"Pirates of the Caribbean. The legend of Sybelle "Storm" Russel".
By Rinoa-chan






Capitolo quarto
"All of Hallows"




Era strano festeggiare il mio compleanno con un sole mite, un tepore piacevole nell'aria che invogliava a correre e giocare nel giardino e il mare dei Caraibi scintillante e limpido fuori dalle finestre.
Il mio quattordicesimo compleanno, il quarto che si celebrava a Port Royal.
Sì, non c'era dubbio; era decisamente strano, soprattutto visto il giorno in cui cadeva. La comunità inglese di Port Royal avrebbe sicuramente festeggiato la vigilia di Ognissanti, questo lo sapevo, ma mi sarebbe mancata una volta in più l'atmosfera misteriosa di una Londra cullata dalla nebbia e dalle leggende su streghe e maghi.
Al mercato del porto, zucche di tutte le misure venivano esposte sui banconi; molte madri le avrebbero comprate per farle spolpare dai figli, che poi le avrebbero incise disegnando volti grotteschi nella buccia spessa. Dopo aver posato dentro il classico mozzicone di candela, le yellow pumpkins avrebbero avuto il loro posto d'onore sulle finestre e sui gradini delle case.
Via, via…orchi e streghe, fantasmi e vampiri…via, via!Non si entra nelle case vegliate dal ghigno terrificante di un' enorme faccia arancione.
Per un'intera, magica notte, l'intera città sarebbe stata avvolta nel silenzio. Echi di vita e risate si sarebbero sentiti solo da dietro i vetri smerigliati delle finestre delle locande. Nessuno avrebbe passeggiato per le strade, men che meno su quelle in prossimità dei crocevia. Le barche e le navi avrebbero beccheggiato da sole attraccate ai pontili, senza alcun marinaio a occuparsi di loro.
Sarebbe stato un bellissimo regalo di compleanno poter ammirare da vicino le case vegliate dalle zucche… un lungo corteo di luci tremolanti nella leggerissima bruma marina…sarebbe stato.
Naturalmente, il programma era molto diverso per la giovane miss Russel.
Mio padre era dovuto partire per una nuova missione, una missione importantissima, affidatagli da un messo della Corona Britannica giunto nei Caraibi pochi giorni prima.
Il funzionario imperiale era stato accolto con tutti gli onori dal neo promosso capitano Norrington, che lo aveva scortato al forte dove ad attenderlo c'era stata una parata militare in suo onore e il Governatore. Aveva recato dispacci urgenti e d'importanza vitale con sé, e doveva discutere con Lord Robert di una situazione divenuta insostenibile in quei mesi.
Mio padre non aveva parlato molto di questo nemmeno a me. In quell'occasione, aveva dovuto diminuire il numero delle sue confidenze…c'era qualcosa di nuovo che brillava nei suoi occhi. La paura.
Paura che soffiava su tutta la guarnigione, sui soldati semplici come sui loro superiori.
Paura che strisciava nelle chiacchiere da bettola, nei racconti terrificanti di chi arrivava dalle altre isole.
Quando si parlava di lei, i marinai ingollavano pinte e pinte di Rum per trovare nell' alcol la forza di narrare cosa si diceva su quella nave inafferrabile, del colore della notte, orribile come un incubo assillante.
La Perla Nera.
A memoria d'uomo, non era mai esistito un veliero simile. Sembrava volasse a pelo dell'acqua, sospinto da qualcosa di più forte dei semplici venti. Il suo capitano era un pirata sanguinario, senza pietà. Si diceva di lui che durante un abbordaggio non risparmiasse nessuno, comprese le donne e i bambini. Uccideva chiunque gli ostacolasse il cammino, gonfiava il mare di cadaveri e relitti bruciati. Nelle versioni più fantasiose della storia, si narrava che la ciurma al suo comando fosse composta da diavoli veri, rigettati dall'inferno.
Avrei potuto ridere anche di queste versioni così fantasiose, ma non potevo farlo.
