"Pirates of the Caribbean. The legend of Sybelle "Storm" Russel".
By Rinoa-chan






Capitolo settimo

"Una nave dall'Inferno"


"Buongiorno,miss!"
Maggye non era mai stata delicata nello svegliarmi. Non lo aveva imparato in dieci anni che vivevamo a Port Royal, e non nutrivo speranza che rimediasse ora.
Scostò con la solita decisione le tende e aprì le finestre sulla nuova giornata che stava salutando la baia. Il porto era particolarmente animato in quelle ore; sulle banchine venivano allestiti i banconi del mercato del pesce, e le piccole imbarcazioni dei pescatori stavano tornando dal largo.
Mi alzai stiracchiando pigramente le braccia e prendendomi tutto il tempo necessario per rilassare i muscoli intorpiditi; ridacchiai divertita quando un dispettoso raggio di sole venne a danzare sul mio viso. Quando riuscii a riaprire gli occhi, scambiai un'occhiata con la mia governante, che m'indicò con fare infastidito la confusione che regnava sul mio scrittoio. L'ultimo libro di medicina che stavo consultando era ancora aperto, con sopra le pagine alcuni fogli su cui avevo scarabocchiato degli appunti. La penna d'aquila l'avevo usata come un segna-libro.
"Anche ieri notte siete stata sveglia fino a tardi" commentò scotendo la testa.
"Dovevo cercare alcune cose per il dottor Norton, e per fortuna mi sembra di aver trovato quello che mi interessava."
"Come stanno i soldati feriti?" mi domandò riassettando il letto. Non risposi subito, e andai ad appoggiarmi al parapetto, spaziando lo sguardo sul mare azzurro e mosso da grosse onde. Strinsi pensosamente le labbra, quando vidi la sagoma imponente del forte stagliarsi contro il cielo.
"Lo potremo sapere solo nei prossimi giorni."
"Capisco. Vado a prendervi il vassoio della colazione. Partirete subito dopo?"
"Sì. Dì agli stallieri di preparare il mio cavallo."
"Lo sapete che vostra madre vorrebbe che usaste la carrozza."
M'irrigidii e smisi di sbottonarmi la camicia da notte.Alzai molto lentamente gli occhi dalla scollatura e li piantai in quelli pacifici e timidamente bonari di Maggye.
"Sarò molto più rapida così" ribadii gelidamente congedandola.
Quando rimasi sola, sospirai passandomi nervosamente una mano tra i capelli sciolti. Presi una spazzola dalla toeletta e mi portai davanti allo specchio.
La ragazzina di quattordici anni che per la prima volta era stata vestita da adulta non c'era più.
Il mio riflesso mostrava una giovane donna di appena vent'anni dal fisico slanciato, le lunghe chiome corvine lievemente ondulate che mi carezzavano la schiena. La veste bianca che indossavo era piacevolmente riempita da un seno morbido e pieno, che però maledivo quando lo sentivo soffocato, spremuto dai corsetti tanto alla moda. Le pazzie delle belle signore di Londra avevano valicato l'Oceano Atlantico e si erano diffuse pericolosamente anche nelle colonie.
Ero cresciuta ancora in altezza, e l'equitazione che ormai praticavo da anni aveva reso le mie gambe snelle e toniche.
Non avevo mai smesso di proseguire il mio peccato più grave, ovvero la scherma.
Avevo smesso di temere i pettegolezzi delle amiche mia madre da moltissimo tempo e ridevo appena, senza farmi vedere, quando osservavano meravigliate la mia carnagione dolcemente abbronzata. I vezzosi ombrellini di pizzo e raso non vantavano certo un posto d'onore nel mio guardaroba, così come i capellini inamidati arricchiti da nastri. Certo, anche per poter fare una passeggiata nei viali che tagliavano i giardini delle case più belle di Port Royal, una ragazza di buona famiglia necessitava di un abbigliamento adeguato: un sobrio "vestito da the", che di sobrio aveva semplicemente la presunta comodità di avere solo due sottogonne, le maniche chiuse fino al polso e una scollatura dissimulata da ripieghi di pizzo e una pudica mantella leggera, ma nonostante questo tenevo sempre il capo scoperto, lasciando libera la mia lunga treccia di seguire i miei movimenti.
