua vita stava scivolando via da quel sangue bollente che gli stava seccando le vene.
Mi morsi un labbro con forza, e slegai maldestramente il bandana rosso che gli cingeva il capo, usandolo poi come laccio emostatico, stringendolo spasmodicamente poco al di sopra del punto in cui dovevo operare.
“Ma come è possibile che un pezzo di legno gli sia rimasto dentro?”
“Guarda queste due labbra di carne. Hai presente quanto forte è l’impatto con un oggetto acuminato? Gli si è conficcato nel muscolo, la pelle lo ha nascosto e la febbre è dovuta al corpo estraneo che ha ancora dentro!Ho bloccato il flusso sanguigno, ma Anamaria deve fare presto!”
Una qualche divinità sconosciuta mi diede ascolto; la ragazza e Gibbs spalancarono la porta portando dei tegami fumanti. Gettai gli strumenti operatori nell’acqua, e rimboccandomi le maniche immersi le mani nel vino caldo, lavando accuratamente le dita.
“Will, inzuppa uno straccio di alcol puro e mettiglielo sotto il naso, tenendo premuto! Voi potete uscire.”
Anamaria annuì senza parlare, ma prima di chiudere la porta mi fissò dritto negli occhi, e lessi una minaccia molto concreta; sarebbe stata capace di uccidermi in un momento di follia, se non avessi tentato il tutto per tutto per salvare il capitano della Perla Nera.
“Sei rispettato dai tuoi uomini” sussurrai in un riflesso d’ammirazione. “Sei un uomo ben strano, Jack Sparrow.Ancora una volta non so che pensare di te.”
Recuperai il primo bisturi, pulii la pelle intorno con un altro alcol e affondai la lama in un’incisione a croce.
Will arricciò istintivamente le labbra nel vedere il fiotto di pus che ne sgorgò misto a sangue di un insano colorito scuro.
“Sybelle, prima parlavi sul serio?”
“Riguardo cosa?” domandai umettandomi lentamente le labbra con la punta della lingua e senza alzare gli occhi.
“Riguardo l’amputare. Tu lo hai mai fatto?”
Una pausa. Soffiai dal naso, e continuai il mio lavoro, allargando il taglio. “Sì. Anche se ho solo guardato. Ero con mio padre.”
“Dio, non me ne hai mai parlato!”
“Will, stai calmo e tieni quel maledetto fazzoletto! Adesso non è il momento di discuterne, chiaro? Avanti…so che ci sei…”
Finalmente sfiorai qualcosa che non era certo elastico come un’articolazione di cartilagine.
“Ecco!” esclamai trionfante mentre una grossa goccia di sudore mi scendeva lungo il collo. “L’ ho trovato!”
Posai il bisturi e presi il forcipe, introducendolo con cautela nell’apertura.
A ogni movimento che compivo, pregavo con tutto il mio fervore di non tremare, di non esitare proprio adesso. Non mi doveva importare il fatto che non conoscevo quest’uomo, che fosse uno dei fuori legge più ricercati dalla Royal Navy…
Daddy…guida la mia mano, non lasciarmi!
Ricordai le prime volte che mi parlò di medicina; mi ricordai di Will disteso su un lettuccio in una cabina della Mermaid. Anni prima, una vita intera prima.
La prima volta che vidi un soldato ferito, che imparai a fasciare correttamente una frattura.
Perché lo fai?Perché devi per forza andare contro ogni cosa, razza di ragazzina testarda? M’ammonì il mio lato razionale.
Le due pinze si strinsero alla scheggia.
Perché sono fatta così. Perché ho visto troppa morte, perché quello che so fare è uno dei miei doni. E gli ho promesso di non lasciarli morire!
La fibra muscolare, privata dal flusso di sangue dal laccio emostatico, rimase molle e potei estrarre un pezzo di legno nero acuminato, una sorta di primitiva punta di freccia schizzata dal corpo ferito della Perla Nera contro il suo capitano.
