"Pirates of the Caribbean.
The legend of Sybelle "Storm" Russel".
By Rinoa-chan
Capitolo terzo
“Port Royal”
Ogni volta che torno qui, a Port Royal, scopro di non avere le parole giuste per descriverla.
Quindi, si può solo immaginare cosa provai la prima volta che la vidi, con l'acqua placida della baia e del porto incendiata dai colori del tramonto.
Era stata la vedetta ad annunciarci l'avvistamento della terra ferma, mentre nel cielo erano tornati a sfrecciare i gabbiani e le sule dal lungo becco grigio. Mano a mano che il sole andava a morire ad occidente, l'isola si avvicinava a noi nel suo trionfo di verdi lussureggianti.
Port Royal è un'insieme di colline di roccia affiorate dal Mar dei Caraibi, ancora ricoperta per la maggior parte da grandi foreste. Le alture cadevano a strapiombo nell'oceano, dove aguzzi scogli si diramavano verso il largo come denti fossili di vecchi mostri marini.
Dopo aver doppiato uno di questi promontori selvaggi su cui erano arroccati i bastioni del forte inglese, l'insenatura principale si mostrò a noi in tutto il suo calmo, sensuale splendore.
La città e il porto sorgevano in un'ampia depressione che degradava dolcemente verso il mare, tramutandosi progressivamente in una spiaggia dalla sabbia finissima, ricca di cristalli di soda che adesso scintillavano simili a rubini di un tesoro perduto. Ai lunghi pontili di legno erano ancorate navi di tutte le dimensioni, dalle barche dei pescatori alle più veloci fregate che battevano la bandiera del Regno Unito. Già allora rimasi impressionata nel vedere lo dispiegamento di forze militari, ma solo con gli anni ne avrei capito il vero perché. Per il momento, il mondo mi lasciava ancora giocare coi miei sogni e le mie idealizzazioni leggendarie.
La case che si affastellavano lungo le vie tortuose erano intonacate di grigio e bianco, con tutti gli infissi di legno a vista, i vetri smerigliati e i tetti spioventi. La somiglianza con i quartieri più antichi e caratteristici di Londra mi colpì con la forza di una pugnalata. L'aria portava il ricordo dei profumo del cocco e di orchidee sfatte dal caldo. Quel giorno indossavo un abito di seta leggerissima, la cui ampia gonna mi volteggiava sulle gambe per il vento tiepido, che sapeva di spezie.
Eravamo attesi: due lunghi fischi annunciarono l'arrivo della Mermaid e della The Braver alla fila di giacche rosse in parata sulla banchina.
La prima ad attraccare fu la nave del Governatore. Lo vidi scendere la scaletta al fianco di Elizabeth e per un attimo, lei si voltò a vedere se ero affacciata al parapetto. I suoi splendidi boccoli biondo scuro erano stati raccolti in un elegante chignon, su cui era calato con una civetteria fuori luogo un capellino di pizzo inamidato. Quando mi vide, si fermò e sbracciandosi come suo solito mi salutò; io fui felicissima di ricambiare quella plateale infrazione alle buone maniere. Qualche passo dietro di lei, come un fedele scudiero che seguiva la sua piccola regina, c'era Will Turner. Lily si voltò verso di lui, dicendogli qualcosa e mi indicò tutta felice. Anche lui mi sorrise, anche se il suo saluto fu più contenuto. Si vedeva il suo disagio di trovarsi circondato da uomini in divisa e da un padre che esortava la figlia a non essere così espansiva. Eppure non smetteva di guardarla, di starle vicino per quello che poteva.
Li invidiai vedendoli già così uniti: avevano passato gli ultimi giorni di viaggio insieme, sicuramente si erano fatti più compagnia di me con le mie cameriere in preda al mal di mare…più li osservavo, più mi convincevo che quei sette giorni passati uno accanto all'altra avessero gettato il seme di un sentimento dolce, segreto, quasi esclusivo. Lo leggevo nei loro sguardi; sguardi che si cercavano, si trovavano, si sorridevano, ignorando ancora cosa era successo in loro da quando un giovane naufrago aveva aperto gli occhi trovandosi di fronte il sorriso innocente e stupito della bambina che lo aveva praticamente salvato.