La figlia dei Russel avrebbe continuato ad alimentare con costanza sfacciata le chiacchiere. Dicevano che faceva parte della mia bizzarra natura: una fanciulla nobile che si credeva libera come un…uomo! Ce n'era abbastanza per far parlare la ristretta cerchia aristocratica delle isole britanniche per altri dieci anni e io mi divertivo pazzamente con Elizabeth nel commentare quelle voci. Io ero il primo motivo di tanto clamore, lei il secondo…perché nemmeno la mia piccola, ardente e coraggiosa Lily si era completamente trasformata nella donna elegante e raffinata che tutti si aspettavano.
Avevamo continuato a crescere insieme, inseparabili come sorelle. Conoscevamo ogni segreto l'una dell'altra, compreso quello più doloroso e insieme più dolce, che la faceva sorridere arrossendo o piangere disperata stretta tra le mie braccia.
Non ha mai saputo dirmi quando se n'era accorta la prima volta, ma credo che per questioni come questa non si possa trovare un inizio definito.
Succede, ed è improvviso, immediato; si può non accorgersene, ma non vuol dire che non si sia stati già catturati. Perché l'amore…semplicemente, non si può prevedere e non esiste nessuno tanto astuto o saggio da poterne parlare con scioltezza e sufficienza.
E quel sentimento, Elizabeth non sapeva come viverlo, come affrontarlo. Mi fu chiaro il giorno del suo sedicesimo compleanno, se ci penso ora mi sembra sia accaduto una vita fa.
Era stata semplicemente splendida, alla festa in suo onore organizzata dal Governatore. Mughetti bianchi erano intrecciati nei suoi capelli lucenti come fili d'oro antico e quei tocchi di petali candidi avevano fatto risaltare il rossore del suo viso, la bellezza fresca delle sua labbra piene, vellutate, schiuse in un sorriso perfetto, interminabile. Ma finto. Sforzato.
Aveva cercato solo una persona con lo sguardo, tra la ressa degli invitati e quando aveva dovuto realizzare che non c'era, un'ombra nera era scesa nei suoi occhi di miele.
Aveva creduto fino all'ultimo che suo padre avrebbe infine ceduto alle sue insistenze, alle sue moine, ma Lord Swann stavolta non aveva potuto cedere davanti all'adorazione da sempre nutrita per la sua unica figlia, perché l'unico desiderio della festeggiata era impossibile da realizzare. Almeno per lui, che aveva già intuito che qualcosa era cambiato.
Il giovane Turner…cresciuto con lei, sempre presente nei momenti importanti della sua vita. Educato, sempre pronto ad aiutare la piccola principessa di Port Royal.
Se aveva visto quest'amicizia con benevolenza, all'inizio, ora non poteva più essere così. Santo cielo, era talmente evidente…non era un uomo così ottuso e sprovveduto. Un giorno, aveva fissato il ragazzo che osservava Lily cogliere dei fiori e ciò che aveva visto in quelle iridi scure, intense, era un ardore ancora acerbo, ma crescente. Un ardore che cancellava il resto del mondo per fare unicamente spazio a un unico pensiero, a un'unica immagine: una fanciulla che stava sbocciando nella sua bellezza e che non era più così ingenua nei confronti della vita…se mai lo era stata, come suo padre aveva sempre voluto per proteggerla dalla crudeltà del mondo, e dall'infelicità. Perché cosa altro poteva portare la nascita di una tale, fremente emozione, a due persone divise dalla cosa più pericolosa che esistesse, ovvero la classe sociale, le loro origini diametralmente opposte? Spiegarlo a Lily sarebbe stato penoso…ma non sarebbe stato necessario.
"Non è venuto" mi sussurrò sconfortata quando andammo a sederci all'ombra di un padiglione coperto di glicini.