C’ero riuscita.
“Adesso…passami quei pezzi di lino. Com’è il respiro del paziente?”
“Dorme come un angioletto, il che è tutto dire.” La voce di Will adesso era venata di un evidente sollievo.
Pulii tutta la spalla, e poi presi l’ago da sutura e il filo di seta, iniziando a cucire.
“Va a chiamare i suoi compagni. Se la febbre si abbassa nelle prossime ore, è fuori pericolo.”
Mi sfiorò la schiena.
“Sì?”
“Sei davvero incredibile. Lo sai, vero?”
“Fa sempre piacere sentirselo dire” risposi concedendomi una debole risata.
Un pallido raggio di luna penetrò nella cabina dai vetri smerigliati delle finestre. Solo allora mi accorsi di quanto tempo fosse passato da quando avevo visto un gruppo insolito di persone nel mio giardino. Doveva essere mezzanotte, e il gelo dello shock iniziava a conquistare centimetro dopo centimetro i miei nervi.
Forza, Sybel…prendi le forbici più piccole…ecco…hai finito.
Stavolta, Anamaria entrò quasi in punta di piedi, e senza il suo fido cappello. Le sorrisi stancamente chiudendo la fasciatura.
“Farò raffreddare l’acqua rimasta, e poi farò degli impacchi per abbassare la temperatura. Ci sono altri feriti?”
“Non così gravi. Quei bastardi non volevano affondarci, ma mandarci contro la tempesta.”
“Siete riusciti ad evitarla?”
“Ne siamo usciti indenni” rispose con un’alzata di spalle. “Merito del capitano; in mano sua, questa nave non andrà mai a far compagnia ai pesci.”
“Ha governato la Perla Nera in queste condizioni?” domandò Will, ma senza troppa incredulità; era un comportamento che si sarebbe aspettato da un pirata che per dieci anni aveva affrontato qualsiasi prova pur di riavere ciò che gli era sempre appartenuto. In oltre, potevamo essere certi che lo aveva fatto anche per salvare la sua ciurma.
“Usate vino per pulire le ferite degli altri, e quando sarà ora di mangiare, date loro della carne. Hanno bisogno di energia e di qualcosa di sostanzioso per compensare il sangue perso.”
La giovane pirata mi guardò, e mi strinse una mano.
“Grazie. A nome di tutti noi.”
Uscì dalla stanza, lasciando me e Will nella penombra argentea che danzava con le ombre dei mobili lussuosi ingombri di bende, pezzi di velluto srotolati e forbici ricurve.
“Va a riposare, Sybelle. Hai fatto anche troppo.”
“No, sta tranquillo. Abbiamo ancora un po’ di tempo, e non amo lasciare un lavoro a metà.”
“Mi sento in colpa. E’ stata mia l’idea di venirti a parlare, quando Anamaria è piombata nella mia officina.”
“Perché, credevi che rivolgendoti al dottor Norton lui sarebbe venuto qui a spron battuto a salvare un capitano pirata ricercato in tutti gli oceani conosciuti?”
Will rise scrollando le spalle. “Tu sei un vero medico. Tu soltanto.”
“E tu sei un adulatore della peggior specie!” rimbrottai dandogli un piccolo pugno sulla schiena prima di tornare seria. “Hai pensato a cosa ci hanno detto?”
“Sì” disse incupendosi. “Quella nave sapeva dove si sarebbe trovata la Perla. Voleva mandarla contro il tifone…per poi farla arrivare nelle vicinanze di Port Royal.”
“O a Port Royal stessa.”
“Tu…sai se Hidden River è conosciuto da qualcun altro?”
“…Non lo so.” Inarcai le sopraciglia, alzando gli occhi al cielo. “Ti rendi conto come tutto adesso potrebbe andare storto da un momento all’altro?”
