"Pirates of the Caribbean.
The legend of Sybelle "Storm" Russel".
By Rinoa-chan
Capitolo primo
"Piccola Lily…"
Lasciammo la nostra casa una mattina fredda di novembre. In quei giorni di frenetici preparativi, la servitù aveva provveduto a imballare i nostri bagagli e prepararli per il lungo viaggio che li attendevano. Avevo visto passare per le stanze decine di grossi bauli e la sera prima della partenza, vagando per casa con aria smarrita, mi ero accorta della sparizione di alcuni quadri ed arazzi.
Lo studio di mio padre mi parve squallido e incredibilmente freddo senza la grandiosa presenza di uno di questi che raffigurava il globo terrestre. Era un'enorme, vecchia mappa; gialla, dai colori stinti dal debole sole che baciava timidamente Londra in estate e in primavera. La carica dei suoi colori caldi ed esausti aveva dato un tocco intimo, personale a quella stanza ora silenziosa.
Mano a mano che notavo quelle mancanze, quei buchi nelle pareti foderate di legno e velluto, sentivo crescere un sapore amaro nello stomaco. Era il veleno della malinconia, della paura e a cena non mangiai nulla. Sentivo la lingua pesante, la gola chiusa anche per i singhiozzi. Non riuscii piangere, non in quell'occasione; e sì che ne avrei avuto tanto bisogno…
Mia madre invece era sempre stata intenta a parlare, parlare e ancora parlare. Voleva sapere in quale isola sperduta saremmo finite, cosa c'era che potesse impedirle di annoiarsi a morte, quali altri nobili avrebbero seguito la nostra stessa rotta per i Caraibi…la sua voce acuta mi trapassava di continuo le orecchie, m'infastidiva ed irritava. Subissava di ordini assurdi le cameriere, fece raccogliere tutti i suoi vestiti, decisa a portare l'intero guardaroba con sé…il nonno, durante una delle sue ultime visite, sussurrò maliziosamente che la nave sarebbe affondata prima di lasciare il porto sul Tamigi con tutto quel peso.
Io cercavo di sottrarmi come potevo dal continuo vociare petulante di mylady, e trovavo un enorme sollievo quando passavo alcune ore con mio padre, nella grande biblioteca di famiglia. Quel giorno mi aveva fatto chiamare lui.
"Voglio mostrarti una cosa preziosissima, Sybelle."
Mi mise davanti una scatola di legno scuro, dove una goffa mano aveva inciso le iniziali "J.R." Il mio cuore di fermò per un attimo, per poi riprendere a battere eccitato, come un uccellino in gabbia che voleva scappar via. Sotto il coperchio tarlato, c'erano un vecchio libro dalla copertina sdrucita e un fazzoletto di tela che doveva aver conosciuto giorni migliori.
" "La Gerusalemme Liberata"" mi disse con aria complice. "Era il poema preferito del tuo bisnonno. Sei ancora troppo giovane per poterlo leggere, ma avrai il tempo per farlo. Però…"
Prese delicatamente il povero pezzo di stoffa. Un tempo doveva essere stato di un rosso brillante, ora era di un colore spento. Lo piegò, poi vi legò i miei capelli come fosse stato un nastro. "…Questo lo puoi portare, come faceva lui. Sybelle, ricordati di una cosa. Sii sempre orgogliosa di chi sei. Vivi in un paese che non ha confini anche grazie a quei pirati che tua mamma disprezza tanto."
Io trovai solo la forza di annuire, rapita dalle sue parole. Nella mia mente ubriaca di felicità ed orgoglio snocciolai tutte le date, gli avvenimenti che il mio precettore di Storia mi aveva insegnato su precisa indicazione di Lord Robert. Le battaglie, la sofferenza, la volontà di un popolo…la ribellione, lo spirito di libertà conquistato sul mare, all'ombra di vele immense.
L'ultima notte dormii con ancora quel dono tra i capelli, immaginandomi sul ponte di una nave durante una mareggiata. Il Tamigi mi avrebbe portato davanti a lui, davanti all'oceano…l'amaro che stagnava nel mio stomaco svanì, la morsa fredda della tristezza divenne calore travolgente.
