"Pirates of the Caribbean.
The legend of Sybelle "Storm" Russel".
By Rinoa-chan
Capitolo sesto
"Cambiamenti."
Vivere in un
sogno…
Quante volte ho sentito usare
quest'espressione?
Un numero infinito, ormai è diventato un
luogo comune…lo dice anche chi non ha mia vissuto veramente
quest'esperienza, al di là di una frase fatta.
Io non l'
ho mai pronunciata, dal giorno in cui mi dissero che mio padre
era stato prima dato per disperso, poi per morto. Non l' ho
mai detta.
La covavo nel mio cuore logorato, spappolato dal
dolore; rimbalzava nella mia mente confusa e ovattata nelle
notti insonni, quando mi svegliavo urlando e poi fissavo
speranzosa la porta, credendo che mio padre sarebbe entrato
per chiedermi cosa avevo…lo aveva sempre fatto, quando ero una
bambina.
Ma la mia porta non si apriva. Non si sarebbe
aperta mai più.
Non potevo scacciare un sogno tanto
opprimente, non potevo svegliarmi dalla sua magia
nera.
Perché quel sogno era divenuto la mia realtà.
Nel
mese che seguì molte cose presero a cambiare: alcune più
lentamente, altre in maniera brusca e inappellabile.
Uno
alla volta, vidi sparire i libri prediletti di mio padre: la
nostra villa era piena di grandi, spaziose librerie dove aveva
amato conservare le opere che più lo avevano colpito; una di
essa era stata dedita esclusivamente alla raccolta delle sue
mappe navali. Mani di servitori discreti presero a raccogliere
quei dolorosi frammenti di una vita spezzata, nascondendoli
agli occhi miei e di mia madre.
I miei precettori cercavano
di nominare il meno possibile il nome di Lord Robert, e quando
per disgrazia erano costretti a dirlo mi guardavano sempre con
terrore e paura: non era un mistero per nessuno quanto avessi
sofferto per questa perdita, ma non potevo sopportare di venir
squadrata come una povera pazza. Evidentemente Lady Catherine
aveva raccomandato di non urtare eccessivamente i nervi
delicati di una figlia tanto strana e suscettibile; lei invece
sembrava essersi ripresa benissimo dal corpo mortale piombato
sulla nostra famiglia. La sue care, altolocate amiche le
avevano dato tutto il loro appoggio, trascurando la giovane
miss che si rifiutava di riceverle. Non avrei sopportato le
loro ipocrite frasi di cordoglio, né la vista dei loro sorrisi
compassionevoli adornati dagli splendidi gioielli da giorno
indossati su abiti di seta e pizzo. Sapeva tutto di marcio e
falso, di finzione.
Will non poté più essere ospite di casa
Russel: solo molto tempo dopo avrebbe avuto il coraggio di
dirmi che era stato un mio maggiordomo,su incarico di Lady
Russel, a proibirgli di farsi sorprendere nei dintorni del
nostro giardino; il garzone di un fabbro doveva sempre
ricordare qual era il suo posto…ma io facevo apposta a
dimenticare il mio e appena potevo ero pronta per correre in
città, seguita da Elizabeth. A nessuna di noi due importava di
disubbidire agli ordini dei genitori, e la più temeraria era
proprio la piccola, dolce Lily.
Bastava che le proponessi
un nuovo stratagemma per incontrarlo, che subito era pronta a
seguirmi senza alcun rimorso. Adorava segretamente Will quanto
lui adorava lei; era troppo tardi per spezzare un legame che
aveva avuto già parecchi anni per diventare
indistruttibile.
La morte di mio padre non divise i tre
inseparabili; anche se potevamo essere insieme poche volte,
sapevamo di non essere soli. Io praticavo ancora la scherma, e
la sottile, splendida sciabola che Will aveva creato per me
era un modo per ricordarmi la sua amicizia; Elizabeth
assisteva ai miei allenamenti, e le sue guance si tingevano di
rosso quando pensava a quel ragazzo sempre più alto…e sempre
più bello, per lei.
