"Pirates of the Caribbean. The legend of Sybelle "Storm" Russel".
By Rinoa-chan






Capitolo quinto
"La fine del mondo."



Un brivido.
Lungo tutta la schiena.
Aprii gli occhi borbottando qualcosa, e subito serrai le braccia attorno al petto per difendermi dall'aria fredda che strisciava nella stanza dalle finestre spalancate. La pendola batté otto rintocchi, e fu l'unico suono che sentii in quella nuova mattina.
Il mondo fuori era grigio, spento, muto.
Il sole aveva deciso di non farsi vedere, chiedendo a un ammasso di nuvole di coprirlo. Il mare calmo del porto era uno specchio grigio, piatto, incapace di riflettere anche il più piccolo segno di vita e bellezza.
La notte precedente mi ero addormentata senza nemmeno mettermi sotto le coperte, e ora ero tutta indolenzita e tremante. Non aveva mai fatto una giornata simile, ai Caraibi…nella soleggiata Port Royal…anche il verde smeraldo delle foreste dell'isola sembrava aver perso vigore, come se la natura nel volgere di poche ore avesse pianto tutta la sua vita, la sua vitalità. Possibile che non sentissi nemmeno il canto stridente dei gabbiani? E perché la mancanza di suoni e rumori mi stava mettendo addosso un'angoscia gelida, capace di congelare il sangue?
Corsi al mio comodino e afferrando il campanello d'argento per la servitù, lo scossi chiamando energicamente Maggye. Attesi per qualche lungo istante, ma nessuna faccia gioviale sbucò oltre la porta augurandomi il buon giorno. Per le tante stanze della mia casa, l'eco dei passi e delle voci dei suoi abitanti era stata assorbita da chissà quale malefico incantesimo. Nessuno arrivava, nessuno rispondeva…silenzio.
Solo lui.
Pesante, tremendo.
Silenzio…
"Maggye!" esclamai forte entrando nel mio salottino, uscendo poi sul corridoio.
Finalmente lo sentii: un lamento lontano, un miscuglio straziante di singhiozzi tenuti a freno, parole smozzicate dal pianto, le voci dignitose ma incrinate dei maggiordomi.
Qualcuno prese a salire lentamente le scale, ma non riconobbi la mia cara governante nel viso di donna che mi scrutò: i grandi occhi grigi erano vacui, lucidi e gonfi. Mille rughe sottili come bava di ragno le avevano irretito le guance, e i capelli, un tempo di un rosso brillante, parevano paglia stinta con ciocche grigie. La bocca sottile era una smorfia di dolore pietrificata per sempre dal senso di mai più che il suo mutismo spandeva intorno.
Maggye, ti prego…parlami, dimmi qualcosa!Dimmi che questo tempo instabile ti fa male alle ossa, sorridimi e rimproverami: "una vera contessina deve aspettare nelle sue stanze la colazione"…dillo, ti scongiuro…fammi notare che ho i capelli ridotti in uno stato pietoso, la veste bianca spiegazzata e impresentabile…ti supplico, smettila di fissarmi…smettila…
In lontananza, mentre lei si avvicinava, sempre quella musica orribile. Qualcuno piangeva, gemeva…e quel suono sembrava l'unico che Dio avesse permesso di farsi udire per l'intera Port Royal…
"Miss, mia povera miss…" sussurrò finalmente senza osare toccarmi. Solo allora mi accorsi che tra le mani nodose teneva stretto un fazzolettino gualcito, umido.
"Cosa è successo?" domandai con un filo di voce.
"Dovete prepararvi, miss. Vestirvi appropriatamente, con…qualcosa di nero…"
"Cosa è successo?!" ripetei più forte, ostinandomi a non capire. Vestirmi?…Prepararmi?…Qualcosa di nero…ma perché?…
Al piano inferiore, una porta venne aperta e chiusa, lasciando uscire impietosamente lo strazio di mia madre. Era mia madre che stava…?