"Mi dispiace, piccola. Non sai quanto."
"Tu sai il perché, non è vero?" balbettò cercando di non lasciar vincere i singhiozzi.
"Lily…"
"So che non è stato invitato. E so che dietro a tutto questo c'è mio padre."
Non provai nemmeno a negare, concentrandomi sui fiori indaco che ci avviluppavano col loro profumo stordente.
"Ma forse è meglio così, Sybel. Io…non avrei saputo cosa fare…"
"Cosa vuoi dire?" chiesi allarmata "Hai forse litigato con Will e non me lo hai detto?"
"Oh, no!" s'affrettò a rispondere. "E' che …credo sia arrabbiato con me. E' diventato strano… come me."
Elizabeth si alzò all'improvviso, andando a strappare un mazzo di fiori per poi gettarne a terra un petalo per volta, la mascella contratta da un impulso di rabbia nata senza motivo. Aspettai pazientemente, in silenzio; non dovevo tirarle fuori la verità. Le avrei fatto molto più male che bene.
Lily, non preoccuparti. Non sei sola, lo sai vero?
Forse mi sentì, in un certo senso. Ci intendevamo senza bisogno di mere parole.
"Si può star male anche solo vedendo qualcuno?" domandò a voce bassissima, rivolta quasi a se stessa più che a me.
"Dipende da chi sia questo qualcuno." Risposi debolmente, sorridendo un poco.
"E' tutto così diverso da quando eravamo piccoli" disse ancora sapendo che avrei compreso di chi stesse parlando. "Quando lo vedo, è come…se bruciassi dentro. Sento il sangue alle guance, alla testa; vorrei sorridergli, sorridergli come mai ho avuto il coraggio di fare. Ma ho paura. Paura di allontanarlo per sempre da me. Lui non mi vuole più parlare, rimane in silenzio a guardarmi, e io non lo capisco!"
Gettò a terra lo spoglio rametto verde su cui si era sfogata e in un ondeggiare furioso di boccoli chiari mi guardò con occhi umidi e arrossati. "A volte, anzi, sempre…vorrei sapere perché ha paura di me. Vorrei abbracciarlo come avevo sempre fatto, rassicurarlo, ma non sarebbe più la stessa cosa. Sentirei…" ancora una volta, la sua voce si ridusse a un filo. "…il suo calore, il suo profumo…e il mio cuore impazzirebbe."
Non aveva avuto il coraggio di usare quelle parole, ma era come se le avessi sentite risuonare nel mio animo: mi sono innamorata di Will, Sybel.
Vedere finalmente una realtà costruitasi in silenzio, era simile al ricevere la scarica di un fulmine che scendeva lungo tutto il corpo: rimanere uccisi senza avere il tempo di accorgersene…
E Lily stava convivendo coraggiosamente con questa sensazione dal giorno in cui aveva compiuto sedici anni.
Io potevo solo starle accanto, e parare con lei i colpi che adesso iniziavano a pioverle addosso mano a mano che "diventava donna"; un modo elegante per dire che era tempo di pensare al matrimonio.
Il Governatore da alcuni mesi intratteneva ricevimenti fastosi dove io, la sua protetta per il volere di mio padre, e la giovane miss Swann venivamo sfoggiate come gioielli rari e preziosi, che dovevano essere ammirati da più gente possibile. Non potevo negare qualcosa al mio tutore, in fin dei conti mi aveva sempre aiutato contro gli attacchi di mia madre, tutti mirati a farmi cedere e svendere la mia eredità per tornare in patria.
In oltre, non era forse il mio destino? Sposarmi con una cerimonia lussuosa, con un uomo degno della mia mano e cacciare nel polveroso baule del passato i miei slanci troppo appassionati e inspiegabili, i miei sogni bizzarri… "indecorosi". E io, ostinata, testarda, che respingevo tutto questo, che trovavo la calma solo osservando il mare che volevo fare mio…avevo già vent'anni (lady Catherine si era sposata a sedici anni,come molte sue coetanee e mie), la mia fuga da una realtà troppo stretta e ottusa sarebbe stata degna di una eroina da romanzo, ma sarebbe finita.