Sperai di poterli raggiungere prima che Will venisse affidato ai frati del convento gesuita che sorgeva fuori dalla città. La pietra bianca della loro piccola chiesa sembrava scintillare quasi minacciosamente nella sera imminente…sarebbe stato il posto dove i suoi sogni si sarebbero infranti. Lui, che era partito in ricerca del padre…non gli avevo potuto nemmeno chiedere come si chiamasse…lui, che nascondeva un segreto terribile.
Forse Elizabeth gli avrebbe restituito un giorno il medaglione. Forse Will ci avrebbe raccontato quale storia si nascondeva dietro ad esso.
“E' ora di andare, Sybelle” disse mia madre aprendo il suo elegante ombrello para-sole dal manico sottile e bianco. Aveva raccolto la sua superba chioma fulva in lunghe trecce attorte sotto la nuca e il suo abito color pesca metteva in risalto il colorito florido dell' incarnato. Mio padre le porse galantemente il braccio, e scendemmo a terra tra i fucili tirati in resta dai soldati.
Il Governatore ci attendeva accanto alle carrozze, e io corsi subito verso Lily.
“Ciao Will” dissi al ragazzo. “Ti senti meglio?”
“Sì. Grazie, miss Russel.”
“Perché mi chiami così?” domandai storcendo la bocca. Non mi pareva certo il caso di usare tante cerimonie…in fin dei conti non ci eravamo conosciuti in circostanze normali, io avevo aiutato mio padre, ovvero il medico che lo aveva curato.Non doveva temermi. “Chiamami Sybelle, va bene?”
“Sybel, è inutile” intervenne Lily ridacchiando. “Anch'io gli ho detto di chiamarmi per nome, ma è testardo sai?”
Will arrossì appena, ma quando lui ed Elizabeth si guardarono, scoppiarono a ridere. La complicità che avrebbe sempre accompagnato il loro rapporto era già nata, e sarebbe divenuta sempre più profonda nonostante le differenze sociali e le difficoltà che avrebbero incontrato negli anni.
“Il nostro giovane Turner è anche educato, non solo coraggioso e fortunato” disse Lord Swann. “Elizabeth, non dovresti criticarlo su questo. Si rivolge a te come si deve.”
“Ma papà…lui è mio amico” ribatté con tutta la sincera sfrontatezza dell'infanzia.
“Certo cara, ma…”
“Signor Governatore, è ora di andare”. Il tenente Norrington arrivò in quel momento, salvando Lord Swann dall'imbarazzo.
“Ci rivedremo presto, tutti e tre” dissi loro prima di raggiungere mio padre. “E…” senza dire altro, li abbracciai forte tutti e due. Eravamo stati uniti dal caso, un caso straordinario e tragico.Non avrei permesso a nessuno di separarmi da quelli che sarebbero diventati i miei migliori amici. “…Se non mi chiamerai Sybelle, ti costringerò a fare il maleducato.”
Un lampo malizioso passò negli occhi scuri di Will, l'antico riflesso di una gioia perduta quando i suoi sogni e speranze erano affondati con la sua nave.
“La vedremo, Sybelle” mi rispose mentre Elizabeth cercava di nascondere una risata con uno starnuto improvvisato.
Mantenemmo la nostra promessa.Ci saremmo rivisti.
Ed io e Lily abbiamo sempre provato a convincere Will a farci chiamare per nome.
La splendida villa in cui andammo ad abitare era stata costruita sulle colline verdi e boscose che sovrastavano la città. Le pareti erano bianche, con alte finestre francesi piombate sempre aperte per accogliere l'aria di mare.
Ogni stanza era luminosa, dipinta con colori tenui. Le candele venivano accese solo dopo il tramonto, una novità per me che ero stata abituata a vederne sempre così tante a punteggiare i buoi corridoi di velluto e mogano della mia casa a Londra.