Ero già sveglia all'alba, quando in casa la vita iniziava appena a riprendere. Mi vestii da sola in modo da evitare che qualcuno toccasse i miei capelli scoprendo così quel misero fazzoletto al posto del solito nastrino di pizzo e seta, mi cacciai in testa senza lamentarmi quell'orrido cappellino tanto alla moda in quel periodo, infilai i guanti.
Margareth mi trovò pronta a partire prima ancora di colazione. Contrariamente a quanto fatto la sera prima, mangiai con appetito; in fin dei conti, ero digiuna da quasi un giorno e non so dire di no alle ciambelle che solo il nostro cuoco sapeva preparare…
Non mi accorsi del tempo che passava fino a quando non realizzai di trovarmi tra i miei genitori, pronti a ricevere per l'ultima volta il saluto di maggiordomi e cameriere. Un passo dopo l'altro, lasciai dietro di me lo sterminato vestibolo del palazzo, arrivando sotto la lattiginosa luce dell'autunno.
La nebbia che avvolgeva discretamente la città era umida, piena di minuscole gocce che m'imperlavano le guance arrossate dal freddo. Volti seri s'inchinarono a noi, sfilando via via nel grigiore della mattina appena sbocciata.
Mi voltai di lato, verso le gotiche guglie di Westminster Abbey. Il tocco remoto delle sue campane si dissolveva nella foschia, veleggiando su Londra raccolta in un silenzio irreale,da preghiera.
Il viaggio in carrozza fu breve, ma molto istruttivo e divertente per me. I continui sobbalzi della vettura stavano mettendo a dura prova la compostezza sdegnosa di lady Catherine; al momento di lasciare il suocero, si era rifiutata di abbracciarlo. In quel momento il nonno era divenuto la persona più detestabile del mondo. Lui sarebbe rimasto lì, nella nostra antica casa, troppo vecchio per affrontare un'avventura come quella. Non si era accorta di quanto c'invidiasse, in fondo. Continuai a osservarla con un sorrisetto impertinente, stando ben attenta a non parlare. Mi divertivo a stuzzicarla, ma non volevo rovinare tutto facendola arrabbiare.
A un certo punto persi interesse per quella faccia pallida sotto il trucco impeccabile, e mi dedicai al paesaggio che vedevo scorrermi intorno. Case alte e strette di umida pietra, strade lucide di pioggia, lontani scampanellii e grosse insegne istoriate di negozi, che gemevano nella brezza.
Un'ultima, fugace vista della mole della cattedrale, col suo grande rosone caleidoscopico. Ci sarebbero state chiese come quelle a Port Royal? La nebbia in un porto di mare…che sapore aveva?Che colore?…
Le domande smisero di corrermi nel cuore quando finalmente vidi delinearsi nella bruma la banchina di un porto fluviale, con un lungo pontile. Lì, in quel cumulo di ombre che si fondevano, c'era una nave. La più bella che avessi mai visto, perché era la prima volta in cui ne vedevo una.
Era un tre-alberi magnifico.
I fianchi del veliero erano fasciati di legno scuro e spesso, scintillante come ardesia bagnata. Stava lì, fermo, appena beccheggiante; le onde lo lambivano lente, disturbando impercettibilmente la sua quiete. Le vele ammainate sembravano ali bianche impazienti di essere di nuovo rese vive dal vento e al nostro arrivo molti soldati, marinai semplici e graduati, sbucarono oltre il parapetto. La scorta che la Corona aveva messo a disposizione del nuovo Governatore si schierò alla fine della scaletta d'imbarco, accogliendoci con una parata di fucili in resta. Quegli uomini in divisa scarlatta, impettiti sotto i loro berretti neri mi parvero buffissimi e risi della loro militaresca rigidità.
"Sybelle!" sibilò mia madre stringendomi violentemente la mano destra. Con un sorriso teso, finì col trascinarmi praticamente a bordo.
Un gruppo di uomini stava parlando all'ingresso del bocca porto di poppa. Uno di loro, vestito con una giacca di seta verde e gli alamari d'oro, una parrucca discreta che cercava inutilmente di dare un'aria autorevole al volto florido e bonario, sorrise nel vedere mio padre.
"Robert! Finalmente sei arrivato!"
"Lord Swann…siamo pronti a partire?"
