"Pirates of the Caribbean.
The legend of Sybelle "Storm" Russel".
By Rinoa-chan
Capitolo quarto
"All of Hallows"
Era strano festeggiare
il mio compleanno con un sole mite, un tepore piacevole
nell'aria che invogliava a correre e giocare nel giardino e il
mare dei Caraibi scintillante e limpido fuori dalle
finestre.
Il mio quattordicesimo compleanno, il quarto che
si celebrava a Port Royal.
Sì, non c'era dubbio; era
decisamente strano, soprattutto visto il giorno in cui
cadeva. La comunità inglese di Port Royal avrebbe sicuramente
festeggiato la vigilia di Ognissanti, questo lo sapevo, ma mi
sarebbe mancata una volta in più l'atmosfera misteriosa di una
Londra cullata dalla nebbia e dalle leggende su streghe e
maghi.
Al mercato del porto, zucche di tutte le misure
venivano esposte sui banconi; molte madri le avrebbero
comprate per farle spolpare dai figli, che poi le avrebbero
incise disegnando volti grotteschi nella buccia spessa. Dopo
aver posato dentro il classico mozzicone di candela, le
yellow pumpkins avrebbero avuto il loro posto d'onore
sulle finestre e sui gradini delle case.
Via, via…orchi e
streghe, fantasmi e vampiri…via, via!Non si entra nelle case
vegliate dal ghigno terrificante di un' enorme faccia
arancione.
Per un'intera, magica notte, l'intera città
sarebbe stata avvolta nel silenzio. Echi di vita e risate si
sarebbero sentiti solo da dietro i vetri smerigliati delle
finestre delle locande. Nessuno avrebbe passeggiato per le
strade, men che meno su quelle in prossimità dei crocevia. Le
barche e le navi avrebbero beccheggiato da sole attraccate ai
pontili, senza alcun marinaio a occuparsi di loro.
Sarebbe
stato un bellissimo regalo di compleanno poter ammirare da
vicino le case vegliate dalle zucche… un lungo corteo di luci
tremolanti nella leggerissima bruma marina…sarebbe
stato.
Naturalmente, il programma era molto diverso per
la giovane miss Russel.
Mio padre era dovuto partire per
una nuova missione, una missione importantissima, affidatagli
da un messo della Corona Britannica giunto nei Caraibi pochi
giorni prima.
Il funzionario imperiale era stato accolto
con tutti gli onori dal neo promosso capitano Norrington, che
lo aveva scortato al forte dove ad attenderlo c'era stata una
parata militare in suo onore e il Governatore. Aveva recato
dispacci urgenti e d'importanza vitale con sé, e doveva
discutere con Lord Robert di una situazione divenuta
insostenibile in quei mesi.
Mio padre non aveva parlato
molto di questo nemmeno a me. In quell'occasione, aveva dovuto
diminuire il numero delle sue confidenze…c'era qualcosa di
nuovo che brillava nei suoi occhi. La paura.
Paura
che soffiava su tutta la guarnigione, sui soldati semplici
come sui loro superiori.
Paura che strisciava nelle
chiacchiere da bettola, nei racconti terrificanti di chi
arrivava dalle altre isole.
Quando si parlava di lei, i
marinai ingollavano pinte e pinte di Rum per trovare nell'
alcol la forza di narrare cosa si diceva su quella nave
inafferrabile, del colore della notte, orribile come un incubo
assillante.
La Perla Nera.
A memoria d'uomo, non era mai
esistito un veliero simile. Sembrava volasse a pelo
dell'acqua, sospinto da qualcosa di più forte dei semplici
venti. Il suo capitano era un pirata sanguinario, senza pietà.
Si diceva di lui che durante un abbordaggio non risparmiasse
nessuno, comprese le donne e i bambini. Uccideva chiunque gli
ostacolasse il cammino, gonfiava il mare di cadaveri e relitti
bruciati. Nelle versioni più fantasiose della storia, si
narrava che la ciurma al suo comando fosse composta da diavoli
veri, rigettati dall'inferno.
Avrei potuto ridere anche di
queste versioni così fantasiose, ma non potevo
farlo.