Troppi particolari…
Troppi particolari in comune con una storia triste, miracolosa. La storia di Will…
Una nave nera, un'ombra malefica che solcava gli oceani…
Al suo passaggio rimaneva solo fuoco, e silenzio mortale…Dio…perché…perché nelle mie notti il volto della donna bionda sgozzata mi appariva sempre davanti?…
Da quanto avevo potuto apprendere dalle varie voci che si rincorrevano per Port Royal, la Perla Nera seminava morte e devastazione da anni. Nessun cannone, nessun esercito sembrava in grado di battere quei pirati. Pirati che infrangevano senza remore il codice d'onore e lealtà voluto dalla Fratellanza dei Corsari istituita dai leggendari Morgan e Burton, i primi Fratelli della Costa.
Le rotte mercantili non erano mai state tanto insicure come in quei tempi. Si doveva trovare una soluzione drastica, risolutiva. Le rappresaglie compiute dalla Royal Navy ottenevano come unico risultato quello di scatenare altri pirati a fare altrettanto, in una gara senza regole il cui premio finale era la sopravvivenza.
La The Braver era sempre stata in prima linea insieme all' Interceptor comandata da Norrington; gli assalti e le battaglie in cui venivano coinvolte si erano fatte più cruente di volta in volta, e io vedevo nuove rughe sul volto di mio padre dove non ce n'erano mai state. Aveva dovuto assistere alla morte dei suoi uomini, alla loro lenta agonia. La sua arte medica non sempre riusciva a vincere sulla crudeltà del destino.
L'arte che stava lentamente insegnando anche a me da quando una sera mi aveva chiesto se volevo imparare ad aiutare chi soffrisse. Naturalmente non nutrivo alcuna illusione per il futuro: non sarei mai diventata un dottore, ma non era questo quello che in fondo desideravo. Volevo semplicemente portare sollievo, aiutare chi ne aveva bisogno, come se toccasse a me ripagare in parte quello che avevo visto tanto tempo fa al forte. L'unica cosa che sapevo con certezza era di non voler più vedere gente che andava a morire con le braccia e le gambe storpiate da ferite infette. Non m'importava chi fossero, o cosa avevano fatto.
La mia infanzia era finita a dodici anni.
Per i canoni dell'epoca, ero pronta a diventare una donna.
Per questo, per il mio quattordicesimo compleanno, si dovevano fare grandi festeggiamenti.

"Signorina, voltatevi per favore."
Con un sospiro rassegnato, obbedii alla vecchia sarta che mi stava volteggiando attorno da un'ora. In piedi su un palchetto rotondo, compii mezzo giro in modo che lo specchio riflettesse la mia immagine di fronte.
Il vestito che avrei indossato per la mia festa era un vero capolavoro: metri e metri di perfetta seta color crema raccolti in una crinolina ampia orlata da sottilissimi ricami di raso che rappresentavano fiori in boccio. Il motivo floreale era stato ripreso anche sul corsetto che sotto la stoffa pregiata mi stava letteralmente comprimendo il petto e i seni. Maledissi in silenzio l'età dello sviluppo che mi stava condannando, a quanto pareva, ad avere un "personale" di tutto rispetto. I miei lunghi, lisci capelli corvini erano provvisoriamente raccolti in una coda; sarei passata sotto le mani esperte dell'acconciatrice più tardi, ovvero finito il supplizio dell'abito. Una zelante cameriera mi sistemò le pieghe di pizzo in cui si aprivano le maniche aderenti fino al gomito.
Fossi stata qualsiasi altra ragazza nel giorno del suo compleanno, sarei stata felice del mio aspetto: negli ultimi due anni avevo iniziato a svilupparmi in altezza, e i segni e le curve della femminilità stavano lentamente diventando qualcosa di più che semplici promesse. Il periodo peggiore, ovvero l'inizio di questa fase di mutamenti irreversibili e traditori, ora era solo un pallido ricordo: non riuscivo a tenere in mano nulla, tutto sembrava essere fatto apposta per scapparmi per terra. Anche le mie lezioni di scherma con Elizabeth e Will ne avevano risentito, e mai come allora mi ero sentita goffa e a disagio verso tutti.