"Quante cerimonie, amico mio. Possiamo lasciar da parte queste formalità, non credi?" Gli sorrise ancora, stringendogli la mano.
"Lady Catherine, siete sempre splendida…e chi è questa graziosa fanciulla?"
"E' Sybelle, Nicholas. Non la vedi da anni, non è vero?"
"E' per questo che sono rimasto così stupito nel vederla…somiglia moltissimo a tua madre, Robert.Piacere di conoscerti, Sybelle. Spero che tu e mia figlia diventerete buone amiche."
"A proposito…dov'è Elizabeth? Non è ancora sulla nave?"
Il nuovo Governatore scosse la testa, alzando brevemente gli occhi al cielo.
"Oh…è fin troppo sulla nave, vorrai dire. Sarà ancora sotto coperta ad assillare il nostro povero nostromo…il signor Gibbs non sapeva in che guaio si stava cacciando quando le ha detto di conoscere storie di pirati!"
Trattenni il respiro a quell'affermazione. Mia madre mi lasciò bruscamente.
"Vogliate scusarmi, signori, ma vorrei ritirarmi. Non ho dormito molto questa notte e ho bisogno di riposo…"
"Ma certo, mylady. La "The Braver" sarà qui tra pochissimo, il tempo di caricare parte del vostro bagaglio su questa nave più grande. Intanto, potete andare in una delle nostre cabine."
Mio padre s'offrì d'accompagnarla. Nel momento esatto in cui venni lasciata sola sul ponte, da un'altra porta sbucò fuori una bambina.
Era minuta ed esile, con un viso latteo spruzzato di lentiggini delicate. L'elegante abito di seta grigia le dava un'aria troppo adulta, e cercava di portarlo al meglio tenendo la schiena più dritta che poteva. Le varie sottogonne erano strette nella mano sinistra, lasciando impunemente allo scoperto le caviglie. Le abbassò con un'esclamazione soffocata, quando s'accorse della presenza di Lord Swann. Si lisciò fugacemente le pieghe del vestito, sistemò i capelli, lunghi e ondulati. Sotto il pallido sole che filtrava dalle nuvole splendevano di riflessi biondo scuro. Lunghe ciglia nere ombreggiavano due grandi occhi di un caldo color miele.
"Eccoti qui, finalmente!" esclamò l'uomo allungandole una carezza paterna sulla guancia. "Vieni, Lily…voglio presentarti la tua nuova amica. Anche lei verrà con noi a Port Royal. E' Sybelle, la figlia di Lord Russel."
"Piacere di conoscerti, io sono Elizabeth." disse avvicinandosi e sorridendo mi prese per mano. "Hai mai visto una vera nave?"
Quella domanda mi colse impreparata. Dov'erano finite tutte le formule di cortesia, le cerimonie vuote e untuose che si dovevano usare anche solo per una semplice presentazione? E poi, non aveva smesso di sorridere mentre mi studiava bene per la prima volta. Mi venne spontaneo ricambiare tanta dolcezza, e scossi la testa ridendo.
"E' la prima volta che posso salirci sopra!"esclamai felice.
"Io l'avevo già vista questa, qualche giorno fa…non la trovi stupenda?"
"Scommetto che quella di mio padre è ancora più bella" dissi con un tono di voce più basso e complice. Lo sguardo di Elizabeth si fece più acuto, accettando la mia piccola sfida. Non sembrava per nulla una bambina di otto anni; o almeno, non somigliava all'idea che mi ero fatta delle mie coetanee. Era diretta, genuina, e affamata come me di una prima, importante amicizia. Il fatto che poi le piacessero le storie sulla pirateria era indubbiamente un punto a suo favore.
"Lo vedremo. Intanto ti faccio vedere questa! Papà, posso portarla a vedere la nostra nave?"
"Ma certo, cara. State attente a non disturbare troppo l'equipaggio però, va bene?"
C'inchinammo brevemente al governatore, poi Elizabeth riaprì la porta dalla quale era uscita prima quasi correndo.
Una volta nel corridoio, l'odore del legno nuovo mi colpì. Era un profumo forte, intenso e scoprii che mi piaceva molto. Aveva un qualcosa di intimo e accogliente, come le stanze della mia vecchia casa. Sotto i miei piedi, potevo udire l'eco leggerissima del rollio provocato dalle onde. Era un brivido quasi inesistente, che sembrava dare una vita propria al veliero.