Troppi particolari…
Troppi particolari in comune
con una storia triste, miracolosa. La storia di Will…
Una
nave nera, un'ombra malefica che solcava gli oceani…
Al suo
passaggio rimaneva solo fuoco, e silenzio
mortale…Dio…perché…perché nelle mie notti il volto della donna
bionda sgozzata mi appariva sempre davanti?…
Da quanto
avevo potuto apprendere dalle varie voci che si rincorrevano
per Port Royal, la Perla Nera seminava morte e devastazione da
anni. Nessun cannone, nessun esercito sembrava in grado di
battere quei pirati. Pirati che infrangevano senza remore il
codice d'onore e lealtà voluto dalla Fratellanza dei Corsari
istituita dai leggendari Morgan e Burton, i primi Fratelli
della Costa.
Le rotte mercantili non erano mai state tanto
insicure come in quei tempi. Si doveva trovare una soluzione
drastica, risolutiva. Le rappresaglie compiute dalla Royal
Navy ottenevano come unico risultato quello di scatenare altri
pirati a fare altrettanto, in una gara senza regole il cui
premio finale era la sopravvivenza.
La The Braver era
sempre stata in prima linea insieme all' Interceptor comandata
da Norrington; gli assalti e le battaglie in cui venivano
coinvolte si erano fatte più cruente di volta in volta, e io
vedevo nuove rughe sul volto di mio padre dove non ce n'erano
mai state. Aveva dovuto assistere alla morte dei suoi uomini,
alla loro lenta agonia. La sua arte medica non sempre riusciva
a vincere sulla crudeltà del destino.
L'arte che stava
lentamente insegnando anche a me da quando una sera mi aveva
chiesto se volevo imparare ad aiutare chi soffrisse.
Naturalmente non nutrivo alcuna illusione per il futuro: non
sarei mai diventata un dottore, ma non era questo quello che
in fondo desideravo. Volevo semplicemente portare sollievo,
aiutare chi ne aveva bisogno, come se toccasse a me ripagare
in parte quello che avevo visto tanto tempo fa al forte.
L'unica cosa che sapevo con certezza era di non voler più
vedere gente che andava a morire con le braccia e le gambe
storpiate da ferite infette. Non m'importava chi fossero, o
cosa avevano fatto.
La mia infanzia era finita a dodici
anni.
Per i canoni dell'epoca, ero pronta a diventare una
donna.
Per questo, per il mio quattordicesimo compleanno,
si dovevano fare grandi festeggiamenti.
"Signorina,
voltatevi per favore."
Con un sospiro rassegnato, obbedii
alla vecchia sarta che mi stava volteggiando attorno da
un'ora. In piedi su un palchetto rotondo, compii mezzo giro in
modo che lo specchio riflettesse la mia immagine di
fronte.
Il vestito che avrei indossato per la mia festa era
un vero capolavoro: metri e metri di perfetta seta color crema
raccolti in una crinolina ampia orlata da sottilissimi ricami
di raso che rappresentavano fiori in boccio. Il motivo
floreale era stato ripreso anche sul corsetto che sotto la
stoffa pregiata mi stava letteralmente comprimendo il petto e
i seni. Maledissi in silenzio l'età dello sviluppo che mi
stava condannando, a quanto pareva, ad avere un "personale" di
tutto rispetto. I miei lunghi, lisci capelli corvini erano
provvisoriamente raccolti in una coda; sarei passata sotto le
mani esperte dell'acconciatrice più tardi, ovvero finito il
supplizio dell'abito. Una zelante cameriera mi sistemò le
pieghe di pizzo in cui si aprivano le maniche aderenti fino al
gomito.
Fossi stata qualsiasi altra ragazza nel giorno del
suo compleanno, sarei stata felice del mio aspetto: negli
ultimi due anni avevo iniziato a svilupparmi in altezza, e i
segni e le curve della femminilità stavano lentamente
diventando qualcosa di più che semplici promesse. Il periodo
peggiore, ovvero l'inizio di questa fase di mutamenti
irreversibili e traditori, ora era solo un pallido ricordo:
non riuscivo a tenere in mano nulla, tutto sembrava essere
fatto apposta per scapparmi per terra. Anche le mie lezioni di
scherma con Elizabeth e Will ne avevano risentito, e mai come
allora mi ero sentita goffa e a disagio verso tutti.