Clangori di carrozze, cavalli che nitrivano…ospiti. Ospiti in arrivo.
"Seguitemi, miss…"
"IO NON TI SEGUO!" urlai esasperata ritraendomi verso la ringhiera della scala. Ma perché stavo gridando? "IO NON FARO' NULLA FINCHE' NON MI DIRAI COSA E' SUCCESSO!!"
Sentii dei mormorii sgomenti provenire dal salone di ricevimento sotto di noi.
Qualcun altro raggiunse Margareth, uomini in alta uniforme da ufficiale, i compagni e colleghi di mio padre di stanza al forte e che mi conoscevano dal mio arrivo qui, quattro anni fa. Tra loro c'era anche il capitano Norrington, pallido e serio nel tentativo di nascondere cosa lo turbava. Fu lui a scostare leggermente la mia governante, sorridendole mestamente e invitandola ad andare a bere un the forte.
"Miss, calmatevi" m'impose deciso. Se mi avessero chiamato ancora miss sarei stata capace di uccidere…non mi serviva essere tranquilla, dannazione!
"Capitano, non credo possiate ordinarmi nulla" sibilai fulminandolo con lo sguardo. Ero poco più che una ragazzina, e dovevo sembrare patetica nello sfogare il mio contegno offeso.
"Invece dovete esserlo, per affrontare ciò che sto per dirvi. La The Braver è stata attaccata qualche giorno fa al largo di alcuni atolli."
M'immobilizzai.
Di colpo, l'aria che avevo nei polmoni sembrò svanire, lasciandomi senza ossigeno, senza forze.
"C'è stato un combattimento, una battaglia terribile. Abbiamo potuto saperlo solo ora, perché alcune fregate hanno riportato qui una scialuppa con un superstite."
Un superstite…
Non due, non un gruppo…
Uno.
"La neve di Lord Robert Russel è stata affondata. Escluso il marinaio Sheffield, il resto dell'equipaggio è stato dato per disperso."
Se in quel momento fissi stata capace di portarmi una mano al petto, non mi sarei stupita nel sentire nulla sotto le dita, se non la presenza inutile di un cuore fermo. Morto.
Daddy…sei stato mandato a caccia dell' Inferno, e l' Inferno alla fine non ha tollerato una tale sfida.
All'improvviso mi accorsi di essere vuota. Vuota e misera, crivellata dai colpi di un'invisibile artiglieria…provavo la disgustosa sensazione di veder l'anima scivolare via dal mio corpo martoriato in cerca di libertà, in cerca di luce…la luce che non possedevo più…
Ieri era stato il mio compleanno, ieri avevo ancora avuto dei motivi per essere felice…il ciondolo di mio padre, la sorpresa di Will ed Elizabeth…le nostre promesse…
Sbattei le palpebre, annaspando nel mare di piombo in cui stava affogando la mia coscienza. Nelle orecchie rimbombavano voci lontane, forse allarmate…non lo seppi mai.
Volevo solo smettere di avere la testa piena di un rombo cupo, sempre più forte…sembrava che la casa intera si stesse sbriciolando sotto i miei piedi, che Port Royal stessa venisse di nuovo inghiottita dalle acque da cui era sorta.
Non vedevo più nulla, se non un abisso tetro in cui mi tuffai a peso morto, senza sapere perché lo stessi facendo.
Fu come vedermi dall'esterno mentre scivolavo verso terra, sorretta da mani pietose. Ero svenuta. Non percepivo più nulla, nemmeno la tragedia e la sua ascia che mi aveva trafitto da parte a parte.
Lasciatemi così, per favore…
Col mio animo libero di osservare quel corpo rigido accasciato al suolo, stordito da un sonno senza sogni.

Non ricordo quanto tempo passò dal momento in cui caddi riversa sul pavimento di legno a quando mi svegliai di nuovo.