Ferma come una bambola obbediente, le braccia distese, pregai che la serata che stava per iniziare finisse bene e in fretta.
Lord Russel era lontano a portare a termine la delicata missione affidatagli dal messo della Corona…non sapevo nemmeno in quale zona del Mar dei Caraibi era stato destinato. Aveva avuto lunghi colloqui con l'alto dignitario, tutti coperti da un segreto inviolabile. Non avrei mai saputo se un rappresentante così illustre della Camera dei Lord si fosse sobbarcato un viaggio simile solo per porre fine alle scorribande di una nave pirata, anche se la nave in questione era la famigerata Perla Nera.
Le lettere di papà si erano fatte più rare e stringate col passare dei mesi, e il fatto che non potesse esserci oggi mi riempiva di tristezza.
Tristezza mitigata in parte solo da ciò che Margareth mi aveva consegnato appena sveglia; un delizioso pacchetto con un grande fiocco. Un bigliettino dorato recava scritto "To my darling."
Lo avevo aperto con mani tremanti, lasciando scivolare tra le dita una finissima catenella d'argento a cui era appeso un ciondolo di diamante, un solitario dalla luce purissima.
"Sei la stella più bella del mio cielo", mi ripeteva spesso. Adesso avrei portato una stella al collo.
Papà aveva affidato il suo dono per me a Maggye ben sapendo che mi sarebbe stato dato al giorno giusto. Non si sarebbe mai dimenticato di me…mai…c'era una strana sensazione di fatalità nel suo regalo, sensazione che scacciai il prima possibile. Dovevo essere felice, dovevo sorridere e tenere testa a tutto quello che mamma avrebbe fatto per rendere questo giorno memorabile…per lei.
Aveva curato ogni dettaglio: la festa all'aperto, la lista degli invitati, la servitù da impiegare. Suo marito non c'era, per una volta avrebbe fatto in modo di esser fiera di una figlia tanto selvaggia e intraprendente. Voleva mostrarmi al circolo delle sue amiche al massimo della mia bellezza, dovevo essere semplicemente perfetta. Mi sarei sentita come una vecchia sotto la mia prima maschera di trucco, ma questo non le importava. Per via dell'altezza che stavo raggiungendo avrei dimostrato molti più anni dei miei effettivi quattordici, mi sarei sentita estranea, al di fuori del mio stesso corpo. Perché non lo capiva? Perché non mi aveva lasciato pensare da sola a come pettinarmi, dipingermi le labbra?
Anche il più innocuo dei miei desideri era stato ignorato: nemmeno una piccola zucca avrebbe capeggiato sulla tavola delle portate, e cosa ben più grave, Will non era stato incluso tra i privilegiati presenti per questa serata.
Era il mio compleanno, ma sembrava la festa di qualcun altro. Elizabeth ci sarebbe stata, Will no. Cosa ci veniva a fare un fabbro dalle origini oscure a casa di un Lord? Davvero mylady mi pensava così ingenua da non capire il motivo di una mossa tanto perfida nei miei confronti?
Eppure Will avrebbe avuto molto più successo dei damerini impacciati che avrei visto sfilarmi davanti per rendermi omaggio. Anche lui stava crescendo, di noi tre sembrava quello più grande. I tratti delicati del suo viso stavano diventando più decisi e marcati, le braccia si stavano irrobustendo per via del duro lavoro di ogni giorno. Avrei voluto che ci fosse, per festeggiare insieme la vigilia di Ognissanti. Lui, con la sua fermezza gentile, i suoi occhi attenti, che si riempivano di una luce sognante e timida quando una ragazzina dai capelli biondi lo raggiungeva correndo.
Lo dissi ad Elizabeth quando venne a trovarmi a pranzo, e lei non si era mostrata delusa come me. Anzi.