Perché anche Elizabeth aveva iniziato
il suo cammino per divenire una donna, e non faticavo a
credere nella sua futura, folgorante bellezza. Il suo
carattere indomito, puro e fiero avrebbe presto o tardi
formato un contrasto ricco di fascino con i tratti cesellati
del suo volto da fata; avrebbe catturato il cuore di ogni uomo
di Port Royal, anche se uno lo aveva già conquistato senza
accorgersene.
Seppe starmi vicino come nessun altro, non mi
abbandonò mai. Riusciva a farmi sentire il suo affetto
semplicemente con la sua presenza e il silenzio. Mi portava a
compiere lunghe passeggiate sulle spiagge dell'isola, anche
quando il mare era in tempesta. A me non importava, lo amavo
anche quando riversava enormi onde furenti sulla battigia e
l'acqua schiumosa mi inzuppava la gonna.
Si poteva dire che
cercavo sempre un contatto con lui…con l'oceano. Non
m'importava di passare per una povera illusa. La musica delle
maree era quella che adesso mio padre avrebbe ascoltato per
sempre, dovunque fosse, ed era così dolce ed evocativa che
riusciva a lenire il male morboso e pulsante delle mie ferite
invisibili. Non riuscivo a smettere di chiedermi perché…perché
la nave The Braver era stata mandata in missione segreta,
perché proprio io, che ero solo una ragazzina, dovessi vedere
la mia vita stravolgersi in questa maniera. Tante, troppe
domande mi aggredivano quando ero sola, tanti interrogativi
che rimanendo senza risposta sembravano sbeffeggiarmi ogni
nuovo giorno che passava.
Cosa doveva ottenere Lord Robert
con quel suo ultimo viaggio?
Cosa voleva la Corona dalla
Royal Navy che presidiava i possedimenti inglesi nel Mar dei
Caraibi?
Erano quesiti inadatti a una ragazza nobile, e io
mi sforzavo in ogni modo per non continuare a pensarci…ma le
voci e le leggende non diminuivano il soffio dei loro venti
maligni.
Velieri pirata venivano avvistati al largo di
molte isole, il popolo dei coloni la notte non riusciva a
trovare riposo, e nuovi porti franchi, piccole città rumorose
senza legge, sorgevano nell'arcipelago attirando nuove orde di
filibustieri…e il nome della Perla Nera appariva e spariva in
questi racconti, buttando nuovo sale sul mio cuore aperto in
due. Solo adesso capivo cosa doveva provare Will per gente
come quella, e me ne vergognavo profondamente…e la mia stessa
famiglia discendeva da corsari e bucanieri tra i più avventati
della Storia! Se il mio unico amico fosse giunto ad odiare
anche me, sarei impazzita sul serio.
"Non dire
sciocchezze!" mi rispose Elizabeth quando mi confidai con lei.
"Will ti vuole bene per quello che sei."
Quello che
sono…
Ma il problema era proprio questo.
Non avevo
ancora dimenticato il mio disagio, la sottile ma velenosa
sensazione di non riuscire ad afferrare la mia libertà. Mi
sfinivo con lunghe ore di allenamento alla spada; avevo rubato
i libri di medicina di mio padre e portati nella mia stanza,
nel tentativo disperato di proseguire sulla strada che mi
aveva indicato. Ma come seguirla? Come catturare una chimera
di cui nemmeno io conoscevo il nome? Sapevo solo che
c'era…perché era racchiusa nel sole che giocava con le onde
piccole e mormoranti della bassa marea, nel respiro solenne e
possente dell'acqua…ma come definirla?
Una volta lo chiesi,
al mare. Domandai con fervore di chiarirmi le idee, o almeno
di svelare lo scopo della mia vita…e lo fece. A modo
suo.
"Miss Russel!Miss Russel!"
All'inizio della
spiaggia del porto, vidi avanzare la figura corpulenta di
Maggye.
"Finalmente vi ho trovato, vostra madre vi vuole
subito a casa!"
Lady Catherine mescolò lentamente il
suo the, e ne bevve un piccolo sorso dalla finissima tazza di
porcellana poggiata con delicatezza contro le sue labbra
rosse.
Vestito semplice ma di gran classe, capelli
acconciati, trucco fresco e impeccabile; mia madre ci teneva a
essere presentabile in ogni momento della giornata, inclusi
quelli di completo rilassamento.