Ero nel mio letto, con le coperte fin sotto il mento e nonostante questo, mi sentivo gelare.
Le tende erano state tirate, e un candelabro d'argento ardeva posto sul basso tavolino di ciliegio e cristallo che stava accanto allo scrittoio. C'era un profumo nuovo nell'aria, un profumo di fiori.
Schiusi gli occhi, e vidi una piccola mano bianca appoggiata al mio braccio.
I lunghi capelli biondo scuro le ricadevano liberi e disordinati ai lati del viso latteo, privo della solita vivacità, di quelle guance rosse come piccole mele mature. Gli occhi erano irritati dal troppo piangere, eppure adesso nessuna lacrima le brillava tra le ciglia.
Sapevo che sarebbe venuta subito da me.
La mia piccola Lily…
Quanti anni erano passati da quando ci eravamo viste per la prima volta a Londra, in una mattina nebbiosa ma resa abbagliante dalla speranza dell'infanzia?…Quattro anni?…
Indossava un vestito di seta nera, senza un ricamo a ingentilire quel colore tanto tetro, e non era sola, no…
Seduto su un altro sgabello imbottito accanto a Elizabeth, c'era Will.
Entrambi non dissero nulla quando mi videro svegliarmi. L'aria e la circostanza erano sature di belle parole, di frasi commoventi…ma in realtà non c'era nulla da dire, non esisteva qualcosa di così potente da riuscire a strapparmi dall'incubo in cui ero caduta.
Ricordai gli occhi seri, spenti del capitano Norrington.
Ricordai le sue parole…tutte quante, con crudele esattezza: una serie di pugnalate che mi sventrarono per la seconda volta senza che una goccia di sangue macchiasse le candide lenzuola che mi avvolgevano.
Mossi le labbra per dire qualcosa a miei amici, ma non avevo più voce.
Will capì senza bisogno di parole; si alzò, andò verso la brocca che qualcuno aveva posato sul comodino e riempì un bicchiere d'acqua. Lo bevvi tutto d'un fiato, mi sentivo bruciare nonostante le dita di mani e piedi fossero insensibili come pezzi di ghiaccio.
"Che…ore sono?" domandai abbastanza stupidamente, senza avere il coraggio di affrontare subito cosa era successo.
"Le otto di sera." Mi rispose Lily gentilmente. "Stai dormendo da quando il dottor Norton ti ha dato dei calmanti e ti ha visitato. Hai la febbre, e molto alta. Aspetta…" si sporse verso di me e sistemò la garza bagnata che avevo sulla fronte. Non mi ero accorta di quel peso in più sulla testa.
"Mio padre ha fatto chiamare Will personalmente" aggiunse poi. "Ha detto che avevi bisogno di noi, e tua madre non ha potuto ribattere."
"Lei come sta?"
"Appena ha saputo la notizia sembrava impazzita. Ha iniziato a urlare, a girare per la sua stanza in preda al panico. Ora con lei c'è il Governatore."
Si guardarono, intimoriti e in attesa della mia reazione: eravamo al momento della verità. Con uno sforzo tremendo, cercai di raccogliere ogni grammo di volontà per sapere.
"Allora…è tutto vero?…"
Prima che potessero rispondermi, qualcuno bussò alla porta.
Lord Swann entrò in silenzio, sorridendo teneramente non appena vide la figlia.
"Elizabeth, Will, sarete stanchi dopo una giornata come questa. Che ne dite di andare a mangiare qualcosa? La governante di Sybelle vi ha tenuto la cena in caldo."
Era un modo molto delicato di dire che doveva parlare con me, da sola. Lily mi abbracciò forte, e Will mi strinse una mano senza dire nulla. Uscirono guardandomi per un'ultima volta, poi la porta si richiuse. Avvertii subito la mancanza della loro semplice, calda presenza; mi era bastato averli accanto per sentire meno freddo, per provare l'illusione che un giorno tutto potesse tornare alla normalità.