Forse era in previsione di questo suo lontano, inevitabile trionfo che mia madre mi lasciava relativamente in pace. Ormai sollevava poche obiezioni su cosa facevo, e si limitava ad arricciare graziosamente il naso delicato quando mi vedeva partire in sella al mio Wildstorm, un puro sangue dal pelo corto e scuro, per raggiungere il forte della Marina e aiutare il dottor Norton e le altre infermiere.
Aprii un'anta dell'armadio, e presi la camicia bianca che volevo indossare.
"Sybelle?"
Quando si dice la sfortuna…mylady non attese nemmeno il mio permesso ed entrò in camera seguita dai sorrisi di due giovani cameriere; una reggeva un grande pacco, l'altra una cappelliera nuova chiusa da un nastro di seta.
"Ti ricordi che giorno è oggi, vero? Scommetto che Margareth si è arresa e non te lo ha rammentato…Jane, avanti, apri la scatola, su!"
Io fissai la ragazza senza capire; il coperchio volò sul letto e con un fruscio di stoffe preziose, mi venne sollevato davanti agli occhi un abito nuovo, color verde salvia e arricchito da un ricamo minuzioso di piccole perle e fili d'argento.
"Dovrebbe venirmi in mente qualcosa?" non riuscii a non essere sarcastica, mentre finivo di allacciare le piccole corde sul petto della mia casacca.
"Sì, sventata figlia mia! Oggi a mezzogiorno ci sarà la cerimonia di promozione del nuovo Commodoro, il signor Norrington. Questo è per l'occasione."
"Madre, io devo andare adesso al forte. I feriti dell'ultima missione dell' Interceptor hanno bisogno di tutto l'aiuto possibile."
"Tornerai a casa per cambiarti, non vedo il problema. Devi farti vedere, in società. Il figlio dell'avvocato Stratmore è tornato da poco dall'Inghilterra, vorrebbe renderti omaggio."
Mentre infilavo i miei scandalosi pantaloni da uomo-mi ero rifiutata di imparare la cavalcata all'amazzone, che faceva sembrare tutte le donne appese a un trespolo traballante- , un campanello d'allarme suonò violentemente contro le mie tempie. L'ennesima recita di falsità…un casto baciamano, un inchino profondo, e parole melliflue imparate a memoria per impressionare la dama di turno…anche la sincerità era bandita dal mio mondo. Se qualsiasi altra giovane nobile avesse osato parlare del proprio amore come faceva Elizabeth, il termine più blando con cui sarebbe stata bollata sarebbe stata "immorale"…e il discorso, nonostante tutto, non era poi tanto diverso per gli uomini rispettabili.
Elizabeth! Un momento!
Lei ci sarebbe stata sicuramente a presenziare la promozione: non era un mistero per nessun bene informato che il Governatore sognasse di avere il valoroso Norrington come futuro genero: il nuovo Commodoro era diventato un eroe in quegli anni turbolenti, in cui la sicurezza delle rotte vitali per la sopravvivenza delle colonie caraibiche era scesa a livelli risibili.
Dopo la morte di Lord Robert e l'affondamento della The Braver, la pirateria aveva iniziato un nuovo attacco contro gli invasori inglesi e francesi.
I porti franchi dove erano sicuri di avere rifugio e protezione i vari gruppi di filibustieri erano tornati a moltiplicarsi anche nelle isole più piccole, ricche solo di scogli spazzati dalle onde.
Le campagne dell'Interceptor e del resto della flotta inglese si erano fatte serrate, sanguinose e sempre più lunghe.
L'ultimo scontro si era consumato nei pressi dell'atollo di Saint Luis e il bombardamento scaturitone si era concluso con lo sterminio della ciurma nemica e molti feriti tra i soldati; la nave era rientrata precipitosamente a Port Royal, ma quando venni a sapere della vittoria le mie speranze s'infransero subito: non si erano scontrati con la Perla Nera.