Naturalmente mia madre apportò delle piccole migliorie, come si ostinava a chiamarle. Sopra le lunghe, mormoranti tende di raso e pizzo trasparente ne fece mettere altre di pesante broccato verde o rosso. Non voleva che il sole intaccasse i preziosi quadri che ci avevano seguito dall'Inghilterra, insieme ad alcuni degli arazzi che avevo visto togliere. Un pregiato tappeto persiano, dai complessi arabeschi d'oro, andò a impreziosire la camera da letto padronale; nella stanza adibita a studio di mio padre venne ricollocata la cara, vecchia mappa del mondo conosciuto.
Io godetti di un privilegio nuovo, giustificato dal fatto che stavo diventando grande: prima della mia camera era stato arredato un piccolo salotto, dove avrei potuto ricevere i miei nuovi precettori e studiare. Non credevo che l'idea fosse nata da mia madre, non era nel suo stile. La libreria in noce che stava aspettando i primi libri era stato un regalo di Lord Robert per la sua erede e, cosa importante, nessun drappo di velluto soffocante mi toglieva la vista del porto.
Dedicai poco tempo a osservare come la casa veniva lentamente trasformata; era molto più interessante vagare per il grande giardino che la circondava; una successione di prati curatissimi con due fontane dalle grandi vasche bianche, dalle acque scure popolate di piccoli pesci rossi.
La mia preferita era quella che si trovava lontano dal sentiero principale tracciato con la ghiaia, situata dopo una folta macchia di ibischi. Era circondata da alcune giovani palme, e al centro c'era la piccola scultura di un angelo dai lunghi capelli intrecciati.
Scoprii che era piacevole andare a leggere, o scrivere seduti sul bordo di marmo. La siepe di fiori scarlatti mi nascondeva agli sguardi di quelli che entravano dal cancello principale, quindi non ero tenuta a conservare un atteggiamento formale, come tenere ben dritta la schiena per portare vestiti dai corsetti sempre più stretti anche per una ragazzina. Potevo alzare la gonna e lasciare che le mie gambe perdessero il loro colorito latteo tipico delle dame del tempo senza che qualcuno mi potesse rimproverare.
Presi l'abitudine di andare a leggere lì, sotto l'ombra sussurrante delle foglie di palma. Incrociavo le gambe, allentavo in qualche maniera il bustino e posavo il libro di turno in grembo. Il mondo della fantasia e delle parole scritte mi rapiva per ore intere, fino a quando la voce preoccupata di Margareth non disturbava la quiete delle aiuole in boccio, chiamandomi disperatamente.
“Non sei un maschio, ma ne hai tutta la forza!”
Io ascoltavo sorridendo distrattamente il borbottio sdegnato di mia madre. A volte, arrivavo persino a prometterle che non sarei sparita così, senza motivo per poi comportarmi in modo totalmente opposto il giorno seguente.
Lo facevo perché mi sentivo sola.
Sola, e fuori posto.
Fuori posto nei ricevimenti di benvenuto che subito iniziarono a intervallare la mia nuova vita, fuori posto nel sorridere a dei perfetti sconosciuti che mi lodavano solo per compiacere la mia famiglia. Sapevo benissimo che tutte quelle dame imbellettate, dai ventagli sempre davanti alla bocca, mi scrutavano da capo a piedi per comparare il mio aspetto con quello delle loro figlie. Erano nobildonne mogli di ufficiali sempre per mare; la critica e il pettegolezzo erano le uniche armi possedute contro la noia. Cosa potevano fare loro su un'isola tanto lontana dalla cara madre patria se non cicaleggiare sugli stessi, gretti argomenti?
Naturalmente io avrei saputo cosa fare per non ridurmi in quello stato pietoso, da bambola inerte…solo, tutto sembrava complottare contro di me e le mie intenzioni.
Desideravo rivedere la piccola Lily, ma certo non a una cena di gala a casa del Governatore Swann…quando la vidi scendere al fianco di suo padre l'ampia scalinata che immetteva nel salone della loro villa, provai pena per lei…e per me. Eravamo entrambe costrette in abiti che soffocavano il petto per poi perdersi in crinoline ampie e strabordanti di pizzi. Lo sguardo fermo, cerimonioso. I capelli pettinati come avessimo avuto già vent'anni. Ci siamo viste, ma come poterci salutare come sempre, ridendo e alzando il braccio in una danza frenetica con quei ridicoli guanti di batista bianca e una selva di sguardi ostili che avrebbero criticato una cosa così bella e semplice come l'amicizia?