Mi aveva accolto nel suo
salotto privato, una stanza non molto ampia e carica dei
ricordi dei suoi fasti di Londra: le pareti erano ricoperte da
pannelli di seta lilla con una fantasia floreale ricamata a
mano, grandi quadri di paesaggi romantici di foreste e feste
in castelli medievali offrivano l'unico panorama che si poteva
osservare, dato che le tende di pizzo erano state tirate in
modo da nascondere la vista di Port Royal.
Io stavo seduta
rigidamente di fronte a lei e portavo ancora il mio abito
macchiato dalla salsedine; non mi era stato dato il tempo per
cambiarmi.
"Sybelle, quante volte ti ho ripetuto di non
andare da sola sulla spiaggia? Non sono tempi sicuri."
"Non
ci sono pirati qui, madre."
Mylady mi fulminò con i suoi
deliziosi occhi ambrati, e posò di scatto la delicata tazzina
sul vassoio d'argento.
"Non è il momento di essere ironici"
sibilò sdegnata. "E' il momento di chiarire le cose,
invece."
"Quali cose?" domandai avvertendo un brivido poco
piacevole lungo la schiena.
"Tuo padre è morto, e il suo
incarico verrà affidato ad altri ufficiali. La nostra presenza
qui non è più necessaria."
Fece una pausa ad effetto,
gustandosi ancora un po' del suo the preferito. Le mie mani si
strinsero a pugno, gualcendo orribilmente la stoffa della
gonna; un tremito di rabbia mi corse sulla pelle e per un
lungo istante fissai quella donna splendida e superba, così
estranea, così lontana dal mio dolore, dai miei incubi.
"Ho
già scritto al Conte di Chester, a tuo nonno. Certo, ci vorrà
del tempo per accordarsi su tutto, ma confido di iniziare il
viaggio di ritorno per Londra entro l'inizio del nuovo
anno."
"E…" la voce mi usciva a tratti, impastata di rabbia
nascente "…il mio parere non conta?"
"Hai appena
quattordici anni, cara. Non puoi certo crederti abbastanza
adulta da imporre la tua posizione! I Caraibi non sono un
posto sicuro dove crescerti, testarda come sei. Non ho
intenzione di farti debuttare in società in un luogo
dimenticato da Dio, dove frequenti gente losca come quel Will
Turner! Tu sei l'erede dei Russel, devi ricevere un'educazione
degna del titolo che ti spetta."
"Will non è affatto un
delinquente come voi credete!"esclamai dilatando gli occhi
pieni di rancore ora esploso.
"Non osare usare questo tono
con tua madre, e no dimenticare che è solo un fabbro…anzi"
aggiunse perfidamente "non è nemmeno quello."
La mia mano
agì da sola. Afferrò la prima cosa che ebbe a portata di tiro,
un fragile vaso di cristallo posto su una bassa colonna
ornamentale, e lo scaraventò a terra in uno scintillio
sgraziato di vetri impazziti.
"William Turner è un ragazzo
onesto, leale e molto più meritevole di onore di tanti
sciocchi, inutili ufficiali che mi avete fatto conoscere!" Non
mi fermai a così poco, e aggiunsi la stilettata finale, il
colpo di grazia. "Insultare lui senza che sia presente,
significa insultare la figlia del Governatore, e Lord Swann
stesso che lo ha salvato dalla morte!"
Mia madre mi fissò
allibita, con una mano premuta sul cuore. Il pallore del suo
viso era spettrale, sotto la mano sapiente di belletto. Non mi
pentivo di aver usato il suo unico punto debole, la sua
ossessione verso l'apparenza e la considerazione di cui godeva
nell'alta società.
Perché lo feci? Ancora non lo sapevo, ma
qualcosa in me si era incendiato e solo in un'altra occasione
avevo trovato la forza (e la pazzia…) di non farmi trascinare
dalla corrente degli eventi.
"E sia ben chiara un'altra
cosa…dovrete trascinarmi in Inghilterra con la forza, perché
non ho alcuna intenzione di tornare."
La tensione che aveva
ammorbato la stanza sparì quando una cameriera bussò alla
porta.
"Mylady, c'è il notaio Berry che chiede se può
riceverla."