"Queste sono le cabine mie, di mio padre e degli ufficiali" mi venne spiegato. "Entra pure, ti faccio vedere la mia!"
Era una stanza piccola, ma arredata con gusto. Un tappeto dai colori chiari era posto ai piedi del letto e su una sedia a dondolo c'era una bambola di stoffa, dai capelli di lana rossa intrecciati morbidamente. Era un giocattolo molto bello, a cui sicuramente teneva molto: lo vedevo dal vestito in pizzo, liso e spiegazzato, segno dei tanti abbracci in cui era stato avvolto.
"L' ha fatta mia mamma" disse Elizabeth seguendo il mio sguardo. "Non è stata mai molto brava nel cucire, ma me la regalò il giorno del mio sesto compleanno ed era così felice…" la sua voce si smorzò all'improvviso e per la prima volta, vidi la tristezza rapire la gioia dal suo volto. Con la sensibilità tipica dei bambini, capii cosa era successo dopo quel compleanno.
Mio padre, tanto tempo fa, mi aveva detto che doveva andare a salutare una cara amica. Per sempre. Era tutto vestito di nero, il sorriso tirato e pallido. Doveva andare ai funerali solenni di Lady Swann.
"Mia madre non mi ha mai regalato qualcosa fatto da lei…non ha mai avuto il tempo per questo." Rivelai andandole accanto. "Sei molto fortunata, io ho solo bambole in porcellana che non posso quasi toccare per paura di romperle…"
Il mio espediente funzionò. Elizabeth ridacchiò passandosi le dita sotto gli occhioni lucidi e andò a prendere la sua dalla sedia. "Prendila, dai! E' morbidissima!"
Lo era veramente, e i nastri bianchi dell'abito sapevano di lavanda. La tenni stretta al cuore per alcuni lunghi istanti, poi la riposai delicatamente sul suo cuscino.
"E questo te lo ha regalato tuo padre?" domandai vedendo sulla scrivania un piccolo mappamondo di legno.
"No" sussurrò complice. "Questo me lo ha dato il signor Gibbs…solo in prestito, chiaro. Glielo restituirò quando arriveremo a Port Royal. Vedi?Ha tracciato la rotta che seguiremo, così ogni giorno saprò dove siamo."
Per la seconda volta nella giornata, sentii parlare del nostromo Gibbs, perennemente "perseguitato" dalla giovane Lady Swann che voleva sapere tutto su corsari e arrembaggi. Chissà com'era di persona…certo, non ero così ingenua da figurarmelo con una gamba di legno ma la curiosità continuava a solleticarmi.
La visita proseguì. Passammo in punta di piedi davanti alla cabina dove sapevo stava riposando la mamma, quindi scendemmo nel ventre della "Mermaid", come mi spiegò Elizabeth. Le stive erano già cariche per la metà, e alcuni uomini stavano scaricando i bauli della famiglia. Ci osservarono per un attimo come fossimo state due fantasmi molto strani, poi si toccarono la tesa del berretto in un gesto di rispetto.
"Miss, non è un luogo sicuro questo" ci avvertì uno di loro.
"Lo sappiamo, ma volevo mostrare alla nuova ospite qualcosa dell'imbarcazione. Andiamo via subito!"
Tornammo sul ponte ridendo, mentre il vento che iniziava a soffiare più forte mi spinse sulle spalle il cappellino inamidato. La mia nuova amica guardò stupefatta l'umile nastro che tratteneva la mia coda, così diverso dal resto del mio abbigliamento. Adesso era il mio turno di stupirla.
"E' il fazzoletto del mio bisnonno. Lui era un pirata, sai?"
"Sul…sul serio?" mormorò tutta eccitata. "Un pirata…vero?"