Il padre di Elizabeth prese una sedia, si mise accanto a me. Di colpo, anche lui mi parve invecchiato, consumato dagli avvenimenti che si erano abbattuti su di lui e sul fasullo paradiso che comandava nel cuore dei Caraibi.
"Come stai, Sybelle?"
"Vi aspettate che vi risponda "bene, grazie"?" chiesi velenosamente dando sfogo alla mia rabbia immotivata per la seconda volta. Solo a quella, perché le mie lacrime erano nascoste in chissà quale scatola nera del mio animo pesto e ferito.
"No" ammise. "Vuoi davvero sapere adesso cosa è accaduto?"
Annuii stremata, ricadendo contro i cuscini.
"Lo sospettavo. Somigli moltissimo a Robert…anche se ti farò ancora più male dicendoti così. La The Braver è stata attaccata subito dopo aver passato una tempesta, pochi giorni fa. Non avevamo sue notizie da tempo, e le acque in cui navigava non erano sicure. Molte navi pirata sono state viste in quei paraggi, una in particolare."
Respirai profondamente, ascoltando quelle due parole cadermi nello stagno di fango dove stavo soffocando lentamente.
La Perla Nera
"Ne siete sicuri?" chiesi.
"Purtroppo sì. Ce lo ha confermato l'unico soldato che è riuscito a salvarsi prima di…"
"Prima di?"
"Prima d'impazzire. Abbiamo dovuto rinchiuderlo in una cella del forte, sotto sorveglianza."
"E siete davvero sicuri che nessun altro si sia salvato?"
Il Governatore sospirò, e mi posò una mano sulla spalla. Bastò quel gesto per mandare in pezzi anche l'ultima, più ingenua delle mie illusioni.
"La ciurma della Perla Nera è tristemente famosa per non avere alcun timore verso nessuno. Il loro capitano ha mandati di cattura in tutte le colonie britanniche e straniere per assassinio, aggressione e molti altri reati gravi. Dalle nostre informazioni, sappiamo che non fa mai prigionieri. Mi dispiace, piccola mia…non potrò mai farti capire quanto."
Strinsi spasmodicamente le labbra fino a renderle bianche, una linea tremante e senza sangue. La mia gola era chiusa da un nodo di impotenza, incredulità e angoscia. Non riuscivo a respirare, non riuscivo a pensare…non riuscivo a guardare la mia stanza perché aveva iniziato a diventare un confuso, contorto caos di forme e colori, di rumori a volte troppo remoti a volte talmente acuti da spaccarmi i timpani.
La Perla Nera…
La Perla Nera…

"Sybelle, sii sempre orgogliosa di chi sei…"
Il sorriso di mio padre apparve nella tempesta delle mie emozioni esplodendo come un tuono.
Mai più…mai più.
Mio padre non mi avrebbe più sorriso, non mi avrebbe più aperto uno dei suoi libri di medicina iniziando a spiegarmi dove si trovavano le varie ossa, e gli organi…non mi avrebbe più dedicato tempo per spiegarmi nulla…
Mio padre non mi avrebbe più sorriso.
Lui, che discendeva dai pirati che avevano lottato contro la Spagna, contro ingiustizie e miseria…era stato ucciso da pirati.
Ancora una volta, caddi nell'oblio e non pensai più a nulla.

Il giorno seguente, l' Interceptor salpò da Port Royal verso il punto in cui si era verificata la battaglia. Le munizioni caricate furono il doppio, e fu moltiplicato per due anche il numero dei cannoni.
Io non nutrivo alcuna speranza, ormai.
Una parte di me, la più segreta e nera, continuava a sussurrarmi suadentemente di non credere più in un miracolo.
Per una settimana lottai contro la morte: la febbre non si decideva a diminuire, i medici contattati da mia madre e dal Governatore non sapevano che cura applicare per salvarmi.