"Tu preparati" mi aveva detto prima di lasciarmi, con uno dei suoi sorrisi maliziosi.
E io avevo obbedito. Non stavo facendo questo, ovvero prepararmi stando immobile su un dannatissimo palchetto, sentendomi sciocca come non lo ero mai stata? Alzate le braccia, signorina…voltatevi di tre quarti, per favore…non muovete la testa!…ero semplicemente al limite della sopportazione, e io ne avevo sempre avuta molto poca.
Arrivò la pettinatrice, che iniziò a tirarmi indietro i capelli, liberandomi la fronte e ponendo in primo piano l'ovale del mio viso. Usò una spazzola bagnata, la passò più e più volte tra i miei capelli fino a inumidirli. Una volta finito, li divise in ciocche per poi ritorcerle in boccoli scuri, che ondeggiavano sulle spalle e lungo la schiena. Mani fastidiose intanto mi pizzicavano le guance, voci petulanti alle mie spalle discutevano su che rossetto usare, come stendere la cipria…
Stavo nel cuore della mia prigione dalle sbarre d'oro, mentre nelle case del porto i bambini ascoltavano storie venute da lontano, dalla remota Europa, e parlavano di donne che si trasformavano in gatti neri, scope che volavano nella notte e fantasmi senza pace.

"Non mangi nemmeno la torta?" mi domandò Lily preoccupata.
Aveva ben ragione di esserlo. Non avevo praticamente toccato cibo, colpa anche del principio di soffocamento che mi stava comprimendo i polmoni. Piccola Lily, ti auguro di provare il più tardi possibile questo supplizio…ma vedendola stasera, sospettai che la mia preghiera sarebbe stata ignorata.
Anche lei presto avrebbe smesso di essere una bambina: le lentiggini che le punteggiavano le guance stavano iniziando a sparire, il volto si stava piacevolmente riempiendo formando un ovale perfetto, delicato.
Era semplicemente incantevole nel suo abito lilla ricamato con rametti di pesco in fiore.
"Non riuscirei a mandare giù un solo boccone" le bisbigliai affranta cercando di allentare la morsa delle stecche sul petto.
La piccola orchestra d'archi stava suonando un'aria allegra, gli invitati si dividevano tra chi si serviva dai camerieri e chi accennava dei passi di danza.
Avevo dovuto sopportare per ore i lunghi racconti di mia madre e del suo esclusivo circolo femminile che mi avevano illustrato ampiamente tutti i meriti dei giovani presenti: uno sarebbe entrato in Marina, l'altro, figlio di uno degli avvocati inglesi più stimati delle colonie caraibiche, presto sarebbe tornato in Inghilterra per completare gli studi a Oxford…quelle voci suadenti, cinguettanti e false come gioielli finti erano adatte per una formale cena di gala, non per il compleanno di una quattordicenne!
Le altre invitate più o meno della mia età, esclusa Lily, mi avevano già classificato come rivale. Le sentivo bisbigliare commenti sul mio abito, sui miei capelli lucenti nonostante fossero nerissimi…sentir passare in rassegna ogni minimo dettaglio del proprio corpo da una banda di bambinette in crinolina e velluto era davvero ridicolo. Sapevano parlare con competenza solo di quello. Non avevano mai visto Port Royal, la vigilia di Ognissanti le terrorizzava…non dovevano essere qui con grande piacere.
L'unico regalo che apprezzai veramente fu quello di Lord Swann e di Elizabeth. Uno splendido libro dalla copertina rubino, le scritte impresse dorate: era un saggio sui viaggi d'esplorazione compiuti dopo la scoperta dell'America, e si parlava diffusamente anche della spedizione di Sir Drake che compì il giro del mondo. Lo presi in mano e poi mi ritirai in un angolo del giardino a sfogliarlo con Elizabeth, che mi aveva seguito.
"Finalmente ti vedo sorridere" mi disse orgogliosa.
"Come non potrei?E' bellissimo, grazie! Tuo padre conosce i miei gusti meglio di mia madre…"
"Sai, credo che nemmeno lui sopporti molto lady Catherine, ma Lord Robert è suo amico, e a te vuole veramente bene."