Ti ricordi, piccola Lily?
A quel tavolo carico di vassoi d'argento colmi di cibo e frutta candita ci siamo scambiate sì e no cinque frasi…tu volevi raccontarmi di Will, lo avevi visto proprio nella mattinata perché tuo padre ti aveva consesso il permesso di andare al convento. Saremmo state a parlare per ore del suo carattere fiero, e dall'abilità con cui si applicava ad apprendere il mestiere di fabbro…il padre superiore lo aveva affidato all'officina del signor Brown, giù in città…Will, il tuo Will.
Sì, era già tuo senza che nessuno di noi, te compresa, lo avessimo capito. Vi volevate bene, e lui aveva una sorta di venerazione per te: non ti trattava dall'alto in basso come di solito i ragazzini fanno con le loro coetanee. Continuava a chiamarti miss Swann, ma se era al tuo fianco potevi anche visitare il porto, perché non eri sola, e sapevi che ti avrebbe sempre protetto. Non solo per educazione, o perché eri la figlia del Governatore…ma perché il sentimento che vi legava era vero, sincero.
Per Will eri semplicemente Elizabeth, anche se te lo avrebbe detto solo molti anni dopo.
Dopo cena, riuscimmo a passare qualche minuto insieme. Scappammo su una delle terrazze del piano superiore e contemplando le luci della baia e del piccolo faro sul più esterno dei frangi flutti, abbiamo immaginato di essere lontano dalle costrizioni e dall'etichetta. A bordo della Mermaid, come la notte in cui hai indovinato il nostro futuro.
Il mare era la libertà, la terra una prigione dorata.
“Lily…ti ha parlato di cosa è successo al mercantile dove viaggiava?” chiesi a un certo punto, quando i segreti potevano essere affrontati anche solo bisbigliandoli.
Annuì in silenzio, e nella penombra uno dei boccoli biondi sfuggì all'acconciatura ricadendole sul collo, restituendole la sua innocenza, la sua età.
“Ricorda la nave nera che abbiamo visto anche noi, si è sentito sbalzare via. Ha sbattuto la testa, e poi si è risvegliato quando lo abbiamo tratto in salvo. Sa di aver perso il suo medaglione. Era…un regalo di suo padre.”
“Allora suo padre…”
“Non lo so, Sybel, non lo so!” sbottò disperata. “Ma se glielo restituissi adesso, saprebbe che sono stata io a prenderlo…e se i soldati sapessero che è anche solo il figlio di un pirata…” non chiuse la frase, scotendo istericamente il capo. “Lo sai anche tu cosa fanno a chi è anche solo legato indirettamente alla pirateria!”
Sì, lo sapevo.
Era uno dei compiti ufficiali della flotta di Port Royal. Quando mio padre me ne aveva parlato, per la prima volta lo avevo visto vergognarsi della sua carica.
Gli ordini parlavano chiaro: qualsiasi rifugio di filibustieri, corsari e altri poveri diavoli andava scovato e raso al suolo.
I Caraibi erano un dedalo di isole e atolli spersi nell'azzurro, ogni golfo poteva nascondere un povero villaggio di pescatori che davano accoglienza alle navi dei ribelli e dei fuori legge. Io vivevo in un paradiso, Port Royal, protetto e sicuro, mentre gli avvenimenti di quegli anni erano neri, e ferivano la gente comune come le pene dell'inferno.
I saccheggi dovevano essere fermati, il male andava estirpato a suon di esemplari impiccagioni aperte al popolo e bombardamenti sommari. Vere e proprie rappresaglie, atti dimostrativi che venivano naturalmente ricambiati con la stessa moneta. L'oceano non era costellato solo da relitti su cui un Jolly Roger era sventolato fieramente…il mare si era chiuso anche su velieri recanti lo stemma dei leoni rampanti inglesi. Il sangue richiedeva altro sangue, e le bare nei cimiteri della costa venivano calate nella terra senza corpi, perché era stato impossibile recuperarli. Era un gioco perverso, perché era la realtà.