Non mangiavo, bevevo solo acqua: provarono a nutrirmi con del latte, ma ogni tentativo si era chiuso con un violento conato di vomito che mi rendeva ancora più debole.Il mio corpo non mi stava aiutando, e io non cercavo il suo aiuto del resto.
Il mio mondo e tutto ciò in cui credevo era stato raso al suolo. Quindi, perché io dovevo vivere?
Mio padre aveva sempre vissuto con il pericolo come suo primo compagno: aveva rischiato il tutto per tutto in ogni battaglia che aveva affrontato, era sempre stato in prima fila a combattere per ciò in cui credeva. Quando mi parlava dei pirati che doveva annientare per il benessere e la sicurezza dell' Inghilterra, non aveva mai parole sprezzanti se non in alcuni casi: chi meglio di un discendente di quegli stessi Corsari poteva capire cosa spingeva uomini senza più nulla in cui credere a ribellarsi a un destino avverso, senza futuro?
Aveva sempre cercato di usare il suo potere con criterio, di capire sempre. Non si poteva mandare alla forca anche chi aveva rubato un tozzo di pane perché aveva semplicemente fame. Lord Robert per questa sua indulgenza era stato criticato ed osteggiato, ma non era un uomo debole…era solo un uomo giusto e libero, e amava la libertà come nessun altro.
Quando portava la sua famiglia nelle crociere che mi avevano fatto conoscere il Mar dei Caraibi, mi voleva sempre con sé, sulla plancia del timone.
Mentre governava la sua nave, mentre sembrava dialogare con lei per portarla alla scoperta di nuove isole, nuove città, m'insegnava il nome dei venti, la loro provenienza…nonostante fossi anche figlia di una donna impostagli dal protocollo aristocratico, aveva visto in me la tipica scintilla dei Russel, gente nata sul mare per amare il mare.
Adesso tutti i suoi insegnamenti giacevano in me rotti e contorti, polverosi oggetti che avevano perso la loro utilità. Che me ne dovevo fare? Mi avrebbero forse riportato papà, mi avrebbero aiutato…aiutato a fare cosa?
Parlavo pochissimo, e solo con la mia piccola Lily che veniva a trovarmi ogni giorno, nonostante il rischio di contagio…entrambe sapevamo perfettamente che la mia febbre non aveva nulla a che vedere con nessuna malattia, ma quella remotissima ipotesi era sufficiente per tenere alla larga mia madre, che intanto stava preparando una solenne cerimonia funebre, dolendosi con tutti delle mie condizioni disperate.
Solo Elizabeth sapeva della mia vera disperazione. Avessi potuto, mi sarei alzata dal mio dannatissimo letto mettendomi a piangere e gridare, a picchiare contro le pareti fino a spaccarmi le dita: invece rimanevo debole, un burattino dai fili tagliati. Le chiedevo semplicemente di ascoltarmi, e lei lo faceva, sempre in silenzio ed estremamente attenta, pronta a sorreggermi quando finalmente avrei pianto.
Ma le lacrime si rifiutavano ancora di darmi il sollievo che solo loro perdita sapevano donare.
Un giorno, con molta pazienza e perseveranza, Lily mi aiutò a bere la prima tazza di latte caldo dopo tanto tempo: ero dimagrita spaventosamente, il colore della mia pelle tendeva a un grigio strano, spento. Finalmente riuscii a mangiare, seppure a dosi irrisorie, e intanto mi parlava di Will, di quanto anche lui stava soffrendo: aveva voluto bene a mio padre, che lo aveva sempre aiutato e protetto.
L' Interceptor rientrò con il suo pietoso, nuovo carico: i corpi che erano affiorati dopo l'affondamento. Non era nemmeno stato possibile recuperarli tutti, molti erano rimasti intrappolati nella carcassa del relitto.
La famiglia Russel sarebbe stata una delle tante che non avrebbe avuto nulla da seppellire.

La ragazza che partecipò al funerale di suo padre era un'altra.