Mi vergognavo ad ammetterlo, ma ero ossessionata da quella goletta dalle vele nere…ne ero ossessionata dal giorno in cui avevo saputo della morte di mio padre. Era il mio segreto più inconfessabile.
Era per queste imprese che Norrington veniva promosso. Un carriera brillante, costellata di scontri, battaglie, ed esecuzioni capitali.
Tre pirati a caso, dopo aver assaggiato la delizia inappellabile del cappio al collo, erano ancora appesi su uno scoglio al largo dell'isola per suo ordine.
Il valoroso ufficiale, ancora scapolo…Elizabeth e il suo tormento…quale modo migliore per spegnere i suoi inconvenienti ardori da adolescente ribelle con un'unione tanto perfetta dal punto di vista delle tradizioni e dell'etichetta?
Non potevo lasciarla sola, anche se la sua battaglia sembrava disperata: nemmeno Will l'aiutava, perché si sentiva già sconfitto in partenza. Ormai la guardava da lontano, imponendo al suo istinto di morire sotto la razionalità delle convenzioni. Non aveva mai confidato a nessuno da dove nasceva la sottile malinconia che rendeva amaro il suo sorriso. Peccato che potesse riuscire a mentire a tutti, tranne a me e sospetto anche a Lily.
"Va bene, ci sarò. Non preoccupatevi."
Il sorriso che mia madre mi rivolse fu un concentrato di ipocrita sollievo, ma avevo evitato una crisi in uno dei giorni più attesi dalle chiacchiere mondane, dove lei si sarebbe esaltata tra le sue amiche blasonate.
Uscì degnandomi di uno dei suoi rarissimi, calorosi saluti e io rimasi a fissare imbronciata l'abito che avrei dovuto indossare. Il corsetto che avrei dovuto portare sotto mi faceva rabbrividire: una volta stretto, con tutte le asole chiuse, sarebbe stato un miracolo riuscire a muoversi o non svenire.
Scrollai le spalle e finii di preparami, mettendo sotto la camicia il mio ciondolo. Sfiorando il pendente di diamante, alzai gli occhi sul piccolo ritratto ad olio che capeggiava su una mensola assieme alla mia prima mappa.
Andai a carezzare il sorriso dipinto di mio padre: era un gesto piccolo ma che ripetevo da anni, un contatto con l'immagine e il suo segreto. Avevo nascosto la sua ultima lettera sotto la cornice e quando le mie dita sfioravano la tela, solo poche parole trasparivano lentamente nella memoria.
Cerca i Fratelli…
Un'indicazione. Una minuscola, misteriosa ninna nanna che m'incitava ma senza darmi altri indizi.
Odiavo e amavo le sue ultime parole. Chissà se un giorno avrei compreso quello che lui s'aspettava…e perché lui fosse così sicuro e fiducioso in me.
"A presto, daddy" mormorai uscendo.

La giornata era limpida, appena rinfrescata da una brezza leggera che sussurrava lieve tra le fronde di palma.
Mi piaceva scendere in città a cavallo, senza essere chiusa in una carrozza cigolante: potevo osservare l'incanto della baia punteggiata dalle navi alla fonda, con le strette case piene di vita, vegliate dal promontorio più alto dalla mole del forte. Il sole era sorto da poco e la sua luce colpiva intensamente il mare creando un riverbero accecante.
Calcolai che dovevo sbrigare i miei compiti in fretta: una visita al dottore della guarnigione, poi di corsa alla farmacia e quindi di nuovo a casa…non che morissi dalla voglia di partecipare a una promozione appesantita da un rigido codice di etichetta, ma Elizabeth non poteva essere sola; per quanto conoscesse Norrington da sempre, non poteva mentire a lungo sui suoi veri sentimenti.
Spronai Wildstorm a un'andatura più veloce, ma tirai quasi subito le redini per richiamarlo; un viandante mattiniero stava tranquillamente salendo la polverosa strada che portava alla villa del Governatore.