"Domani lo porterò a far vedere anche a Will, che ne dici?"
Elizabeth ridacchiò poco aristocraticamente, senza nemmeno portare una mano davanti alla bocca. "Facciamoglielo vedere adesso, no?"
"Che vuoi dire?"
"Andiamo alla tua siepe, e lo saprai. Credo sia ora, e adesso nessuno si accorgerà che non ci siamo…sono troppo impegnati a bere e a brindare."
La siepe a cui si riferiva, divideva il giardino di casa dalla strada che scendeva verso la villa del Governatore. Qualche mese fa avevo scoperto che in un tratto era abbastanza rada da poterci passare attraverso, e usavo il passaggio improvvisato per scampare ai famigerati the con signore che mi volevano rovinare il pomeriggio. Preferivo di gran lunga andare da Lily e parlare delle ultime cose che avevamo letto, prima di andare al vecchio cancello dove c'avrebbe raggiunto Will.
Attraversammo i rovi con estrema cautela, visto l'ingombro dei vestiti, poi corremmo fino all'inizio del viale sbarrato.
Una grossa zucca intagliata era posta esattamente al centro del sentiero, e il suo ghigno sdentato era davvero stato reso sufficientemente orripilante. Una yellow pumpkin…cosa ci faceva proprio in quel posto?…
"Buon compleanno, miss Russel!"
Will saltò fuori da dietro il tronco del primo albero al mio fianco, e iniziò a ridere spassosamente con Elizabeth, senza smettere di guardare la mia espressione stupita e sconvolta. Dal canto mio, non sapevo come reagire…ero completamente paralizzata dall'onda di gioia più grande ed eccitante della mia vita. I miei migliori amici, io…tutti raccolti attorno a una zucca accesa…solo a Londra avevo il permesso di averne una tutta per me, da lasciare sulla mia finestra…uno strano pizzichio mi solleticò le ciglia, e mi affrettai ad asciugare le lacrime di commozione. Avevano fatto questa sorpresa per me, nonostante i guai in cui potevamo finire tutti e tre…potevo non voler bene a questi due ragazzi?
"Forza, Will, non abbiamo molto tempo! Se scoprono che siamo sparite capiranno che ci sei anche tu!"
Il ragazzo sorrise con ancora più dolcezza del solito, e con un abile gesto da prestigiatore estrasse dalle pieghe del suo mantello una lunga scatola di feltro grigio. Scatole simili le avevo viste solo in un altro posto…l'officina di un fabbro e servivano per contenere…no, non ci potevo credere!
Sollevai lentamente il coperchio, e stavolta il mio urlo euforico salì a turbare il silenzio della luna.
Era una spada perfetta: l'elsa era decorata a un motivo a spirale di bronzo e fili sottilissimi di ottone lucido. Quando la presi in mano, mi accorsi di quanto fosse leggera, bilanciata al millimetro. Estrassi la lama dal cuoio nero del fodero con gesti misurati; era sottile ma solida, e potevo far riflettere il mio viso senza il minimo sforzo e meglio che in uno specchio.
"Davvero…è per me?" balbettai riponendola con riluttanza.
"Certo" mi rispose. "Sei la prima ad usare un'arma che ho fabbricato io…spero sia riuscita bene."
"Non dubitarne, è semplicemente…grandiosa. Finalmente mi hai ritenuto degna di avere una spada tutta mia!"
"Ti allenerai sempre, non è vero? Anche quando io non avrò tempo di essere con voi?" aggiunse debolmente, abbassando gli occhi. Elizabeth gli si avvicinò; le sue guance di madre perla si accesero violentemente quando osò fare ciò che pochissime volte si era permessa. Lo abbracciò forte, senza badare alle sue deboli proteste.