Era una figura piegata dal dolore, vestita di nero, il volto di gesso bianco forato dallo sguardo inespressivo di due occhi neri, senza luce come pozzi troppo fondi.
Non provava nulla e io, la mia anima, la guardavamo provando pena per lei.
Dentro di me, nel nero che mi avvolgeva la coscienza, provavo disperazione, dolore, orrore e paura ma nessuno di questi sentimenti voleva venire a galla, rimanendo nel limbo indefinito della mia mente spezzata in due.
Una Sybelle nascosta agli occhi del mondo era consumata dalle lacrime.
Un'altra Sybelle se ne stava su quella collina troppo verde, dall'erba troppo curata, punteggiata di bianche lapidi di marmo.
La bara che avremmo calato nella terra fredda era vuota, un patetico tentativo di avere qualcosa di una persona amata, anche semplicemente una cassa di legno.
Al momento dell'inumazione, un reggimento dei fucilieri di Port Royal scattò sull'attenti e sparò verso il cielo azzurro una scarica a salve, il cui eco scese sul porto chiuso nel chiarore del pomeriggio.
Accanto alla figura impettita di lady Catherine, vedevo la baia: il mare era un trionfo di toni opalescenti, e le onde avevano la schiuma ingemmata dalle scaglie del sole che le carezzava.
Il mare ora era la vera tomba di mio padre. Aveva reclamato a sé uno degli uomini che più lo aveva amato.
Perché avrei dovuto esplodere proprio nel luogo dove non c'era nulla di Lord Robert, se non una stele bianca, vegliata dalla statua di un angelo piangente? No. Il momento non era ancora arrivato.
Dopo la cerimonia, seguii il corteo di persone vestite di scuro e uscii dal cimitero, per tornare alla nostra carrozza.
Elizabeth, rimasta sempre alle mie spalle come una piccola fata buona mi posò una mano sulla spalla e mi voltai leggermente. Ai bordi della strada polverosa c'era Will, con in mano un commovente mazzo di ibischi selvatici. Mio padre aveva sempre amato quegli splendidi gigli scarlatti dalle corolle spesse ed opulente, e sarebbe stato felice nel vedere il suo giovanissimo amico che gliele portava. Mi salutò con un cenno, per poi risalire il pendio che avevo appena lasciato. Vedendolo di spalle, mi sembrò ancora più alto, con le spalle che si stavano irrobustendo e i lunghi ricci scuri baciati dalla luce del pomeriggio.
Per ore avevo ascoltato le parole di circostanza e condoglianze di persone sconosciute, dame impaludate nel lutto d'obbligo e uomini con elaborate parrucche sotto capelli dalle piume color pece.
E ancora nulla.
La mia anima e il mio corpo si rifiutavano ostinatamente di fondersi, di tornare a essere una cosa sola.
Nessuno mi aveva più parlato dell'affondamento della The Braver, né della Perla Nera. Ero troppo sconvolta da ciò che era successo, e avevo amato troppo mio padre per non rimanere ancora più devastata nell'apprendere i particolari più macabri della battaglia. Ma ciò non mi aveva impedito di ascoltare le voci, i pettegolezzi che si rincorrevano negli ambienti altolocati di Port Royal: si diceva che l' Interceptor aveva raccolto indizi importanti, e che si voleva organizzare una seconda spedizione per andare a caccia della nave nera che seminava solo morte.
Io allora non sapevo molto su questi pirati, pochissimi erano sopravvissuti ai loro abbordaggi…solo Elizabeth ebbe il coraggio e l'intelligenza di farmi affrontare la verità, quello stesso giorno.
Fu lei a chiedermi di andare alla mia fontana preferita, fu lei a farmi sedere e a dirmi con voce esitante che doveva parlarmi.
"Io so qualcosa di quella nave" iniziò guardandomi seriamente.
"Anch'io, piccola Lily, perché credo che quella sia stata la nave che ha affondato il mercantile dove viaggiava Will."