“Ma ora Will è qui, e potrà rifarsi una vita” le dissi per confortarla. “Diventerà uno degli artigiani più valenti di Port Royal!”
“E uno degli spadaccini più bravi!”
“Cosa?” domandai stupita. Questa sì che era una sorpresa!
“Avrei voluto dirti anche di questo prima…Will sa tirare di scherma, gli è stato insegnato dai parenti di sua madre. Certo, lo fa quando Padre John non può vederlo…” Padre John era l'abate superiore del convento gesuita, un uomo troppo pio per comprendere un'arte come la scherma, decisamente.
“Mi piacerebbe vederlo…ma di certo mia madre si opporrà come sempre a ciò che voglio, e non voglio vedere papà litigare con lei, ora che è così impegnato.”
“Ma non potrà certo opporsi al Governatore…” iniziò Elizabeth con una luce maliziosa negli occhi.
“Cosa vuoi dire?”
“Io posso andare da Will quando voglio, non credo che a papà dispiacerà se chiedo che con me ci sia una mia amica.”
Eccezionale. Una simile trovata era da applaudire; io invece mi limitai ad abbracciarla forte.
Qualche giorno dopo, Will ebbe la sorpresa di ricevere ben due visite.
Lo trovai cambiato: finalmente le guance avevano perso quel pallore visto quando mio padre lo aveva curato; il sole dei Caraibi iniziava a scurirgli piacevolmente il viso e gli occhi scuri come chicchi di caffè erano visibilmente più sereni ed allegri.
Per la prima volta lo sentii ridere, quando io e Lily lo prendemmo in giro perché ci chiamava tutte e due miss: non c'era verso di fargli cambiare idea!
Lavorare in città gli piaceva…il signor Brown si era affezionato al suo apprendista, e stava imparando a forgiare armi: spade, lame per i moschetti…sarebbero diventate la sua specialità. Cercava di tenersi sempre occupato per non pensare al passato, e per un bambino era già la prova di un grande coraggio. Non mi chiesi di certo se la sua poteva essere una fuga da un incubo spiacevole…quando correvamo per i prati attorno al convento, l'unica cosa importante era scherzare, essere insieme. Alla nostra maniera, tutti e tre eravamo soli…era questo bisogno di calore, di un semplice sorriso che ci unì così tanto.
Naturalmente, solo io ed Elizabeth sapevamo della sua destrezza con la spada.
Si esibiva solo per noi, e in quei momenti ci sembrava di vedere un'altra persona: Will sfidava i suoi nemici d'aria con affondi precisi e letali, mosse rapide, feline. Il suo corpo sottile era tutto teso nella lotta, il resto del mondo spariva di fronte al suo sguardo che bruciava di nuove sfide. Appariva così grande, forte…diverso.
Elizabeth lo adorava in silenzio, gli occhi di miele velati ogni tanto dalla paura e dal rimorso: il medaglione d'oro era ancora nascosto nel doppio fondo di uno dei tiretti del suo scrittoio, insieme al mistero delle origini del nostro amico. Io li guardavo entrambi, pregando che tutto rimanesse così, che nulla cambiasse. Era come se mi sentissi responsabile nei loro confronti, una sorta di sorella maggiore. Ancora oggi, Lily a volte scherza su questa mia continua apprensione verso le persone che amo. Io sorrido e non smentisco questo lato del mio carattere.
Un pomeriggio, mentre mangiavamo delle mele…trovate casualmente nell'orto della confraternita -in fin dei conti, perché lasciarle sull'albero?-, ebbi il coraggio di chiedere a Will una cosa che desideravo da tempo.
Lui mi guardò come se avessi parlato in un'altra lingua, tenendo una mela rossa e succosa a mezz'aria senza morderla.
“Che cosa? Ho capito bene?”
“Sì!” ribattei decisa. “Ti assicuro che non lo saprà nessuno!”