“E’ sempre così, quando si ha a che fare con la Perla Nera. Si cammina sulla lama di un rasoio, rischiando sempre di scivolare…e si è felici di provare questo brivido assurdo.Ma tu mi devi ancora dire perché non ci hai mai parlato dell’ amputazione a cui hai assistito.”
“Non ci arrivi da solo? E’ stato…” chiusi gli occhi, coprendoli con una mano.
Rividi tutto quel sangue.
Risentii le urla del soldato a cui era stata tolta una mano maciullata da una bomba.
Avevo solo tredici anni, allora…ed ero stata dietro a una porta dove non avrei dovuto essere.
“…Una cosa terribile. E fu l’ultima volta che mio padre operò col dottor Norton, prima d’imbarcarsi sulla The Braver.”
“Mi dispiace…io…”
“Non potevi saperlo. Quindi il discorso è chiuso…comunque ho sperato fino all’ultimo di non doverlo fare. Ma siamo arrivati in tempo.”
“Tu sei arrivata in tempo.”
“Solo perché mi hai chiamato…hai saldato il debito di riconoscenza che avevi col capitano Sparrow.” Inclinai lievemente il capo; un nuovo brivido di freddo mi ricordò cosa avevo fatto e quante forze avevo speso.
“Will, anche tu devi riposare. Ti chiamerò, se avrò bisogno di un cambio.”
Era una pietosa bugia, ma il mio amico la perdonò volentieri. Senza dire nulla, lasciò la camera da letto.
Il primo singhiozzo riuscii a reprimerlo, ma mi costò uno sforzo incredibile. Si strozzò nella gola chiusa, comprimendomi il petto e impedendomi di respirare.
Non avevo mai fatto una cosa del genere senza assistenza…non mi ero mai azzardata ad andare più in là dei compiti di un’infermiera. E nel giro di una notte ero stata capace di lasciar perdere ogni cosa, persino il mio tanto decantato buon senso e di seguire Will per l’isola intera per salvare una vita. Ma non era forse quello che avrebbe fatto un bravo medico? Ma uno vero avrebbe forse aiutato un fuorilegge? Avrebbe…tradito i valori del proprio Paese? Oltretutto ero pur sempre la figlia di un capitano della Royal Navy, un rispettato Lord.
Un nuovo singhiozzo si spense contro i miei denti serrati; afferrai tremante la collana di mio padre, ne osservai il ciondolo di diamante raggomitolandomi sulla splendida, ampia sedia di velluto.
“Avresti fatto lo stesso, non è vero?” domandai nel silenzio nero della stanza interrotto solo dal respiro regolare dell’uomo che adesso dormiva un sonno senza sogni.
Per la prima volta da quando l’avevo visto, mi concessi di osservarlo con tutta calma, continuando a tenere la testa contro le ginocchia.
Senza dubbio, era alto come Will e aveva la stessa corporatura atletica e asciutta. I muscoli compatti del torace e delle braccia spiccavano grazie all’abbronzatura. Dovevo ammetterlo; era l’uomo più affascinante che avessi incontrato, di una bellezza singolare e selvaggia grazie ai lineamenti decisi del suo volto affilato, dagli zigomi messi in risalto da una barba scura, curata quel tanto che bastava insieme ai baffi sottili. Adesso i lunghi capelli neri giacevano disordinati e ancora più spettinati sui cuscini gualciti che lo sorreggevano.
Mi alzai senza far rumore, e bagnai di nuovo la benda che gli riposai sulla fronte. La linea degli occhi chiusi era sottolineata dal segno del kajal che avevo imparato a riconoscere. Fissai a lungo il viso di Jack Sparrow, scorrendone ogni dettaglio: le labbra sottili e carnose, disegnate dalla sensualità in persona. Le file di perline tra le ciocche arruffate chiuse da ciondoli tintinnanti. Un miscuglio intrigante di particolari diversi.
Mi tirai indietro di scatto, confusa e stranamente accaldata alle guance.