"Non solo questo! Hai mai sentito parlare del suo capitano?"
"Oh…un pirata con un tale titolo?" domandai ironicamente, con voce stridula.
"Sybel, non scherzare. Sto parlando di Jack Sparrow."
Jack Sparrow.
Sentii il suo nome per la prima volta al funerale di mio padre, ma in un certo senso non mi giungeva del tutto nuovo…no. Era una sensazione strana, quella che mi suscitava sentirlo nominare…come il sussurro di un vento amico, complice. Quando alzai gli occhi su Elizabeth, capii: certo che sapevo chi era! Indirettamente, ma lo sapevo.
Tempo fa, la guarnigione della Royal Navy aveva ospitato presso il forte alcuni funzionari della Compagnia delle Indie Orientali, il gruppo commerciale che deteneva il monopolio degli scambi tra le colonie in quasi tutti gli oceani.
Partecipando a un ricevimento dato in loro onore, avevo sentito parlare alcuni di questi armatori propensi solo agli affari: i loro racconti avevano portato per qualche istante il sapore esotico di paesi lontani, dove le donne avevano gli occhi a mandorla, o la pelle lucida color ebano profumata di spezie.
Era stato il Governatore a chiedere loro se finalmente la Compagnia fosse riuscita a risolvere il "caso Sparrow"…io ero vicina a Lord Swann e avevo carpito parte dei loro discorsi seri ma colmi di un rancore mal represso.
Venni così a sapere che il temuto, inafferrabile capitano Sparrow era scampato all' arresto un'altra volta ancora, beffando ben sette agenti tra i più qualificati, giunti nelle isole dell' Indo-Cina proprio per catturare e appendere alla forca uno dei pirati più ricercati in quei mari. Era riuscito a fuggire grazie alla soffiata di una spia, e prima di dileguarsi verso una nuova rotta, aveva trovato il tempo di mettere fuori uso alcuni timoni dei velieri pronti a inseguirlo…quello stratagemma era una sorta di firma sulle sue numerose imprese.
Si diceva di lui che conoscesse ogni modello di goletta, fregata o yacht che solcassero gli oceani, in modo da poterli sabotare per coprire le proprie fughe. Molti marinai avevano dovuto limitarsi a imprecare contro la sagoma scura della Perla Nera che s'avviava verso l'orizzonte, mentre il suo comandante sogghignava nel vedere compiuto l'ennesimo scacco alle autorità.
Ma qualcosa non andava, in quella ricostruzione…proprio no.
Perché non avevo mai sentito parlare di stragi, di intere ciurme buttate in mare dopo essere state passate a fil di spada, di scafi sventrati e brucianti, di donne massacrate e bambini uccisi.
"Non mi sembra che fosse abitudine di Sparrow compiere delle stragi, Lily."
"Lo so anch'io ma quella nave era comunque sua, ne sono sicura!Ho letto molto su questo capitano e sui suoi uomini. Forse era la Perla Nera che tuo padre stava cercando di catturare, forse era questa la missione che la Corona gli aveva affidato in segreto…papà ne ha parlato…la notte del tuo compleanno."
"Vuoi dirmi che te lo ha detto lui?"
"Non esattamente…ha discusso con il Messo del re, e parlavano della The Braver, del fatto che da un mese non arrivassero più sue notizie."
A quel punto, Elizabeth tacque. Mi lasciò riflettere, lasciò il mio sguardo vagare sulle corolle rosse del grande cespuglio d'ibischi che ora nascondeva quasi completamente il sentiero di ghiaia del giardino.
Quanti segreti…segreti, e ancora segreti e che dovevano rimanere tali per due fanciulle di buona famiglia. Sapevamo entrambe che non avremmo potuto chiedere nulla di più…in oltre, doveva rimanere tra noi il fatto che Elizabeth fosse venuta a conoscenza di una cosa tanto grave. Ma cosa potevamo fare di fronte ad avvenimenti tanto grandi? Eravamo così piccole, due pulcini di gabbiano che bruciavano dalla voglia di volare ma senza avere le ali.