"Perbacco se lo era, signorina! Non ricorda le storie che mi ha strappato con le tenaglie?" domandò una voce roca e imperiosa alle nostre spalle. Un uomo di mezza età, ben piazzato e con la faccia cotta da un sole che doveva essere molto diverso da quello londinese ci raggiunse, posando poi un braccio sul parapetto. Mi squadrò da capo a piedi prima di concedermi un sorriso indulgente. Doveva essere un uomo di mare vecchio stampo, profondamente convinto che le donne sulle navi portavano solo guai e sfortuna. Sorridendomi quasi con bonaria rassegnazione, voleva dirmi che accettava un'altra bambina a bordo. Sarebbe stato profondamente più sollevato nel sapere che non avrei viaggiato sulla "Mermaid", ma per dispetto non dissi nulla, tenendomi per me cosa avevo intuito dei suoi pensieri.
"Gibbs! Ti ho cercato dappertutto, dovevi finirmi di raccontare di Sir Francis Drake e della sua circumnavigazione!"
"Non dovete più cercare me per sapere la fine" rispose maliziosamente. Anche se faceva di tutto per nasconderlo, doveva essersi affezionato molto ad Elizabeth. "Adesso conoscete la bisnipote dell'uomo chiamato "l'ombra di Drake"…sono sicuro che Lord Russel padre vi ha detto tutto della sua vita…miss…"
"…Sybelle. Sybelle…" no, meglio evitare i nomi doppi… "Russel."
"Bene, miss Russel. Sono felice di conoscerla. Non vi spaventa questo viaggio?"domandò con un lampo inquisitore nei profondi, piccoli occhi scuri. Sembrava voler cercare in me la pallida eco di un passato folle e grandioso, e mi stava mettendo alla prova. Sostenni il suo sguardo, fiera come mai prima di allora di avere addosso qualcosa del mio bisnonno. Sarei stata degna della piccola, inestimabile eredità che mio padre mi aveva donato.
"Per nulla, anzi…non vedo l'ora di essere in mare!" aggiunsi pomposamente, col capo ben ritto sul collo.
Gibbs stette un attimo in silenzio, quindi scoppiò in una profonda risata. Quando mi posò una mano sulla spalla, sentii il profumo pungente del tabacco, e di qualcosa simile a un liquore.
"Degna figlia dei Russel, non c'è che dire" borbottò orgoglioso. "Miss Swann, avrete una compagna d'avventure eccezionale!"
Uno scampanellio concitato ruppe la quiete del mattino, indicando che tutto l'equipaggio doveva presentarsi sul ponte.
Bastarono pochi istanti perché tutti i soldati si schierassero sul lucido impiantito di legno, le divise impeccabili, i fucili in pugno.
"Sybelle!" Mio padre era tornato sulla poppa, e mi stava chiamando gioiosamente. "Vieni, avanti!Sta arrivando la "The Braver"!"
Seguita da Elizabeth, scesi la corta scalinata e lo raggiunsi al suo fianco.
La nebbia avviluppava ancora il corso del Tamigi, lasciando intravedere l'avvicinarsi di un'altra imponente sagoma scura.
La prima cosa che vidi fu la polena scolpita della nave. Rappresentava una giovane donna dai folti e fluenti capelli al vento, il vestito incollato al corpo e il braccio destro proteso leggermente in avanti a mostrare la spada che brandiva Allineati al parapetto, c'erano molti altri uomini armati, le mostrine d'oro luccicanti e gli occhi seri, fieri. Era il reggimento di mio padre, di stanza sull'imbarcazione da anni, ormai.
La The Braver era una fregata da guerra, leggermente più piccola della Mermaid, ma dalle forme slanciate, adatte a fendere le onde con maggiore forza e rapidità. Il suo impianto di vele era molto più maestoso e complesso e per la prima volta vidi le bocche dei cannoni che bucavano come tanti occhi neri il legname scuro. La Union Jack troneggiava sull'albero maestro, un balenio continuo di lampi blu e rossi al vento.
"Comandante Russel, le operazioni d'imbarco sono state ultimate. Saremmo pronti a trasferire a bordo lei e la sua famiglia."
"Perfetto, Jonhson. Miss Margareth, andate a chiamare mylady. E tu, piccola…sei pronta?"
Annuii, ma non riuscii a nascondere la mia delusione. Non avrei compiuto la traversata accanto ad Elizabeth, e il fatto di separarmi dall'unica persona quasi della mia età a cui mi stavo già affezionando mi faceva molto più male di quanto avessi creduto.