Prima era stato solo qualcuno da curare…ora lo vedevo con occhi troppo partecipi, quasi incantati.
Occhi che non avevo mai avuto nemmeno per l’ammiraglio dell’ Aiglon, quell’ Allen d’Angecourt che tutte le dame di Port Royal desideravano come sposo. O come amante.
Allen m’ispirava un terrore inspiegabile, non lo conoscevo se non per la sensazione di viscido che m’ispirava il suo carattere inquietante. Mi voleva per un suo motivo che ancora non avevo afferrato…invece, di Jack Sparrow conoscevo qualcosa che ben pochi altri avrebbero visto in futuro: la sua fragilità, la sua debolezza di fronte alla morte. E davanti a lei nessun essere umano, nemmeno il più potente dei re e il più coraggioso dei pirati potevano farla franca.
Tornai a sedermi, accoccolandomi di nuovo. Lo osservai ancora, soffermandomi più del dovuto sul petto scolpito coperto solo dalla mia bendatura.
“Fatta a regola d’arte” mormorai con la voce impastata e affaticata. Avevo sfiorato, carezzato quei muscoli perfetti…
M’addormentai di colpo, ascoltando il rollio appena avvertibile della splendida nave nera che mi aveva accolto.

“Mhh…”
Jack sbatté gli occhi, abituandoli lentamente al grigiore polveroso di una luce mattutina ancora debole e fiacca. Il sole stava per alzarsi, ma in quel momento il mare era ancora dell’incerto colore madre perla che precedeva l’alba.
Aveva la testa pesante, ovattata. I pensieri e i ricordi si trascinavano sconnessi e impossibili da tessere in un’unica trama. Un pesante odore d’alcol stagnava nella stanza in penombra. Sorrise amaramente: non era l’odore del Rum, non stavolta.
Mosse il braccio destro, e un lampo di stupore gli passò nello sguardo che stava riacquistando rapidamente lucidità. Le fitte di dolore erano molto meno intense, e quando si osservò la fasciatura, notò con sollievo che il gonfiore era quasi svanito.
La ragazza dai lunghi capelli corvini…la deliziosa, incredibile missy arrivata con il giovane Turner, e piombata nella sua cabina come un ciclone…l’aveva scrutata a lungo, e si era fidato di lei. Ancora una volta, la sua buona stella aveva assecondato la sua scelta.
Voltò la testa di lato e la vide raggomitolata, con le gambe piegate contro il busto, su una delle sedie più belle della sua camera.
Dormiva profondamente, tenendo leggermente dischiuse le labbra in un respiro lento, appena percettibile. La chioma bruna e folta che scendeva sulle spalle brillava di strani riflessi rossi, come se fosse stata cosparsa leggermente con della polvere di rubino visibile solo alla luce del giorno.
Era bellissima, ed era piacevole ammetterlo. Molto piacevole. Non un filo di trucco sporcava il suo volto: le lunghe ciglia scure che le disegnavano le palpebre chiuse avevano quello splendido colore senza bisogno di strane tinture; le guance vellutate e lisce erano baciate dal sole che le aveva indorato la pelle, non da polveri e ciprie scure. Ai suoi piedi, giacevano ammassi di bende sporche di sangue.
Poco a poco, i fatti accaduti in quelle ore assumevano contorni netti. Osservò il soffitto di legno, rievocandoli uno ad uno cullato dallo scricchiolare famigliare delle assi delle fiancate della Perla Nera che si stava destando faticosamente dopo le ferite ricevute.
La misteriosa nave pirata che attaccava chiunque fosse sulla sua rotta…appariva e spariva come un incubo che non si riusciva a domare, sgusciava tra le pieghe del fitto mistero che la circondava.