Sentii di nuovo il cuore palpitare con violenza, il sangue pulsava nelle vene che nella mia apatia si erano fatte sottilissime, inesistenti.
La Perla Nera…
La mia ossessione.
Non era un caso, non più, che l'avessi vista arrivando nel Mar dei Caraibi. Senza che ce ne fossimo accorti, la vista del suo scafo dipinto di nero si era impresso nella nostra vita come un marchio, insieme ad un nome…Jack Sparrow.
Mi misi in piedi di scatto, e con gli stessi movimenti scoordinati, troppo bruschi, iniziai a raccogliere tutti i fiori che potei.
"Andiamo!" dissi a Lily correndo verso il nostro passaggio segreto. E pensare che solo pochi giorni fa, in una notte dove regnavano solo le yellow pumpkins, lo avevamo attraversato ridendo…
"Sybel, dove vuoi andare?" mi gridò preoccupata mentre prendevamo una delle strade che portavano ai promontori che si gettavano a picco sul mare. La vegetazione si faceva via via più brulla e insignificante, prati di erba corta e rada si alternavano a cespugli dalle foglie inaridite dal sale e dalle tempeste. Era un posto pericoloso, quante volte ci era stato proibito di andare da sole tra quelle rocce?…non mi fermai fino a quando non mi trovai a pochi passi dal ciglio del burrone.
Decine di metri sotto di me le onde andavano a schiantarsi contro gli scogli erosi, e l'oceano si estendeva a perdita d'occhio, un miraggio vertiginoso azzurro e verde su cui si poteva volare con la fantasia.
Sì…l'avevo visto così, la prima volta. Infinito, avvolgente come un abbraccio materno ma anche capace di rivoltarsi contro noi miseri esseri umani: tempeste, temporali, venti traditori a volte violenti, a volte troppo deboli per reggere le vele.
Eppure mio padre ti ha amato così tanto, mare…tutta la mia famiglia ti ha amato, e ha vissuto nel privilegio della tua libertà accettando il bello e il brutto di te. Hai accolto il suo corpo nel tuo calore celeste senza confini, senza appello. So che ricambierai il suo amore, adesso. Hai l'eternità per farlo…e io,che sono sua figlia, ti prego proprio per questo: amalo come fare io…
Mossi un ultimo passo, e spalancai le braccia. Il vento m'assalì alle spalle e mi strappò i fiori, scagliandoli verso l'abisso. Macchie scarlatte contro il blu.
Qualcosa mi scivolò delicatamente sulle guance. Una perla limpida che andò a morire sulle labbra, insieme a molte altre.
Un nodo salì alla mia gola, e si liberò nel primo singhiozzo che mi compresse il petto.
Le aspettavo da tanto…riuscii a pensare solo a questo,cadendo in ginocchio e iniziando a piangere.


Note dell'autrice: non ammazzatemi, per favore, per questo capitolo ultra-deprimente…se mi buttate giù dalla nave, mi porto dietro tuuuutttaaa la scorta di Rum!!!!(ndMe che lo urla per bene per farsi anche sentire sulla plancia del timone…)oh, grazie capitano per avermi salvato…ma certo, rimetterò la cassa di Rum nelle stive!!!^o^ eh eh eh…
Scherzi a parte, so che forse era una cosa che non ci si poteva aspettare, ma io sono una persona che adora spiazzare…senza dire quando farò capitare un colpo di scena! E poi, s'inizia a parlare del nostro amatissimo comandante…anche se in maniera indiretta, per ora…(ti ha mai detto nessuno che sei un filino sadica?-___- ndWill sconfortato…) Chi, io??!!O___o Ma se sono una perla di ragazza!!…bhe…dai…forse un pizzico…:D
Edhelwen-Ricchan.