“Ma miss Russel…se…” si bloccò, tossendo. Non voleva porre obiezioni per via di mio padre, che ormai conosceva bene, ma per via di mia madre. Sapevo che nel caso fossimo stati scoperti, nei guai ci sarebbe finito l'umile apprendista orfano, non certo la figlia del comandante della flotta dell'isola.
“Non ti devi preoccupare” intervenne Lily con un sorriso. “Sybel non ti creerà problemi. Allora, accetterai?”
Due occhi scuri e dubbiosi cercarono istintivamente quelli dolci, rassicuranti della bambina che gli stava seduta a fianco. Per Will era praticamente impossibile rifiutare un piacere ad Elizabeth, e di me si poteva fidare: sarei stata muta come una tomba. Scrollò le spalle, ed annuì.
Gli anni iniziarono a passare, e riuscii a tenere nascosto il motivo per cui ogni giorno andavo a passeggiare nei giardini di casa Swann con Elizabeth.
Il vero motivo di tante visite ci attendeva pazientamene a un piccolo cancello arrugginito che sorvegliava un sentiero alberato. La stretta strada di ghiaia e sterpi un tempo serviva ad unire due appezzamenti di terra ora in disuso: un posto perfetto dove andare senza dare nell'occhio.
Will ci aspettava sempre nello stesso posto, puntualissimo. Apriva lui il cancello, e poi lo richiudeva una volta passati. Dopo una breve corsa, iniziava il mio allenamento.
Nonostante fossi di due anni più grande del mio maestro, Will non si faceva scrupoli a essere severo ed esigente.
Da lui, imparai che la scherma era un'arte esatta, pericolosa. Non un gioco. Mano a mano che il tempo passava, la sua abilità e la mia aumentavano. Lui stava iniziando a diventare un uomo, io volevo a tutti i costi raggiungere e battere nuovi limiti. All'inizio ero piuttosto buffa da vedere: insomma, una fanciulla di buona famiglia che combatte cercando di non rimanere impacciata dalla lunga, ridondante gonna che doveva indossare…ero io la prima a mettermi a ridere per una situazione tanto paradossale, ma presto non ci feci più caso.
Tirare di spada era diventato un bisogno, una cosa indispensabile come il respirare.
Dimenticavo chi ero, e la solitudine che vivevo nella mia stessa casa. Papà era sempre lontano con la sua nave e i suoi uomini; mamma continuava a lamentarsi che leggevo troppo, che annoiavo la figlia del Governatore con i miei racconti di pirati, che mi ostinavo a non imparare le buone maniere.
Quando tenevo in mano la mia arma, potevo essere chi volevo. Potevo sognare di essere un bucaniere, come nelle canzoni che io e Lily cantavamo ricordando il nostromo Gibbs che gliele aveva insegnate.
Provavo l'illusione di essere libera, e volevo protrarla più che potevo.
Ma il mondo intorno a Port Royal continuava a girare, a vivere senza che noi tre, gli amici inseparabili, sapessimo cosa accadeva.
Al largo, i cannoni avevano continuato a tuonare, il teschio su campo nero perseguiva la sua lotta contro il leone d'oro su campo scarlatto.
Non avrei mai dimenticato cosa vidi nella mia prima visita al forte inglese.
Quando il tenente Norrington portò me e mia madre sul cammino di ronda, nel cortile stavano sfilando dei prigionieri in ceppi. Avevano i vestiti laceri, i visi minacciosi bruciati dal sole e vistose bende colorare sotto i cappelli a tre corna. I soldati li fecero passare apposta accanto al palco della forca che alcuni carpentieri stavano ultimando.
Avevo dodici anni, e il brivido che mi gelò la schiena non era dettato da semplice sensibilità adolescenziale.
Il tenente seguì il mio sguardo inorridito, sorrise leggermente.
“La realtà è molto diversa dalle leggende, miss Russel” commentò con aria saputa.
“Signore, alcuni di quegli uomini sono feriti, non lo vedete?” replicai gelida. “Li manderete a morte in quelle condizioni?”
“Non si deve provare pietà per della feccia come quella” aggiunse velenosamente mia madre aprendo il suo ventaglio di piume di struzzo.