Erano stati i suoi incredibili cannoni, dalla gittata mai vista, a devastare alberi e parapetti e quella via tracciata col piombo e le fiamme aveva scaraventato lui e la sua ciurma nelle fauci di tuoni e fulmini della tempesta che in quei giorni doveva transitare su Port Royal e le isole vicine. Chiunque fosse stato a organizzare un piano simile, aveva una mente diabolica, acuta e senza rimorsi come quella di un vero demonio. Con spietata ironia, Jack si complimentò in silenzio con chiunque fosse stato a sparargli addosso. Una mira perfetta, un calcolo balistico dalla rara precisione. Si sarebbe certamente congratulato con lui, una volta che si fossero ritrovati davanti…prima di ucciderlo.
Strinse con forza il pugno sinistro. Un contrattempo come una battaglia imprevista e quasi persa metteva un serio freno alle sue indagini e adesso si trovava troppo vicino ai suoi naturali nemici. Era stata la provvidenza a fargli ricordare di Hidden River…un nome conosciuto da pochi, e ancora meno di essi sapevano dove fosse. Una laguna paludosa ricoperta dalla jungla, un fiume che scendeva dai pendii di roccia di Port Royal senza che nessuno lo potesse vedere. Per qualche giorno, sarebbe stato un ottimo nascondiglio…ma non sapeva per quanto ancora sarebbe riuscito a tenere sotto scacco il destino.
I suoi vestiti erano ancora posati sul baule posto vicino al letto, e dalle pieghe del drappo di stoffa con cui si cingeva i fianchi, faceva capolino quella pergamena maledettamente misteriosa, carica di una storia che doveva scoprire. Era giunto nel covo della Royal Navy anche per questo, e doveva valutare bene se parlarne con Will oppure no: stava per diventare genero del Governatore Swann, stava per creare una famiglia e non era così egoista da volerlo trascinare in un’avventura che lo avrebbe allontanato dalla donna che amava da una vita.
Un mugolio sommesso.
Nel sonno, la ragazza voltò la testa dall’altra parte e le dita che stringevano una sottile catena d’oro s’allentarono lasciando intravedere uno scintillio. Cercando di non poggiare il peso sul braccio destro, Jack alzò lievemente il busto, sbuffando sonoramente nel sentire i muscoli intorpiditi che rifiutavano di aiutarlo. Solo allora si accorse che il suo inseparabile bandana era legato poco sotto la spalla con un nodo stretto. Riuscì ad avvicinarsi: il brillio proveniva da un diamante, un solitario che luccicava febbrilmente, una piccola stella.
La ragazza mormorò qualcosa. Si stava per svegliare.

La prima cosa di cui mi accorsi, fu di aver dormito in una delle pose più strane e poco comode che potevo assumere: forse solo i gatti riuscivano a riposare restando accovacciati, ma uno scricchiolio delle vertebre del mio collo indolenzito mi ricordò che io ero un essere umano, e che un essere umano dorme come minimo disteso.
Mi strofinai pigramente gli occhi, sorridendo nonostante fossi ancora rigida e incapace di muovermi. Era da molto tempo che non dormivo così bene; avevo sognato lo sciabordio di onde d’argento su una spiaggia bianca, e mi ero fatta cullare dal moto lento del mare come avevo sempre fatto quando ero stata in crociera sulla The Braver. Quando potevo avvertire la musica e le carezze dell’oceano, nulla avrebbe potuto strapparmi al rassicurante torpore ed equilibrio in cui la mia anima galleggiava. E dopo tanto tempo, ero di nuovo a bordo di una nave che m’ispirava la stessa fiducia.
Una nave pirata rammentai a me stessa cominciando a ripercorrere cosa avevo fatto nelle ore scorse.
“Ehm ehm…”
Qualcuno si schiarì la voce, e drizzai subito la testa venendo catturata dallo sguardo nero e brillante del capitano Sparrow, pericolosamente in bilico sul bordo del letto nel tentativo di tirarsi a sedere.