"Certo, razza di sciocco!" sbottò per scacciare l'aria di malinconia che era calata tra noi. Quel nostro incontro sapeva di "arrivederci", ne eravamo perfettamente consapevoli: anche il Governatore iniziava a dare meno volentieri il suo permesso perché Will potesse venire a trovare la piccola Lily. Certo, aveva sempre avuto affetto per lui, ma non poteva dimenticare le sue origini, e quelle tanto diverse della sua unica figlia. Alcuni sogni vanno abbandonati…così mi aveva detto papà, una sera lontana di due anni fa. Stavamo crescendo, stavamo perdendo alcune nostre preziose illusioni…ma avremmo fatto qualsiasi cosa per salvare il nostro legame. Io avrei fatto qualsiasi cosa perché i miei due unici amici potessero ancora essere vicini come lo erano adesso.
"Ci vedremo ancora, Will. E' una promessa" dissi convinta stringendogli una mano, prima di tornare indietro.
Come avevo temuto, Lily non disse più una parola. Nell'oscurità familiare ed accogliente del mio giardino, potevo immaginarmi il suo viso ora pallido, congelato in un'espressione vuota. Una giovane maschera di tristezza.
Il vincolo che li univa era speciale. Era nato in una maniera speciale, per non dire tragica. Lei gli aveva salvato la vita molto più di quanto lui credesse; erano cresciuti insieme, in una terra dove essere bambini, essere innocenti e spensierati non era permesso…potevo dirlo senza sbagliare, li avevo visti insieme. Conoscevo il loro modo di guardarsi, di comunicare senza bisogno di parole. Come…come potevano venir divisi dopo tutto quello che avevano passato?
Perché la prigione d'oro da cui vedevo il mare, lontano miraggio di libertà, mi si stava stringendo addosso?
Corsi in camera trascinando con me Elizabeth, e nascosi il regalo di Will sotto il letto.
Avevo quattordici anni adesso. Sybelle, la bambina Sybelle non esisteva più. Rendermene conto mi fece sanguinare il cuore. Crescere voleva forse dire sentirsi perennemente privati di un pezzo di desideri, di sogni?
Happy All of Hallows, Sybelle…
"Non piangere, Lily. Will non lo vorrebbe."
"Scusami" sussurrò reprimendo il primo singhiozzo. Alzò il viso, respirò a fondo e mi regalò il suo sorriso radioso, con delle leggere fossette agli angoli delle labbra rosee.
L'abbracciai come faceva sempre lei, in silenzio.
Eravamo sedute sul mio letto, una sola candela era accesa sul comodino.
Le grandi finestre erano aperte sul porto, sul mondo che adesso era nero e punteggiato dalle luci della città lontana. Le osservai: erano sempre più fioche, tremolanti, soffocate da una nebbia che stava salendo per le vie di Port Royal. La foschia aumentava rapidamente, troppo rapidamente. Era sospinta da un vento freddo…e io quel freddo lo avevo già patito. Mi aveva già schiacciato le ossa.
Ancora…il sorriso gorgogliante di sangue aperto nella gola di un cadavere.
Una nave nera nella nebbia.
Le fiaccole in giardino si spensero, le dame dalle spalle scoperte rabbrividirono al braccio dei loro cavalieri.
"Sybel, stai tremando…"
La voce di Elizabeth era il pigolio di un pettirosso. Anche lei…anche lei aveva le mani gelide.
Qualche istante dopo, una delle cameriere venne a bussare alla mia porta: la carrozza che doveva riportare miss Swann a casa, dove l'aspettava il Governatore che non aveva potuto partecipare alla serata era appena arrivata; il Messo Imperiale era ancora suo ospite, sarebbe ripartito solo quando mio padre fosse rientrato dal suo ultimo viaggio.
Il viaggio di cui non sapevo nulla, se non che era segreto.
La The Braver era in mare, a caccia di un demone notturno.
Così credevo…così avevo sentito dove non dovevo sentire.

L'orologio a pendolo suonò la mezzanotte.
Mi affacciai oltre i vetri, fremendo per il freddo sotto la sottile stoffa bianca della mia veste da notte.