La presi per mano, come prima lei aveva fatto con me. "Mi dispiace…non potrò raccontarti di come si concluse il viaggio del mio bisnonno."
Mi sorrise, scrollando le spalle delicate. "Avremo tutto il tempo, una volta arrivate. A presto…Sybel."
Sybel.
Il mio unico soprannome.
Fu Elizabeth a trovarlo, e a usarlo per la prima volta con una naturalezza sconcertante, che però faceva parte del suo carattere. Negli anni a venire, solo a lei avrei permesso di chiamarmi così. Sarebbe stato uno dei tanti simboli segreti della nostra amicizia.
"A presto, piccola Lily." Le risposi abbracciandola.
Rimase sporta oltre il parapetto a salutarmi sbracciandosi, mentre la nebbia la rendeva sempre più lontana e sfocata.
Ci vollero alcuni giorni prima di arrivare alla foce del fiume.
La campagna inglese era monotona, dipinta da toni di verde scuro interrotta qua e là da piccole città e villaggi. Il tempo si mise al bello, nonostante il freddo sempre più pungente. Quando mi portava sul ponte di prua, papà si divertiva a raccontarmi che a Port Royal avremmo trovato un sole splendido e un tempo quasi primaverile…io faticavo a crederci, mi sembrava una cosa semplicemente assurda. Più mi sforzavo di comprendere la differenza tra emisferi, altitudini e longitudini, più mi sembrava di sentir parlare di strane formule magiche, invece che di geografia e rotte marine. Intavolavo strane, appassionanti discussioni con mio padre…e lui rispondeva a tutte le mie domande, comprese le più assurde. Mi sorrideva sempre con quella sua espressione divertita vagamente accennata, consapevole di una verità che avrei visto solo anni dopo: stavo già imparando molte più cose sul mare di un qualsiasi mozzo volenteroso e caparbio, proprio perché volevo sapere la spiegazione di tutto, delle cose anche più piccole e senza senso. Le nozioni che contestavo e chiarivo intanto finivano nella mia memoria, per non lasciarla mai più. Nella mia vita, sono state queste i veri doni di mio padre, regali inestimabili; nessun abito di lusso, nessun gioiello avrebbero mai potuto reggerne il confronto.
Una sera limpida, dopo una cena veloce, mi consegnò la mia prima mappa. Rappresentava l'intero globo terrestre, ed era una delle illustrazioni più recenti e dettagliate. Vidi così quanto fosse piccola l'isola della Gran Bretagna rispetto ad altri stati europei, mi stupii di fronte all'immensità del continente americano. Varie macchi di colore rosso indicavano i territori conquistati dalla marina inglese, e ne vidi un vero assembramento in corrispondenza del Golfo del Messico. Caratteri neri ed eleganti, indicavano il Mar dei Caraibi, e Port Royal. La mia nuova casa.
Quanto avrei voluto mostrare tutto questo alla piccola Lily! Avrebbe provato il mio stesso entusiasmo, e non mi sarei sentita tanto sola nelle mie passioni. Di certo non potevo parlarne con mamma…a ogni giorno che passava, il suo viso diventava sempre più livido, chiuso in una smorfia sprezzante. Si lamentava in continuazione: il rollio delle onde le procurava il mal di testa, la sua cabina era sempre troppo umida, o troppo fredda…ma le sue rimostranze riuscivano solamente a far sogghignare i membri dell'equipaggio, uomini forti e coraggiosi. Scoprii poco a poco la loro silenziosa venerazione per Lord Robert, ovvero quando capirono che da Lady Catherine avevo ereditato solo gli occhi. Iniziarono a parlare con me, portandomi sul ponte di comando e insegnandomi come si usava il timone. Il primo sotto-ufficiale mi svelò che era stato papà a salvargli la vita, durante una battaglia al largo delle coste irlandesi. Gli aveva estratto un proiettile dal braccio, scongiurando il rischio di un'amputazione. Sentivo a livello istintivo la crudezza dei termini che usavano, ma ero grata del fatto che non mi trattassero come una bimbetta sciocca.
La navigazione proseguì regolare e senza incidenti; ogni tanto scorgevo la sagoma imponente della Mermaid, e la mia nostalgia di Elizabeth si acuiva…chissà se anche lei scrutava l'orizzonte dal castello di prua, sperando che come in una favola il fiume diventasse improvvisamente immenso, senza confini?…
Era la domanda che più mi assillava, quella che poi mi trascinava nel sonno, quando soffiavo sulla candela posta sul comodino e la mia cabina piombava nell'oscurità.