Per un lungo attimo, non mi venne in mente cosa dire o fare, come se anche il semplice parlare fosse un’azione banale e inutile. Di una cosa ero certa: non era il momento per delle presentazioni formali, non dopo quello che avevamo passato.
“Come vi sentite?” domandai stendendo lentamente le gambe e rabbrividendo nel sentire sotto i piedi le assi fredde lasciate scoperte da un ricco tappeto rosso e oro che notavo solo adesso.
“Una cannonata non poteva ridurmi peggio, missy.”
“Strano…eppure sospetto sia stato proprio una cannonata a lasciarvi questo piccolo ricordo” e indicai con fare indifferente la grossa scheggia nera che avevo poggiato su un piatto d’argento trovato su un mobile; gli uncini del forcipe erano ancora stretti ad essa, sporchi di sangue.
“Ottima deduzione” convenne lui con un sorrisetto cercando di sciogliere il fazzoletto rosso che avevo convertito in laccio emostatico d’emergenza.
“Aspettate, faccio io.”
Mi alzai e presi a trafficare coi due lembi di stoffa. Sentivo addosso i suoi occhi, ma cercai di non prestarci troppa attenzione. Non ero abituata a ricevere delle occhiate che sapevano rimanermi incollate al corpo e che trapassavano l’anima alla ricerca di un eventuale punto debole nella mia apparente calma.
“Capitano!Come vi sentite?”
Nell’esatto momento in cui Gibbs spalancò la porta con un fracasso da artiglieria, soffocai un’esclamazione prima di venir schiacciata dal peso del corpo di Jack che aveva perso l’equilibrio. Finimmo entrambi a terra con un tonfo sonoro, trascinandoci dietro cuscini e coperte assortite.
Il vecchio nostromo si fermò impacciato e in evidente imbarazzo sulla soglia, mentre da dietro di lui fecero capolino i volti preoccupati e perplessi di Anamaria e Will.
Rimasi interdetta per qualche secondo, realizzando la situazione paradossale in cui eravamo capitati. Il capitano non sapeva se guardarmi oppure no, attendendo come minimo un urlo stizzito da parte di una pudica fanciulla che si era trovata letteralmente travolta da un delinquente della peggior specie, capace di farle solo del male. Invece guardai Will e poi Jack, e iniziai a ridere: prima sommessamente, poi la risata divenne uno scoppio ilare e irrefrenabile.
“Devono essere i miei giorni incredibili, questi!” commentai estremamente divertita. “E se non vi dispiace, mi servirebbe una mano per rimettere a letto un mio paziente!”
Anamaria scavalcò Gibbs dopo averlo fulminato con un’occhiata di fuoco e c’aiutò a rimetterci in piedi tra i borbottii di Jack che protestava per il male alla ferita.
“Comandante, la vostra febbre…”
“Mi sento molto meglio, dolcezza. E avrei anche una gran sete…”
“Rum?” azzardò Will inarcando ironicamente un sopraciglio.
Jack sorrise raggiante, schioccando le dita. “Ogni volta mi stupisco della tua intelligenza, ragazzo! Naturalmente…sempre che il medico approvi…”
Smisi di lisciare la mia povera veste spiegazzata, lo squadrai seriamente sostenendo i lampi maliziosi che gli passavano nello sguardo.
Mi aveva chiamato “missy” per la prima volta. Era anche la prima volta che qualcuno usava con me il termine “medico” con una deferenza sincera.
“Lo sapremo subito.”
Senza troppi riguardi, puntai un dito contro un preciso punto della fasciatura e premetti con forza. Il pirata strabuzzò gli occhi, trattenendo stoicamente un urlo di dolore e imprecandomi contro senza che capissi cosa aveva detto.
“Questa è la sensazione che avrete se adesso berrete qualcosa di alcolico. Ci vorranno un paio di giorni prima che i nervi perdano questa ipersensibilità…ma non posso nemmeno impedirvi nulla, perché non è certo un pericolo mortale un goccio di liquore.”