La nebbia c'era ancora, acquattata nella baia.
Il clamore, le risate, la musica erano finiti.
Daddy…sei là fuori, perso tra isole ancora senza nome…davvero solo per ingaggiare una battaglia con una nave di pirati? Sei partito per volere della nostra lontanissima Graziosa Maestà inglese…ma perché? Che documenti ti sono stati affidati? Tornerai da me, a riprendere ciò che avevamo interrotto? Mi hai insegnato come si guariscono alcune ferite, alcuni tipi di febbre…ti ho visto prenderti cura dei tuoi soldati al forte.Ti ho aiutato, come feci per la prima volta con Will.
Ma io voglio sapere ancora, ancora…imparare per non pensare, per non avere la tremenda nostalgia del mare, del sale che tira la pelle, delle vele quadre frementi come ali di angeli indomiti. Respiravo sempre meno, sballottata tra nuovi abiti da provare, buone maniere da osservare, mie passioni da bambina da sotterrare e lasciar morire.
E io morivo con esse, poco a poco. Cercando di non lasciarmi andare, di lottare…sei una Russel, sei nipote di antichi pirati…lotta!
Daddy, ti prego…non lasciarmi proprio adesso!
Rientrai in camera tirando le tende, alzai il copriletto di broccato e sfoderai la spada forgiata da Will. Brillava nella luce incerta della stanza, bellissima e letale. Mi portai in posizione di guardia, poi stesi il braccio con un gesto fulmineo, senza la minima sbavatura: un affondo perfetto, nemico spacciato.
Perché continuavo a illudermi, dannazione?
A cosa mi serviva saper tirare di scherma molto meglio di tanti valorosi ufficiali di Port Royal? Correvo dietro a delle chimere, le volevo imprigionare, farle mie. Non potevo fare a meno di continuare a rifugiarmi nei miei ideali. Erano questi a darmi l'ossigeno.
Non ero capace di non pensare che la mia vita, la mia vera vita l'avevo assaggiata solo una volta, quando a bordo di una nave avevo tenuto testa al mio primo temporale. C'era troppa nostalgia in quei ricordi, era un veleno che uccideva solo col lento passare degli anni. Presto, forse, mi sarei arresa: i Caraibi, il loro mare scintillante ed infido, le isole popolate di palme e segreti sarebbero diventate uno sfondo per un futuro in cui sarei stata sposata a un ottimo partito, a un uomo a cui non poteva importare le mie vere passioni.
Ma per adesso…per adesso, per favore, lasciatemi essere ciò che sono.
Semplicemente Sybelle, con le mie pazzie, i miei slanci, i miei sogni. Lasciatemi mordere i frutti di questa vita. Ne ho una sola, per poterlo fare.
Con una torsione del polso, feci compiere alla lama un giro rapidissimo, lasciando che i bagliori della candela si specchiassero in essa come tanti piccoli lampi di luce. Cercai di cacciare dietro le spalle una ciocca di capelli fastidiosa, quindi andai a tirare fuori un piccolo scrigno di legno e il suo unico tesoro, il fazzoletto di Jonathan Russel. Lo legai frettolosamente, e ripresi la spada.
Il grande specchio posto vicino al paravento catturò la mia immagine: una ragazzina avvolta in una lunga veste bianca dalla scollatura pronunciata, una lunga coda di chiome corvine che ricadeva sulla schiena, due nappe di un nastro rosso scuro e armata di una delle spade più belle mai viste. Non risi del mio aspetto decisamente strambo, anzi: assunsi un'espressione orgogliosa. Come avevo sempre fatto quando giocavo ai pirati chiusa nella mia camera di Londra.
Sembravano passati secoli…
Chissà, forse alla fine avrebbe avuto ragione la piccola Lily…ameremo dei pirati…
Si poteva credere a tutto, nella notte di Ognissanti.

Anche in casa Swann le luci si stavano spegnendo.
La cameriera addetta al servizio personale della giovane miss aveva appena finito di rimboccare le coperte ad Elizabeth, e se ne andò chiudendo lentamente la porta.