Le sue parole mi caddero affilate nel cuore, aprendomi ferite rosse e profonde.
Basta.
Fu la prima volta che me lo dissi. Che mi ribellai.
Senza scusarmi, mi voltai e corsi via. Ripassai gli stessi corridoi di pietra, sentendomi soffocare.
Lo sapevo. Lo sapevo, dannazione.
Sapevo che le leggende erano molto diverse dalla vita vera, tenente Norrington. Sapevo che fantasticavo su tagliagole, delinquenti spietati, farabutti della peggior specie. Era stata della marmaglia come loro ad attaccare la nave di Will, a ridurlo in fin di vita.
Lo sapevo.
Come sapevo che io discendevo da gente del genere.
Continuai a correre senza meta per le vie tortuose di Port Royal, fino a quando qualcuno mi afferrò per un braccio.
“Miss Russel” disse una voce giovane, che iniziava a diventare più profonda.
Mi voltai e il sorriso di Will riuscì a calmare le mie lacrime. Non mi ero accorta di essere arrivata sotto all'insegna cigolante dell'officina del signor Brown, e lui indossava ancora il robusto camice di cuoio che usava quando doveva temprare un pezzo di metallo incandescente. Aveva quasi undici anni, ma ne dimostrava minimo due in più. Ogni volta che lo rivedevo mi sembrava sempre più alto.
“Will…” mormorai. Alcuni passanti si fermarono a fissarci, dovevamo essere ben strani per loro: un garzone di bottega e una ragazzina vestita come una piccola principessa…in un attimo lui prese in mano la situazione e m'invitò ad entrare nel suo laboratorio.
“Il padrone è fuori per delle commissioni, quindi non mi disturbate. Cosa è successo?”
Non risposi subito. Era la prima volta che vedevo il luogo dove ormai lavorava ed osservai incuriosita la fornace spenta, il grande incudine. Elizabeth mi aveva detto orgogliosamente che era Will a provvedere che tutti gli strumenti fossero in ordine, e segretamente mi complimentai con lei per aver detto la verità.
“Io…sono scappata.”
“Scappata da dove?Cosa avete combinato stavolta?” mi chiese dolcemente.
Finii col raccontargli tutto. Dei condannati a morte, di chi fossero, del dolore incredibile che avevo provato nel vederli. Del disprezzo di mia madre.
“Scusami” aggiunsi concludendo, tenendo il capo chino verso il pavimento di terra battuta.
“Perché mi chiedete scusa?”
“Will, sei molto caro, mi hai sopportato anche adesso…ma ti ho parlato dei pirati ben sapendo che tu li odi.”
Stavolta fu lui a tacere. Mi lasciò seduta, e andò a sistemare alcuni grossi martelli sul piano di lavoro.
“Non è colpa vostra, miss Russel. E non è nemmeno colpa vostra l'aver provato pietà per dei prigionieri. Siete solo da ammirare, come dice sempre El…cioè, miss Swann” si corresse subito arrossendo vistosamente.
Nonostante adesso non vivesse più presso i frati, la nostra amicizia aveva continuato a rafforzarsi. Tutti e tre eravamo cambiati molto dal nostro arrivo a Port Royal, ma lo scorrere logorante del tempo non poteva nulla sull'affetto che ci legava. E io da molto tempo avevo capito di essere la seconda nella scala dei legami importanti del giovane Turner…mi piaceva osservare divertita l'imbarazzo che lo prendeva quando parlava della piccola Lily.
“Vuole molto bene anche a te, lo sai.”
“Certo, ma è per merito vostro se continuiamo a stare assieme, come ai vecchi tempi. Ci siamo incontrati spesso a casa vostra grazie a quello che dicevate a Lord Russel.”
“Papà stravede per te…dice che presto nessuno ti batterà nel tuo mestiere. Verrà a vedere presto le tue nuove spade, appena tornerà dalla prossima missione.”
Il rossore che accese le guance di Will stavolta fu dettato dall'orgoglio, anche se eravamo in pochissimi a sapere del suo talento. Non aveva ancora il coraggio sufficiente per dire che gli affari dell'officina li portava avanti praticamente da solo, da quando James Brown aveva sviluppato una passione morbosa ed assidua per il Rum. Si era adattato presto a una vita nuova e molto dura, come potevamo io e Lily non ammirarlo?