“Posso…posso sapere dove avete imparato…” biascicò scrutandomi torvo ed offeso nel suo orgoglio.
“A essere così brava?” proposi con la sua stessa malizia. Era una schermaglia divertente…me ne accorsi solo una volta iniziatala.
“A essere così detestabile!” ringhiò massaggiandosi il braccio. “Scommetto che siete molto amica di una certa missy Swann!”
“Ho imparato da mio padre” risposi con un tono fintamente modesto. “In quanto ad Elizabeth…è una delle ragazze più deliziose e care che conosca.”
Stavolta, Jack incassò il colpo e si toccò leggermente la fronte con due dita in un gesto di rispetto per le mie risposte pronte.
“Dobbiamo tornare” s’intromise Will. “Il sole sta per sorgere, e se tua madre inizia a cercarti…”
“Lo so. Finiremmo tutti in un guaio che nemmeno immaginiamo. E non possiamo correre il rischio che la Perla Nera venga scoperta.”
Recuperai la mia veste più pesante, mi rivolsi ad Anamaria che stava confabulando con Jack. “Avete ancora molte riparazioni da fare?”
“Stiamo sistemando il trinchetto, ma non dipende da noi decidere quando partire.” Rispose lei con il capitano che annuiva con aria solennemente teatrale alle sue spalle.
Già…avrei dovuto aspettarmelo da qualcuno che aveva detto di amare i matrimoni. Nonostante potesse essere risultato irritante del rispondere così a Will, mi era subito parso chiaro che l’amicizia con il figlio dell’unico pirata stimato fino all’ultimo fosse estremamente importante per il capitano.
“Dopo questo ultimo consiglio potrete anche odiarmi.” iniziai a dire rivolta verso Jack mentre rimettevo via i miei strumenti operatori “Dovete lasciare Port Royal appena sarete in grado di farlo. Non ci sono più solo gli inglesi a dare la caccia a chi porta l’insegna di un jolly roger.”
“Questo lo so meglio di voi, missy…missy?”
“Sybelle” risposi chiudendo la bisaccia.
“Diminutivo di Isabelle, per caso?”
“Certo che no!” ribattei storcendo il naso. “E’ il mio nome. E comunque non mi sembra saggio…”
“Giusto” m’interruppe saccente alzando l’indice della mano sana con un gesto saputo. “A voi non sembra saggio, ma quello che pensate non mi riguarda, comprendete?”
Repressi un moto di rabbia, dicendomi che purtroppo aveva ragione. Nonostante gli avessi salvato la vita, per lui rimanevo pur sempre poco più che una ragazzina che sembrava morire dalla voglia di contestarlo, e questo non poteva permetterlo, men che meno dopo essere stato costretto a mostrarsi debole e indifeso di fronte al pericolo costituito da una ferita che poteva ucciderlo. Io a bordo della sua nave non ero nessuno, lui ne era il comandante e mi era stata insegnata questa fondamentale differenza.
“Scusatemi, allora” dissi comunque con una certa fatica. Anch’io non sopportavo vedere calpestato il mio, di orgoglio. “Ma guardatevi da una nave che non batte una bandiera precisa. E’ una delle ammiraglie della Compagnia delle Indie Orientali, ed è qui per supportare la flotta inglese.”
“Devo forse arguire che volete aiutare una ciurma di fuori legge?” domandò Jack carezzandosi con aria interessata il suo impeccabile pizzetto sul mento. Questa ragazza lo divertiva, oltre che attrarlo. Sotto la sua apparenza fragile nascondeva un fuoco indomabile, e voleva vedere fino a che punto riusciva a sobillarlo.
“Sì. Ma non pretendo di essere ringraziata.”
Prima di uscire al seguito di Will, andai a posare un sacchettino in mano ad Anamaria. “E’ un composto in polvere di varie erbe che stimolano la riproduzione del sangue. E’ per il capitano Sparrow e per gli altri feriti.”