"Ditegli che lo vedrò subito, conducetelo nella
biblioteca." Rispose prontamente alzandosi e ritoccando i
capelli.
Il signor Berry possedeva lo studio notarile più
stimato e famoso di Port Royal; curava molti degli interessi
dei nobili locali, oltre che dei funzionari militari e delle
varie Compagnie commerciali. Non riuscivo ad immaginare cosa
potesse volere da noi, e così anch'io andai in biblioteca
fingendo di non accorgermi dell'aria contrita di mylady che
ogni tanto mi pugnalava tra le scapole.
"Lady Catherine,
miss Sybelle…" disse il piccolo ometto calvo togliendosi il
cappello piumato. Gli occhi grigi erano infossati nelle guance
rubiconde, dai baffi bianchi.
"Sono lieto che siate qui
tutte e due. Anche se il mio compito non è dei più felici. Vi
prego di accettare ancora le mie più sentite
condoglianze."
"Grazie, sir. Ma ditemi…come mai siete qui?"
domandò mamma ben sapendo cosa nascondeva quella visita. Il
suo sguardo si era fatto attento, vigile e condiscendente, una
regina che pregustava un nuovo trionfo per la sua piccola
corte.
"Sono venuto a rendervi partecipi delle volontà
testamentarie di vostro marito, Lord Robert Russel Visconte di
Chester. Ho avuto parecchi incontri con lui, e sapevo che a
Londra aveva già redatto un testamento, che ha modificato
quando è giunto a Port Royal. Ha voluto aggiungere una cosa,
prima d'imbarcarsi per l'ultima volta. Una lettera da
consegnare solamente a lei, miss, senza che altri la possano
leggere."
"A me?…" ripetei.
Il notaio annuì
solennemente, e mi porse una busta sigillata. L'afferrai,
stringendola convulsamente contro il petto. Mi pareva di
sentire ancora il profumo dell'acqua di colonia che usava su
quella carta…solo mia…
"Ora procederò alla lettura del
testamento, signore.
Io, Robert Russel, Visconte di
Chester e Capitano della Royal Navy, dichiaro quanto segue nel
pieno delle mie facoltà mentali.
Lascio ogni mia sostanza
alla mia famiglia, divise equamente tra mia moglie Lady
Catherine Seymour e mia figlia, Sybelle Russel.
La villa e
i terreni acquistati a Port Royal vanno a mia figlia, che
potrà amministrare come meglio le aggraderà. Fino al
raggiungimento dell'età adulta sarà affidata alle cure di Lord
Nicholas Swann, Governatore di Port Royal che ha accettato di
essere il suo tutore, qual'ora mi dovesse accadere qualcosa di
irreparabile. Sybelle, so che ti prenderai cura di tutti gli
oggetti che ho amato: i miei libri, le mie mappe. Solo tu
potrai decidere cosa farne, senza altre interferenze.
A mia
moglie spetta il palazzo della mia famiglia a Londra e le sue
ricchezze; il feudo di Chester e l'antico castello sono di
competenza dei Russel, di mio padre e di mio fratello
maggiore.
Il notaio Berry si occuperà affinché la mia
volontà sia rispettata…"
Non fece mai in tempo a finir
di pronunciare l'ultima frase.
Mia madre aveva sbattuto su
un tavolo di mogano il suo inseparabile ventaglio, e mi
fissava…con odio. Riconoscevo quel fuoco, quando bruciava
nelle sue pupille. Il resto del suo viso splendido era
inalterato nella sua regale freddezza, ma il suo sguardo mi
avrebbe volentieri trafitto.
Hai appena quattordici anni,
mi aveva rinfacciato…
Quattordici anni sì, ma con un
patrimonio che doveva spettare a lei: le nostre ricchezze nei
Caraibi, e il futuro…il nostro futuro. Perché Lord Swann non
sarebbe mai stato persuaso a convincermi a vendere la mia
eredità per poi farci tornare a Londra. Sempre che la nostra
nave riuscisse a portare a termine un viaggio non solo lungo,
ma doppiamente pericoloso: le incursioni di pirati e bucanieri
si erano infittite e un solo nome-che non riuscii nemmeno a
pensare, ero pervasa da una strana nausea-
bastava per
rievocare in me l'immagine di un immenso spettro nero avvolto
dalla nebbia sulfurea dell'inferno.