Ferma
come una bambola obbediente, le braccia distese, pregai che la
serata che stava per iniziare finisse bene e in
fretta.
Lord Russel era lontano a portare a termine la
delicata missione affidatagli dal messo della Corona…non
sapevo nemmeno in quale zona del Mar dei Caraibi era stato
destinato. Aveva avuto lunghi colloqui con l'alto dignitario,
tutti coperti da un segreto inviolabile. Non avrei mai saputo
se un rappresentante così illustre della Camera dei Lord si
fosse sobbarcato un viaggio simile solo per porre fine alle
scorribande di una nave pirata, anche se la nave in questione
era la famigerata Perla Nera.
Le lettere di papà si erano
fatte più rare e stringate col passare dei mesi, e il fatto
che non potesse esserci oggi mi riempiva di
tristezza.
Tristezza mitigata in parte solo da ciò che
Margareth mi aveva consegnato appena sveglia; un delizioso
pacchetto con un grande fiocco. Un bigliettino dorato recava
scritto "To my darling."
Lo avevo aperto con mani
tremanti, lasciando scivolare tra le dita una finissima
catenella d'argento a cui era appeso un ciondolo di diamante,
un solitario dalla luce purissima.
"Sei la stella più bella
del mio cielo", mi ripeteva spesso. Adesso avrei portato una
stella al collo.
Papà aveva affidato il suo dono per me a
Maggye ben sapendo che mi sarebbe stato dato al giorno giusto.
Non si sarebbe mai dimenticato di me…mai…c'era una strana
sensazione di fatalità nel suo regalo, sensazione che scacciai
il prima possibile. Dovevo essere felice, dovevo sorridere e
tenere testa a tutto quello che mamma avrebbe fatto per
rendere questo giorno memorabile…per lei.
Aveva curato ogni
dettaglio: la festa all'aperto, la lista degli invitati, la
servitù da impiegare. Suo marito non c'era, per una volta
avrebbe fatto in modo di esser fiera di una figlia tanto
selvaggia e intraprendente. Voleva mostrarmi al circolo delle
sue amiche al massimo della mia bellezza, dovevo essere
semplicemente perfetta. Mi sarei sentita come una vecchia
sotto la mia prima maschera di trucco, ma questo non le
importava. Per via dell'altezza che stavo raggiungendo avrei
dimostrato molti più anni dei miei effettivi quattordici, mi
sarei sentita estranea, al di fuori del mio stesso corpo.
Perché non lo capiva? Perché non mi aveva lasciato pensare da
sola a come pettinarmi, dipingermi le labbra?
Anche il più
innocuo dei miei desideri era stato ignorato: nemmeno una
piccola zucca avrebbe capeggiato sulla tavola delle portate, e
cosa ben più grave, Will non era stato incluso tra i
privilegiati presenti per questa serata.
Era il mio
compleanno, ma sembrava la festa di qualcun altro. Elizabeth
ci sarebbe stata, Will no. Cosa ci veniva a fare un fabbro
dalle origini oscure a casa di un Lord? Davvero mylady mi
pensava così ingenua da non capire il motivo di una mossa
tanto perfida nei miei confronti?
Eppure Will avrebbe avuto
molto più successo dei damerini impacciati che avrei visto
sfilarmi davanti per rendermi omaggio. Anche lui stava
crescendo, di noi tre sembrava quello più grande. I tratti
delicati del suo viso stavano diventando più decisi e marcati,
le braccia si stavano irrobustendo per via del duro lavoro di
ogni giorno. Avrei voluto che ci fosse, per festeggiare
insieme la vigilia di Ognissanti. Lui, con la sua fermezza
gentile, i suoi occhi attenti, che si riempivano di una luce
sognante e timida quando una ragazzina dai capelli biondi lo
raggiungeva correndo.
Lo dissi ad Elizabeth quando venne a
trovarmi a pranzo, e lei non si era mostrata delusa come me.
Anzi.