Lasciai la cabina senza aggiungere altro, mentre Gibbs ci riconduceva sul ponte. Alcuni marinai stavano finendo di raccogliere delle cime, e altri si stavano arrampicando velocissimi sulle sartie del trinchetto con in mano chiodi e alcune assi.
Alla luce del mattino imminente, la Perla Nera mi si presentò in maniera completamente diversa da come l’avevo vista la notte scorsa. Il rollio delle piccole onde che la cullavano con un tocco presso che inavvertibile sembravano voler tener dolcemente sopita una vita nascosta che si sarebbe destata di colpo solo una volta che le vele avessero potuto essere dispiegate di nuovo. Non avevo mai provato una sensazione simile su un veliero: le travi di legno nero erano tiepide sotto di me, come se non volessero mai diventare fredde e gelide in modo da ostacolare l’equipaggio.
Facce bruciate dal sole tornarono a scrutarmi, e i commenti appena bisbigliati mi accompagnarono anche quando presi a scendere la scala di corda per tornare sulla scialuppa che mi avrebbe ricondotto a terra.
Probabilmente si stavano chiedendo come fosse possibile che una donna, per di più di chiare origini aristocratiche, avesse potuto mostrare tanto coraggio e sangue freddo da salvare una vita. Chissà cosa avrebbero pensato di me, se avessero saputo come stavo tremando prima di compiere l’operazione, e come alla fine di tutto avevo ceduto alla tensione…
Quando presi posto sulla barca, m’incantai a osservare per un’ultima volta lo scafo color ardesia della Perla Nera. Contai lentamente le bocche aperte dei cannoni, sfiorai con lo sguardo la chiglia e la prua slanciata.
Forse è l’ultima volta che la vedrò…
Quel pensiero sembrò spaccarmi a metà il cuore e per un attimo non riuscii a respirare; possibile che il mio corpo, la mia anima, si volessero ribellare a questa verità che mi procurava un male tanto intenso?
Ma forse i sogni non dovevano finire all’alba? E quello che avevo vissuto non era stato appunto un sogno?
“Sybelle…”
Will mi toccò sul braccio e con il mento mi fece cenno di guardare verso l’alta poppa.
Sostenuto da Gibbs, il capitano Jack Sparrow ci stava osservando mentre scivolavamo silenziosamente sullo specchio acquitrinoso della laguna. Aveva coperto il petto e la fasciatura con una lunga giacca scura, e in testa portava un capello a tre corna logoro e consumato. Lo afferrò con un gesto fluido, forse un po’ scoordinato e teatrale e se lo tolse, accennando a un cavalleresco inchino rivolto a me.
Ancora una volta, le mie guance decisero di tingersi di un rosa acceso senza il mio consenso; speravo solo di essere abbastanza lontana perché non potesse accorgersene. Ricambiai lo sguardo del capitano, senza distoglierlo un istante fino a quando alcune foglie di palma si chiusero attorno a noi.
Eppure, mentre mettevo di nuovo i piedi sulla riva, mi sembrava di vederlo ancora, e sorrisi tra me a quel pensiero.
Ero felice…perché non ero finita nell’ennesimo sogno che doveva spegnersi sotto il sole, ma in una realtà che presto avrebbe completamente stravolto quella che non ritenevo la mia vera vita.

Note dell’autrice: anche se la diretta interessata non legge ciò che scrivo, io non posso non rivolgerle un sentitissimo ringraziamento. Grazie, mamma…hai sopportato (e sopporti tutt’ora…:P) la raffica di domande della tua pazza figliola su medicina e sua relativa evoluzione nella Storia…spero di aver messo ben a frutto ciò che mi hai pazientemente spiegato, e preparati…perché non ho certo finito di chiedere…( ghigno che ricorda in maniera parecchio preoccupante quello di un certo capitano…:P…)
Ricchan.