Lady Catherine era in
gabbia, una gabbia le cui sbarre erano solide come potevano
esserlo solo le sue uniche convinzioni, la ragione della sua
fatua forza. Sarebbe macerata nel suo rancore per anni, e
avrei dovuto stare attenta: mio padre l'aveva splendidamente
giocata secondo le rigorose leggi del nostro Paese. Il
testamento non poteva essere impugnato, men che meno da una
vedova dolente di un eroe…chi le avrebbe creduto se
all'improvviso avesse lasciato cadere la sua maschera di
moglie sofferente, straziata dal lutto che aveva colpito una
famiglia tanto nobile e rispettata?
Non rimasi a salutare
il signor Berry. Inchinandomi frettolosamente, chiesi il
permesso di ritirarmi e corsi in camera mia, chiudendomi
dentro a chiave.
Dissigillai il plico così malamente che
rischiai di strappare il foglio ricoperto dalla grafia veloce
e fluida che avrei riconosciuto tra mille.
Non ero sola
nella mia stanza, mentre leggevo…seduto accanto a me c'era un
fantasma e mai come stavolta era un ospite
gradito.
"Miss Swann, Miss Russel è venuta a
trovarvi."
La cameriera si scostò e mi lasciò
passare.
Elizabeth rise divertita nel vedere lo stato in
cui ero ridotta: i capelli neri erano ormai sciolti dalla
grossa treccia in cui li avevo raccolti, impastati dal vento e
dal sale e il vestito aveva tutti i pizzi spiegazzati. Le
sorrisi brevemente, ma senza brio. Lei se ne accorse e senza
troppi complimenti congedò il suo maestro di musica.
"Non
capisco nulla di accordi e pianoforti" sbuffò irritata. "Ma
non credo tu voglia parlare del mio scarso talento."
"Lily,
tu sapevi che il signor Berry aveva preso accordi per un
testamento con mio padre e il tuo?"
"No, anche se la mia
famiglia conosce il notaio. Ma, Sybel…sei così
pallida!"
"Leggi questa. Hai il mio permesso."
La mia
amica aprì la lettera e quasi la fece cadere quando lesse la
firma che la chiudeva.
"Non è possibile…" mormorò prima di
tuffarsi nella lettura.
"Darling,
se mai dovrai
leggere questa lettera, vuol dire che purtroppo non potrò più
tornare da te.
Nathan Berry ha avuto ordini molto precisi
riguardo a questo: dovrà consegnarti questo scritto solo
quando saranno lette le mie ultime volontà.
Potrebbe essere
domani. Potrebbe essere tra molti anni.
Ma non ho molta
fede in questa mia ultima speranza, non oggi.
Sai che
presto dovrò partire, per ordine espresso della Corona. Non
posso dirti dove andrò, e nemmeno perché.
Posso solo dirti
che finalmente, il mio lavoro di una vita è stato riconosciuto
e posso tentare di portarlo a termine. Tentare…posso solo fare
questo, per ora. Rischierò la vita, perché avrò molti nemici e
quasi nessun alleato stavolta in mare.
Ma sono un egoista,
te l' ho sempre detto…so che stai soffrendo le pene
dell'inferno, se stai leggendo queste righe. Ma faccio questo
anche per garantirti un futuro dove nessuno dovrà temere il
mare e i suoi tesori, dove potrai vedere non solo le isole
dove gli inglesi si sono imposti con la forza.
Sybelle, c'è
il mondo intero là fuori, non vorresti svelarne i segreti
senza alcuna paura?
Ti ho tenuto nascosto molte cose,
perché volevo proteggerti nonostante la tua maturità, la tua
forza. Ho cercato di farti capire comunque, perché sei come
me. Lo capirai crescendo, e cercando la verità se io
fallirò.
Segui la tua strada.
Sei una Russel fatta e
finita,come dice sempre tuo nonno, non provare mai vergogna
per chi sei. Forse adesso non comprenderai questo…stai per
compiere solo quattordici anni, ma presto il tuo destino ti
sarà chiaro.