"Tu preparati" mi aveva detto prima di lasciarmi, con
uno dei suoi sorrisi maliziosi.
E io avevo obbedito. Non
stavo facendo questo, ovvero prepararmi stando immobile su un
dannatissimo palchetto, sentendomi sciocca come non lo ero mai
stata? Alzate le braccia, signorina…voltatevi di tre quarti,
per favore…non muovete la testa!…ero semplicemente al limite
della sopportazione, e io ne avevo sempre avuta molto
poca.
Arrivò la pettinatrice, che iniziò a tirarmi indietro
i capelli, liberandomi la fronte e ponendo in primo piano
l'ovale del mio viso. Usò una spazzola bagnata, la passò più e
più volte tra i miei capelli fino a inumidirli. Una volta
finito, li divise in ciocche per poi ritorcerle in boccoli
scuri, che ondeggiavano sulle spalle e lungo la schiena. Mani
fastidiose intanto mi pizzicavano le guance, voci petulanti
alle mie spalle discutevano su che rossetto usare, come
stendere la cipria…
Stavo nel cuore della mia prigione
dalle sbarre d'oro, mentre nelle case del porto i bambini
ascoltavano storie venute da lontano, dalla remota Europa, e
parlavano di donne che si trasformavano in gatti neri, scope
che volavano nella notte e fantasmi senza pace.
"Non
mangi nemmeno la torta?" mi domandò Lily preoccupata.
Aveva
ben ragione di esserlo. Non avevo praticamente toccato cibo,
colpa anche del principio di soffocamento che mi stava
comprimendo i polmoni. Piccola Lily, ti auguro di provare il
più tardi possibile questo supplizio…ma vedendola stasera,
sospettai che la mia preghiera sarebbe stata
ignorata.
Anche lei presto avrebbe smesso di essere una
bambina: le lentiggini che le punteggiavano le guance stavano
iniziando a sparire, il volto si stava piacevolmente
riempiendo formando un ovale perfetto, delicato.
Era
semplicemente incantevole nel suo abito lilla ricamato con
rametti di pesco in fiore.
"Non riuscirei a mandare giù un
solo boccone" le bisbigliai affranta cercando di allentare la
morsa delle stecche sul petto.
La piccola orchestra d'archi
stava suonando un'aria allegra, gli invitati si dividevano tra
chi si serviva dai camerieri e chi accennava dei passi di
danza.
Avevo dovuto sopportare per ore i lunghi racconti
di mia madre e del suo esclusivo circolo femminile che mi
avevano illustrato ampiamente tutti i meriti dei giovani
presenti: uno sarebbe entrato in Marina, l'altro, figlio di
uno degli avvocati inglesi più stimati delle colonie
caraibiche, presto sarebbe tornato in Inghilterra per
completare gli studi a Oxford…quelle voci suadenti,
cinguettanti e false come gioielli finti erano adatte per una
formale cena di gala, non per il compleanno di una
quattordicenne!
Le altre invitate più o meno della mia età,
esclusa Lily, mi avevano già classificato come rivale. Le
sentivo bisbigliare commenti sul mio abito, sui miei capelli
lucenti nonostante fossero nerissimi…sentir passare in
rassegna ogni minimo dettaglio del proprio corpo da una banda
di bambinette in crinolina e velluto era davvero ridicolo.
Sapevano parlare con competenza solo di quello. Non avevano
mai visto Port Royal, la vigilia di Ognissanti le
terrorizzava…non dovevano essere qui con grande
piacere.
L'unico regalo che apprezzai veramente fu quello
di Lord Swann e di Elizabeth. Uno splendido libro dalla
copertina rubino, le scritte impresse dorate: era un saggio
sui viaggi d'esplorazione compiuti dopo la scoperta
dell'America, e si parlava diffusamente anche della spedizione
di Sir Drake che compì il giro del mondo. Lo presi in mano e
poi mi ritirai in un angolo del giardino a sfogliarlo con
Elizabeth, che mi aveva seguito.
"Finalmente ti vedo
sorridere" mi disse orgogliosa.
"Come non potrei?E'
bellissimo, grazie! Tuo padre conosce i miei gusti meglio di
mia madre…"
"Sai, credo che nemmeno lui sopporti molto lady
Catherine, ma Lord Robert è suo amico, e a te vuole veramente
bene."