La mattina dopo, finalmente, i sogni decisero che era venuto il momento di trasformarsi in realtà.
"Sybelle…"
Qualcuno mi stava chiamando…
"Sybelle!"
Mugolai rivoltandomi tra le coperte calde, portandomi la mano a stropicciarmi gli occhi. Quando li riaprii, vidi chino su di me il sorriso di mio padre. La sua divisa blu pavone, dagli inserti di seta bianca e gli alamari d'oro era coperta da un pesante mantello nero, lucido di brina.
"Forza, mettiti qualcosa di pesante e dopo raggiungimi fuori" mi esortò baciandomi la fronte.
Mi misi a sedere con estrema fatica, il corpo pesante che reclamava ancora un po' di riposo. Quando mi alzai in piedi, avvertii che qualcosa era cambiato. Le onde che carezzavano la The Braver sembravano più forti; tutto intorno a me, i mobili, le tende degli oblò, ondeggiavano con più decisione.
Forse fu quel cambiamento che mi svegliò di colpo, forse fu quell'eccitazione nuova, del tutto sconosciuta che mi fece andare di corsa verso il baule, aprirlo di scatto per poi far volare una serie di vestiti per tutta la piccola stanza. Afferrai la prima mantella foderata che trovai, e senza nemmeno pettinarmi mi precipitai nel corridoio, afferrando gioiosamente il braccio che papà mi porgeva con scherzosa galanteria.
Il legname del ponte era gelido, rabbrividii nel sentire tanto freddo…ma mi accorsi solo vagamente di aver dimenticato di indossare le scarpe.
La mia attenzione era rivolta a lui.
All' oceano Atlantico.
Si spalancava davanti a me con l'immensità di un abbraccio azzurro, di cui ignoravo l'inizio e la fine. Il sole sfolgorava sulle onde smeraldine producendo un riverbero intenso, che feriva lo sguardo con la sua dorata, lucente bellezza. C'era solo quello, adesso…il sole, il mare…e una linea dell'orizzonte lontanissima, quasi nascosta nel punto in cui si congiungeva al cielo.
L'odore dell'aria era cambiato: il sale mi carezzava la faccia, accendeva di rosso le mie guance, m'impastava le lunghe ciocche scure rapite dal vento.
Sopra di me, le vele spiegate erano bianche ali immense, gonfie di forza e libertà. Il canto dei gabbiani veniva talvolta soffocato dagli ordini che l'equipaggio si lanciava.
Avevamo lasciato la costa inglese da ore, ormai…avevo detto addio alla mia terra senza nemmeno vederla, e adesso non provavo nulla. Né dolore, né rimpianto. Chiusa in una vertigine d'euforia, ero vuota, come un vaso da riempire con acqua cristallina…dietro di me adesso c'era una linea di terra sempre più lontana, soffocata dalla foschia…era davanti, che dovevo continuare a guardare, a quella che un giorno sarebbe divenuta la mia nuova casa.
Una casa senza mura e finestre, fatta di brezza pungente, luce ed infinito.
Note dell'autrice: allora, ciurma…come procede la navigazione? Quelli ancora sobri mettano in piedi gli ubriachi, e controllate che le stive siano ancora rifornite di Rum, altrimenti chi lo sente il capitano Sparrow?:P Forse la festa improvvisata l'altra notte sul ponte ci ha leggermente scombussolato, ma la vita di mare è fatta di queste cose!
Sono commossa nel vedere quanti hanno già accettato di salire a bordo della mia storia, spero che non rimarrete mai delusi signore e signori, e colgo l'occasione per ringraziare dal profondo del mio cuore (in fin dei conti sono una brava ragazza, nonostante conosca tipi come il nostro comandante…^o^) il "gruppo delle Corsare", come le ho definite…perché è stato leggendo le loro storie che ho deciso di scrivere la mia…ragazze, gradite una bevuta collettiva gentilmente offerta dal nostro affascinante capitano per ringraziarvi?^___-
Ricchan-Edhelwen.