Lily aspettò di sentirla scendere le scale, poi saltò giù dal letto e corse ad aprire la finestra che stava al suo fianco.
Dallo studio di suo padre, posto sotto la sua stanza, venivano ancora delle voci concitate e nervose. Era raro che il Governatore perdesse la sua abituale pazienza. In oltre, questo fatto eccezionale stava accadendo proprio col messo della Corona, quindi doveva essere accaduto o stava per accadere qualcosa di eccezionalmente grave.
A piccoli passi, s'avvicinò alla porta e la socchiuse appena; dallo spiraglio aperto, osservò l'ampio ballatoio che conduceva alle scale, e vide che in giro non c'era nessuno dei maggiordomi.
Era molto tardi, se fosse stata scoperta a girovagare per la villa senza un motivo valido sarebbe stata punita, ma non riusciva a mettere a tacere la curiosità e il disagio che lottavano in lei.
Alzando l'orlo della sua camicia da notte, s'avvicinò ai gradini e attese. Come aveva previsto, da quel punto si poteva sentire molto meglio. Ma le parole che udì non le fecero piacere; le gelarono il sangue nelle vene.
"…E' un mese che la The Braver non ci fa avere sue notizie come avevamo pattuito!" stava esclamando furibondo suo padre. "Eccellenza, io non ho mai approvato queste decisioni di Sua Maestà!"
"Lord Swann, non dovete essere precipitoso. In oltre, Lord Russel ha accettato questa missione ben sapendo a quali rischi andava incontro."
"Lo ha fatto solo per via della sua lealtà nei confronti dell'Inghilterra, ma voler andare là con una sola nave…ha persino rifiutato l'appoggio dell' Interceptor!"
"Non voleva rischiare la vita di altri bravi soldati in questo tentativo di trattativa, e la sua tattica sembrava dare i risultati sperati, ne dovete convenire! Diamogli ancora del tempo, poi invieremo una parte della nostra flotta…"
A quel punto, le voci erano tornate su toni più pacati. Non c'era più nulla da origliare.
Elizabeth tornò precipitosamente nella sua stanza, vi si chiuse dentro a chiave e si nascose sotto le coltri.
Suo padre…santo cielo, cosa le stava nascondendo il suo caro papà? Qual era la vera missione degli uomini di Lord Robert?…più ci pensava, più sentiva il freddo rigarle la schiena e stringere il cuore. Tutti…lei, io…eravamo stati ingannati.
Segreti troppo grandi per una bambina di dodici anni erano stati rubati alla notte più tetra dell'anno, e l'alba che sarebbe sorta non sarebbe stata bella e luminosa come quelle che l'avevano preceduta… perché una nave nera aveva rubato la forza al sole e ai suoi raggi.


Note dell'autrice: per questo capitolo, urge una spiegazione tecnica…perché ho usato una grossa licenza poetica! Almeno, così credo…quindi bando alle ciance! La festività di Halloween ha origini secolari, come ormai si sa anche in Italia. Non so quando sia nata invece la tradizione delle yellow pumpkins, e se sia stata adottata prima in Inghilterra che nelle sue colonie americane. Purtroppo su questo non ho trovato notizie utili. Però, quando mi sono figurata come sarebbe potuta essere Port Royal adornata da queste luci spettrali e sogghignanti…insomma, l'effetto sarebbe stato stupefacente, perciò ho deciso di fare una sorta di…licenza. Non so quanto possa dirsi poetica, ma suonava bene…:P
Bene, ora tutto è sistemato spiritualmente…ecumenicamente…grammaticalmente…(capitano, mi dovrà spiegare un giorno perché ha detto così…ndMe sconfortata…-___-') (Bhe, era una frase ad effetto…ndJack con ghigno orgoglioso…^___^) Sarà…ma dato che il comandante ha sempre ragione, non dovrei più stupirmi di nulla! Forza, all'arrembaggio del capitolo 5, missy!!!!
Ricchan-Edhelwen.