"Domani lo porterò a far vedere anche a Will, che ne
dici?"
Elizabeth ridacchiò poco aristocraticamente, senza
nemmeno portare una mano davanti alla bocca. "Facciamoglielo
vedere adesso, no?"
"Che vuoi dire?"
"Andiamo alla tua
siepe, e lo saprai. Credo sia ora, e adesso nessuno si
accorgerà che non ci siamo…sono troppo impegnati a bere e a
brindare."
La siepe a cui si riferiva, divideva il giardino
di casa dalla strada che scendeva verso la villa del
Governatore. Qualche mese fa avevo scoperto che in un tratto
era abbastanza rada da poterci passare attraverso, e usavo il
passaggio improvvisato per scampare ai famigerati the con
signore che mi volevano rovinare il pomeriggio. Preferivo di
gran lunga andare da Lily e parlare delle ultime cose che
avevamo letto, prima di andare al vecchio cancello dove
c'avrebbe raggiunto Will.
Attraversammo i rovi con estrema
cautela, visto l'ingombro dei vestiti, poi corremmo fino
all'inizio del viale sbarrato.
Una grossa zucca intagliata
era posta esattamente al centro del sentiero, e il suo ghigno
sdentato era davvero stato reso sufficientemente orripilante.
Una yellow pumpkin…cosa ci faceva proprio in quel
posto?…
"Buon compleanno, miss Russel!"
Will saltò fuori
da dietro il tronco del primo albero al mio fianco, e iniziò a
ridere spassosamente con Elizabeth, senza smettere di guardare
la mia espressione stupita e sconvolta. Dal canto mio, non
sapevo come reagire…ero completamente paralizzata dall'onda di
gioia più grande ed eccitante della mia vita. I miei migliori
amici, io…tutti raccolti attorno a una zucca accesa…solo a
Londra avevo il permesso di averne una tutta per me, da
lasciare sulla mia finestra…uno strano pizzichio mi solleticò
le ciglia, e mi affrettai ad asciugare le lacrime di
commozione. Avevano fatto questa sorpresa per me, nonostante i
guai in cui potevamo finire tutti e tre…potevo non voler bene
a questi due ragazzi?
"Forza, Will, non abbiamo molto
tempo! Se scoprono che siamo sparite capiranno che ci sei
anche tu!"
Il ragazzo sorrise con ancora più dolcezza del
solito, e con un abile gesto da prestigiatore estrasse dalle
pieghe del suo mantello una lunga scatola di feltro grigio.
Scatole simili le avevo viste solo in un altro
posto…l'officina di un fabbro e servivano per contenere…no,
non ci potevo credere!
Sollevai lentamente il coperchio, e
stavolta il mio urlo euforico salì a turbare il silenzio della
luna.
Era una spada perfetta: l'elsa era decorata a un
motivo a spirale di bronzo e fili sottilissimi di ottone
lucido. Quando la presi in mano, mi accorsi di quanto fosse
leggera, bilanciata al millimetro. Estrassi la lama dal cuoio
nero del fodero con gesti misurati; era sottile ma solida, e
potevo far riflettere il mio viso senza il minimo sforzo e
meglio che in uno specchio.
"Davvero…è per me?" balbettai
riponendola con riluttanza.
"Certo" mi rispose. "Sei la
prima ad usare un'arma che ho fabbricato io…spero sia riuscita
bene."
"Non dubitarne, è semplicemente…grandiosa.
Finalmente mi hai ritenuto degna di avere una spada tutta
mia!"
"Ti allenerai sempre, non è vero? Anche quando io non
avrò tempo di essere con voi?" aggiunse debolmente, abbassando
gli occhi. Elizabeth gli si avvicinò; le sue guance di madre
perla si accesero violentemente quando osò fare ciò che
pochissime volte si era permessa. Lo abbracciò forte, senza
badare alle sue deboli proteste.