Qualcuno bussò alla porta e nella lama di luce che si aprì, comparve Elizabeth. Il sole giocava a indorarle i lunghi capelli raccolti molto semplicemente; in mano reggeva un piccolo mazzo di fiori azzurri, come l'abito che indossava.
“Finalmente ti ho trovato!” mi disse sollevata. “Grazie Will, ero preoccupatissima!”
“Mi stavi cercando?”
“Mezza guarnigione di Port Royal lo sta facendo” rispose allarmata. “Tua madre è sull'orlo di una crisi isterica, sai?”
“Come se le stessi veramente a cuore!” borbottai alzandomi e recuperando il mio primo, inutilissimo ombrello di raso bianco. Avrei dovuto buttarlo giù per il bastione, prima…
“Sarà meglio che andiate allora” aggiunse Will accompagnandoci. “Io qui ho ancora da fare, perciò ci vedremo alla solita ora, nel solito posto.”
“Grazie ancora!” lo salutai uscendo.
“Stasera dovrai prepararti a una bella predica.” Lily mi strinse forte la mano in segno di comprensione.
“Non avverrà. Stasera la The Braver rientrerà in porto…mamma non vorrà certo rovinare la splendida cena che sta preparando da giorni in onore di suo marito.”
Ancora una volta, la mia buona stella mi aveva salvato.
Certo, mylady non mi risparmiò certi sguardi assassini tra una portata e l'altra, e io rimasi in silenzio per tutto il tempo proprio per non accendere nessuna miccia nella polveriera dei rimproveri.
Il mio obiettivo era poter parlare con papà dopo, quando sarebbe stato solo nel suo studio. Volevo confidarmi con lui su quanto era successo oggi, e osare chiedergli come potesse permettere una cosa del genere, come riuscisse a sopportarla. Volevo assolutamente sapere, nonostante l'aria tremendamente stanca e provata che aveva sul volto.
Bussai alla sua porta in camicia da notte. Rispose “avanti” qualche istante dopo.
Lo trovai in piedi alla finestra aperta; l'aria della notte era profumata di gelsomino.
Sapeva che ero io, e quell'aria tesa mi fece capire troppo tardi cosa era accaduto.
“Tua madre mi ha detto che ti sei comportata molto male, oggi.” Iniziò senza voltarsi per guardarmi.
“E' stata lei a dire delle cose cattive.”
“Cose cattive su della gente macchiata di delitti molto gravi.”
“E allora? Ho provato pena per loro! Non posso farlo forse? Tu non l'avresti provata?”
Lentamente, gli occhi verdi, glaciali di Lord Robert penetrarono nei miei. Strinsi le labbra, cercando di non tremare sotto il fuoco smeraldino di quello sguardo indecifrabile. Era stato lui a insegnarmi di non cedere davanti a nulla, se dovevo portare avanti le mie idee.
Il sorriso che sciolse il mio terrore sbocciò lentamente sul suo bel volto.
“Sybelle” sospirò inginocchiandosi davanti a me, posandomi le mani sulle spalle. “Certo che l'avrei provata. Sono esseri umani, come te e me. Ma hanno trasgredito la legge, e devono pagare per ciò che hanno fatto. Ormai non sei più una bambina, e devi capire che alcuni sogni devono finire. Però…ricordati sempre questo: anche nel male, in quello che noi crediamo essere il male, a volte ci sono delle sorprese. Promettimi che non dimenticherai questo.”
“No” mormorai. “Anche se non capisco cosa significa.”
“Ti sarà più chiaro quando diventerai grande, e mi hai già dimostrato di essere molto più adulta di quanto creda la mamma. Lo imparerai insieme a me…sei disposta a farlo?”
Nemmeno stavolta compresi. Papà rise della mia confusione, e per risposta prese solo la sua valigetta di pelle nera da medico.
“Ti piacerebbe imparare come aiutare chi soffre, Sybelle?”