Ti ho insegnato a prenderti cura delle
persone perché il tuo cuore generoso non inaridisse; ti ho
insegnato ad amare e rispettare il mare, quel mare che mi
porta sempre via da te, perché non volevo veder morire la tua
intelligenza, la tua naturale curiosità. Insomma, non volevo
che tu morissi dentro, come le tante dame insoddisfatte e
vuote che conosci…spero di aver fatto in tempo, spero di aver
fatto nascere in te il seme della donna splendida e indomita
che sarai. E io ti sto per lasciare da sola proprio adesso,
quando più vorrei starti accanto, ma non posso scappare. Non
stavolta.
La verità, piccola mia…non dimenticarti mai di
essa. Cercala tra i Fratelli, è l'unico indizio che ti posso
dare.
Continua sulla strada che abbiamo iniziato insieme,
non smettere di far crescere i doni che ti ho dato. Fallo per
me.
Ti amo,
tuo padre."
Nel silenzio dorato del
pomeriggio, sentii solo il fruscio di carta che veniva
ripiegata.
"Allora non stava dando la caccia alla Perla
Nera…" sussurrò fissando il vuoto.
"No. C'era qualcosa di
molto più importante che una ciurma da mettere alla
forca."
"Sybel…"
"Quegli uomini hanno ucciso mio padre!"
urlai pestando un piede per terra. "Come posso essere calma,
come posso…pensare di loro quello che pensavo quando ero
piccola? Sono stata così ingenua…e forse chi aveva ragione era
proprio il Capitano Norrington. La realtà è molto
diversa."
Ero arrabbiata, e confusa. Non riuscivo ad
ammettere serenamente a me stessa come un semplice pezzo di
carta mi stesse riportando nel passato, a quando mi avevano
ficcato un pugnale nel petto con due semplici parole: è
morto.
Perché mio padre mi aveva scritto, ben sapendo che
andava a incontrare la sua fine? Il suo sorriso…come aveva
potuto tenermi nascosto quelle molte cose? A me, a sua figlia!
Si era sempre fidato di me, e invece…non avevo visto tutto,
del suo mondo.
Cerca di Fratelli.
Che voleva dire
questa frase? Cosa mi era stato affidato?
"L' hai fatta
leggere a tua madre?"
Sussultai e tornai a guardare Lily.
"No. È solo mia. In oltre…io…oh, non so nemmeno da che parte
iniziare…"
"Hai tutto il tempo che vuoi" disse dolcemente
offrendomi un the. Fu il più buono che bevvi.
Come sempre,
Elizabeth seppe ascoltarmi. Le avevo fatto molto male, prima.
Avevo spezzato i suoi sogni, e l'estasi che provavamo quando,
di notte e con una sola candela, ci raccontavamo di Anne Bonny
e delle sue temerarie, folli imprese: la più famosa donna
pirata dei Caraibi, che seminò il terrore tra queste isole nel
XVII secolo. Lo avremmo più fatto? No. Era una verità cruda,
ma era l'unica che per adesso potevo vedere
chiaramente.
Dovevamo crescere; anche se vivevamo in un
paradiso custodito dalle palme, tra feste e risate, non
potevamo più essere bambine.
"Sheffield, come ti senti
oggi?"
La guardia attese una risposta per qualche minuto,
poi sbuffò e colpì le sbarre della cella col calcio del
fucile.
"Sheffield, sei morto?" domandò infastidito.
Un
debole grugnito di protesta si levò dal pagliericcio dove
stava disteso un giovane uomo. La sua divisa di marinaio
semplice era ancora sporca di sangue rappreso e i suoi corti
capelli biondi erano arruffati.
"Il dottor Norton verrà a
visitarti tra poco, e ti verrà portata la cena."
Il soldato
lo lasciò di nuovo solo, riprendendo il suo giro
d'ispezione.
Mark Sheffield pensava che fosse questa la
peggiore delle pene: venir lasciati a marcire nella
solitudine.
Certo, molte persone si stavano occupando di
lui, ma nessuna di questa lo ascoltava. Nessuno gli voleva
credere.
Si fissò con aria vuota le bende che gli coprivano
il torace da cui erano riusciti ad estrarre la pallottola
sparata da uno di
quei…demoni.
Demoni.