"Certo, razza di sciocco!"
sbottò per scacciare l'aria di malinconia che era calata tra
noi. Quel nostro incontro sapeva di "arrivederci", ne eravamo
perfettamente consapevoli: anche il Governatore iniziava a
dare meno volentieri il suo permesso perché Will potesse
venire a trovare la piccola Lily. Certo, aveva sempre avuto
affetto per lui, ma non poteva dimenticare le sue origini, e
quelle tanto diverse della sua unica figlia. Alcuni sogni
vanno abbandonati…così mi aveva detto papà, una sera lontana
di due anni fa. Stavamo crescendo, stavamo perdendo alcune
nostre preziose illusioni…ma avremmo fatto qualsiasi cosa per
salvare il nostro legame. Io avrei fatto qualsiasi cosa perché
i miei due unici amici potessero ancora essere vicini come lo
erano adesso.
"Ci vedremo ancora, Will. E' una promessa"
dissi convinta stringendogli una mano, prima di tornare
indietro.
Come avevo temuto, Lily non disse più una parola.
Nell'oscurità familiare ed accogliente del mio giardino,
potevo immaginarmi il suo viso ora pallido, congelato in
un'espressione vuota. Una giovane maschera di tristezza.
Il
vincolo che li univa era speciale. Era nato in una maniera
speciale, per non dire tragica. Lei gli aveva salvato la vita
molto più di quanto lui credesse; erano cresciuti insieme, in
una terra dove essere bambini, essere innocenti e spensierati
non era permesso…potevo dirlo senza sbagliare, li avevo visti
insieme. Conoscevo il loro modo di guardarsi, di comunicare
senza bisogno di parole. Come…come potevano venir divisi dopo
tutto quello che avevano passato?
Perché la prigione d'oro
da cui vedevo il mare, lontano miraggio di libertà, mi si
stava stringendo addosso?
Corsi in camera trascinando con
me Elizabeth, e nascosi il regalo di Will sotto il
letto.
Avevo quattordici anni adesso. Sybelle, la bambina
Sybelle non esisteva più. Rendermene conto mi fece sanguinare
il cuore. Crescere voleva forse dire sentirsi perennemente
privati di un pezzo di desideri, di sogni?
Happy All of
Hallows, Sybelle…
"Non piangere, Lily. Will non lo
vorrebbe."
"Scusami" sussurrò reprimendo il primo
singhiozzo. Alzò il viso, respirò a fondo e mi regalò il suo
sorriso radioso, con delle leggere fossette agli angoli delle
labbra rosee.
L'abbracciai come faceva sempre lei, in
silenzio.
Eravamo sedute sul mio letto, una sola candela
era accesa sul comodino.
Le grandi finestre erano aperte
sul porto, sul mondo che adesso era nero e punteggiato dalle
luci della città lontana. Le osservai: erano sempre più
fioche, tremolanti, soffocate da una nebbia che stava salendo
per le vie di Port Royal. La foschia aumentava rapidamente,
troppo rapidamente. Era sospinta da un vento freddo…e io quel
freddo lo avevo già patito. Mi aveva già schiacciato le
ossa.
Ancora…il sorriso gorgogliante di sangue aperto nella
gola di un cadavere.
Una nave nera nella nebbia.
Le
fiaccole in giardino si spensero, le dame dalle spalle
scoperte rabbrividirono al braccio dei loro
cavalieri.
"Sybel, stai tremando…"
La voce di Elizabeth
era il pigolio di un pettirosso. Anche lei…anche lei aveva le
mani gelide.
Qualche istante dopo, una delle cameriere
venne a bussare alla mia porta: la carrozza che doveva
riportare miss Swann a casa, dove l'aspettava il Governatore
che non aveva potuto partecipare alla serata era appena
arrivata; il Messo Imperiale era ancora suo ospite, sarebbe
ripartito solo quando mio padre fosse rientrato dal suo ultimo
viaggio.
Il viaggio di cui non sapevo nulla, se non che era
segreto.
La The Braver era in mare, a caccia di un demone
notturno.
Così credevo…così avevo sentito dove non dovevo
sentire.
L'orologio a pendolo suonò la
mezzanotte.
Mi affacciai oltre i vetri, fremendo per il
freddo sotto la sottile stoffa bianca della mia veste da
notte.