Demoni.
Demoni…
Era la sola
parola corretta che potesse descriverli e la ripeteva da
giorni, urlando, imprecando, dimenticando cosa erano per il
resto dei suoi compagni.
Ma loro non avevano visto ciò che
aveva visto lui, nossignore.
Non si erano imbarcati per una
delle missioni più strane affidata dalla Corona che servivano,
non avevano lasciato le loro famiglie senza poter spiegare
cosa dovevano fare, cosa dovevano affrontare.
Non avevano
nemmeno potuto udire quella risata terribile, raggelante, che
esplodeva in un ringhio finale di pura, lucida follia…
Se
chiudeva gli occhi, poteva ancora vederlo davanti a sé,
orribilmente reale e pronto, stavolta, a ucciderlo veramente;
una figura scura imponente, il volto cotto dal sole coperto da
un capello nero dalla larga tesa rovinata, come la piuma che
lo adornava. Lunghi, disordinati capelli castani e un sorriso
spietato che brillava perennemente nei suoi occhi verdi, privi
di compassione.
Non sapeva spiegarsi come fosse riuscito a
scappare, non aveva ricordi precisi…
Era arrivato a una
scialuppa della The Braver zoppicando, praticamente
strisciando sul ventre lasciando sul ponte una scia di sangue.
La ferita che gli attraversava lo stomaco non era molto
profonda, ma il dolore che pulsava sulla carne aperta gli
annebbiava la vista e i sensi. Tutto intorno a lui erano lampi
e scoppi di fucili e pistole, di cannoni fumanti e urla
raccapriccianti…i brevi istanti di silenzio erano punteggiati
da tonfi sgraziati nell'acqua…quegli occhi verdi, freddi e
crudeli…quasi spiritati, che potevano ospitare solo la
pazzia!…
Ma non era stato nulla…no…
Il marinaio aprì
faticosamente gli occhi cercando di non farsi irretire da
quelle ultime, spaventose immagini del suo incubo ricorrente.
Un raggio di luna filtrò leggero tra le sbarre della piccola
finestra sulla sua testa e lo colpì in pieno viso.
Fu
peggio di ricevere un pugnale tra gli occhi.
Una luce
gentile ma fredda, affascinante ma troppo indifferente che era
scesa anche sul suo equipaggio, sul suo capitano, sulle vele
ammainate della The Braver e su…quegli…esseri…
Mani senza
pelle, senza muscoli, con brani di carne putrefatta che
occhieggiavano tra vestiti sudici, sporchi di
sangue.
Gengive nude e gocciolanti, denti e teschi, capelli
senza vita, occhi senza palpebre…che non potevano morire,
perché nessuna arma poteva ucciderli…
Il primo urlo
riecheggiò per l'umido corridoio delle prigioni di Fort
Charles e attirò immediatamente alcune delle
guardie.
Quando arrivarono alla cella, ammutolirono
atterrite, osservando quello che un tempo era stato un loro
compagno rimanere attaccato alle sbarre, scotendola con forza
e gridando, gridando senza pose parole
sconnesse…
"BARBOSSA! BARBOSSAAA!!!"
"Chiamate subito il
dottore!" urlò il caporale che era arrivato correndo dalla
guardiola. "E ditegli che Sheffield ha di nuovo una delle sue
crisi!"
Note dell'autrice: Capitano, col vostro
permesso fare un piccolo omaggio!…Capitano?…Capitano
Sparrow?…ma dov'è finito?!
(Secondo te?ndWill che mi sta
aiutando a tracciare la rotta per i prossimi capitoli…)
Ho
capito…-____-' Signor Cotton…no, cioè…signor pappagallo
Cotton, al prossimo scalo mi ricordi di fare nuove scorte di
Rum…il nostro comandante sta per finirle…e non me ne ha
lasciato nemmeno un gocciooooooo!!!!!ç___ç
Ma stavo
parlando di un'altra cosa, prima...eh già!L'ultima parte del
capitolo è un mio piccolo omaggio a Bridget, appassionata fan
di Barbossa...spero che tu gradisca, missy! E che abbia reso
giustizia al tuo digrignante pirata!
Yo-ho, beviamoci
su!
Ricchan-Edhelwen.