La nebbia c'era ancora, acquattata nella
baia.
Il clamore, le risate, la musica erano
finiti.
Daddy…sei là fuori, perso tra isole ancora
senza nome…davvero solo per ingaggiare una battaglia con una
nave di pirati? Sei partito per volere della nostra
lontanissima Graziosa Maestà inglese…ma perché? Che documenti
ti sono stati affidati? Tornerai da me, a riprendere ciò che
avevamo interrotto? Mi hai insegnato come si guariscono alcune
ferite, alcuni tipi di febbre…ti ho visto prenderti cura dei
tuoi soldati al forte.Ti ho aiutato, come feci per la prima
volta con Will.
Ma io voglio sapere ancora, ancora…imparare
per non pensare, per non avere la tremenda nostalgia del mare,
del sale che tira la pelle, delle vele quadre frementi come
ali di angeli indomiti. Respiravo sempre meno, sballottata tra
nuovi abiti da provare, buone maniere da osservare, mie
passioni da bambina da sotterrare e lasciar morire.
E io
morivo con esse, poco a poco. Cercando di non lasciarmi
andare, di lottare…sei una Russel, sei nipote di antichi
pirati…lotta!
Daddy, ti prego…non lasciarmi proprio
adesso!
Rientrai in camera tirando le tende, alzai il
copriletto di broccato e sfoderai la spada forgiata da Will.
Brillava nella luce incerta della stanza, bellissima e letale.
Mi portai in posizione di guardia, poi stesi il braccio con un
gesto fulmineo, senza la minima sbavatura: un affondo
perfetto, nemico spacciato.
Perché continuavo a illudermi,
dannazione?
A cosa mi serviva saper tirare di scherma molto
meglio di tanti valorosi ufficiali di Port Royal? Correvo
dietro a delle chimere, le volevo imprigionare, farle mie. Non
potevo fare a meno di continuare a rifugiarmi nei miei ideali.
Erano questi a darmi l'ossigeno.
Non ero capace di non
pensare che la mia vita, la mia vera vita l'avevo assaggiata
solo una volta, quando a bordo di una nave avevo tenuto testa
al mio primo temporale. C'era troppa nostalgia in quei
ricordi, era un veleno che uccideva solo col lento passare
degli anni. Presto, forse, mi sarei arresa: i Caraibi, il loro
mare scintillante ed infido, le isole popolate di palme e
segreti sarebbero diventate uno sfondo per un futuro in cui
sarei stata sposata a un ottimo partito, a un uomo a cui non
poteva importare le mie vere passioni.
Ma per adesso…per
adesso, per favore, lasciatemi essere ciò che sono.
Semplicemente Sybelle, con le mie pazzie, i miei slanci, i
miei sogni. Lasciatemi mordere i frutti di questa vita. Ne ho
una sola, per poterlo fare.
Con una torsione del polso,
feci compiere alla lama un giro rapidissimo, lasciando che i
bagliori della candela si specchiassero in essa come tanti
piccoli lampi di luce. Cercai di cacciare dietro le spalle una
ciocca di capelli fastidiosa, quindi andai a tirare fuori un
piccolo scrigno di legno e il suo unico tesoro, il fazzoletto
di Jonathan Russel. Lo legai frettolosamente, e ripresi la
spada.
Il grande specchio posto vicino al paravento catturò
la mia immagine: una ragazzina avvolta in una lunga veste
bianca dalla scollatura pronunciata, una lunga coda di chiome
corvine che ricadeva sulla schiena, due nappe di un nastro
rosso scuro e armata di una delle spade più belle mai viste.
Non risi del mio aspetto decisamente strambo, anzi: assunsi
un'espressione orgogliosa. Come avevo sempre fatto quando
giocavo ai pirati chiusa nella mia camera di
Londra.
Sembravano passati secoli…
Chissà, forse alla
fine avrebbe avuto ragione la piccola Lily…ameremo dei
pirati…
Si poteva credere a tutto, nella notte di
Ognissanti.
Anche in casa Swann le luci si stavano
spegnendo.
La cameriera addetta al servizio personale della
giovane miss aveva appena finito di rimboccare le coperte ad
Elizabeth, e se ne andò chiudendo lentamente la porta.
Lily
aspettò di sentirla scendere le scale, poi saltò giù dal letto
e corse ad aprire la finestra che stava al suo
fianco.
Dallo studio di suo padre, posto sotto la sua
stanza, venivano ancora delle voci concitate e nervose. Era
raro che il Governatore perdesse la sua abituale pazienza. In
oltre, questo fatto eccezionale stava accadendo proprio col
messo della Corona, quindi doveva essere accaduto o stava per
accadere qualcosa di eccezionalmente grave.
A piccoli
passi, s'avvicinò alla porta e la socchiuse appena; dallo
spiraglio aperto, osservò l'ampio ballatoio che conduceva alle
scale, e vide che in giro non c'era nessuno dei maggiordomi.
Era molto tardi, se fosse stata scoperta a girovagare per
la villa senza un motivo valido sarebbe stata punita, ma non
riusciva a mettere a tacere la curiosità e il disagio che
lottavano in lei.
Alzando l'orlo della sua camicia da
notte, s'avvicinò ai gradini e attese. Come aveva previsto, da
quel punto si poteva sentire molto meglio. Ma le parole che
udì non le fecero piacere; le gelarono il sangue nelle
vene.
"…E' un mese che la The Braver non ci fa avere sue
notizie come avevamo pattuito!" stava esclamando furibondo suo
padre. "Eccellenza, io non ho mai approvato queste decisioni
di Sua Maestà!"
"Lord Swann, non dovete essere precipitoso.
In oltre, Lord Russel ha accettato questa missione ben sapendo
a quali rischi andava incontro."
"Lo ha fatto solo per via
della sua lealtà nei confronti dell'Inghilterra, ma voler
andare là con una sola nave…ha persino rifiutato l'appoggio
dell' Interceptor!"
"Non voleva rischiare la vita di altri
bravi soldati in questo tentativo di trattativa, e la sua
tattica sembrava dare i risultati sperati, ne dovete
convenire! Diamogli ancora del tempo, poi invieremo una parte
della nostra flotta…"
A quel punto, le voci erano tornate
su toni più pacati. Non c'era più nulla da
origliare.
Elizabeth tornò precipitosamente nella sua
stanza, vi si chiuse dentro a chiave e si nascose sotto le
coltri.
Suo padre…santo cielo, cosa le stava nascondendo il
suo caro papà? Qual era la vera missione degli uomini di Lord
Robert?…più ci pensava, più sentiva il freddo rigarle la
schiena e stringere il cuore. Tutti…lei, io…eravamo stati
ingannati.
Segreti troppo grandi per una bambina di dodici
anni erano stati rubati alla notte più tetra dell'anno, e
l'alba che sarebbe sorta non sarebbe stata bella e luminosa
come quelle che l'avevano preceduta… perché una nave nera
aveva rubato la forza al sole e ai suoi
raggi.
Note dell'autrice: per questo
capitolo, urge una spiegazione tecnica…perché ho usato una
grossa licenza poetica! Almeno, così credo…quindi bando alle
ciance! La festività di Halloween ha origini secolari, come
ormai si sa anche in Italia. Non so quando sia nata invece la
tradizione delle yellow pumpkins, e se sia stata adottata
prima in Inghilterra che nelle sue colonie americane.
Purtroppo su questo non ho trovato notizie utili. Però, quando
mi sono figurata come sarebbe potuta essere Port Royal
adornata da queste luci spettrali e sogghignanti…insomma,
l'effetto sarebbe stato stupefacente, perciò ho deciso di fare
una sorta di…licenza. Non so quanto possa dirsi poetica, ma
suonava bene…:P
Bene, ora tutto è sistemato
spiritualmente…ecumenicamente…grammaticalmente…(capitano, mi
dovrà spiegare un giorno perché ha detto così…ndMe
sconfortata…-___-') (Bhe, era una frase ad effetto…ndJack con
ghigno orgoglioso…^___^) Sarà…ma dato che il comandante ha
sempre ragione, non dovrei più stupirmi di nulla! Forza,
all'arrembaggio del capitolo 5,
missy!!!!
Ricchan-Edhelwen.