Vestiva una giacca marrone semplice ma comunque elegante grazie agli alamari e ai bottoni dorati; gli sbuffi bianchi dell'ampia camicia che teneva sotto occhieggiavano appena oltre le maniche. Sottobraccio teneva una lunga scatola rivestita di velluto grigio che avrei riconosciuto ovunque.
Era un ragazzo alto, dal fisico snello ma compatto modellato dalle lunghe ore di scherma e lavoro in officina. Portava i lunghi capelli, ricci e scuri, legati in un codino vagamente galante e negli anni i lineamenti del suo volto avevano definitivamente perso la delicatezza incerta tipica dell'adolescenza: erano diventati più decisi, marcati e messi in risalto da un curato accenno di barba e baffi. I suoi occhi color caffè sorrisero quando mi vide.
"Will!Salve!"
Scesi dalla groppa del mio cavallo con un balzo. "Dove stai andando così presto?"
"Devo essere ricevuto da Lord Swann, miss Russel. Devo consegnargli la spada che darà al nuovo Commodoro."
Non ebbe bisogno di chiedermi se volevo vederla: rise appena davanti alla mia espressione avida e curiosa e, posata la scatola, l'aprì.
Un capolavoro, non c'erano altre parole per definirla: una sciabola dalla lama larga un pollice custodita in un fodero di pelle blu pavone. L'elsa era in foglia d'oro battuta a mano, e lo stesso oro componeva la sottilissima filigrana che completava la decorazione insieme a un'elegante nappa. Fu Will ad estrarla per mostrarmi la lama.
"Acciaio Damasco…" dissi rapita osservando come luccicava al primo sole. "Degna di essere assegnata a un ufficiale di valore! Sarà orgoglioso di sapere che il miglior artigiano di Port Royal ha lavorato per lui!"
Alla mia ultima affermazione, lo vidi abbassare lo sguardo. Le sue labbra sottili e bel disegnate erano ridotte a una linea amara di rassegnazione.
"Non saprà che è mia." Rispose. Spalancai lentamente la bocca, senza riuscire a parlare. Rinfoderai la spada con un gesto colmo di rabbia, riabbassai di schianto il coperchio.
"Dannazione, Will…perché continui a farlo?Perché non dici una volta per tutte chi è il vero fabbro di quest'isola?!" domandai nervosamente.
"Perché James Brown è stato l'unico ad accogliermi e a darmi un futuro, gli devo molto."
"James Brown ormai è ridotto a un essere vegetale! Una pianta grassa che si nutre solo di rum! Chi ha rimesso in sesto l'arsenale delle lame per baionette dell'intera guarnigione di Port Royal? Chi ha completato le porte per le prigioni? Chi…"
"Lo so, Sybelle!" esplose esasperato stringendo i pugni. Ci guardammo in faccia, stupiti e un po' sconvolti: per la prima volta dopo il suo salvataggio, Will mi aveva chiamato per nome. Avrei preferito lo facesse in un momento diverso da una nostra discussione.
"E' che…non posso. A essere cinici, sarebbe la parola di un orfano senza arte né parte contro il suo…padrone."
"Sai che io però ti crederei…e non sarei la sola. Ci sarebbe anche Elizabeth, e combatterebbe in tua difesa con ancora più ardore di me."
Will non rispose. Voltò leggermente il capo di lato, come per assicurarsi che il contenitore dell'arma fosse integro. Una pietosa finzione, un tentativo disperato per non farmi capire che stava arrossendo, anche se poco.
Era sempre lei: lei che splendeva nei suoi pensieri, che lo distraeva, che lo tormentava. Prima era stata la figura fragile di una bambina bionda, poi quella di una ragazzina piena di vita e di un fascino sempre più evidente: adesso c'era una giovane bella, solare, indomita…il cui unico punto debole era questo ragazzo che adesso era diventato timido e silenzioso.
Will, mi sono sempre chiesta se ti sei mai fermato un attimo a chiederti quanti sospiri strappavi a molte donne di Port Royal ma so che te se lo domandassi la tua risposta sarebbe questa, più o meno: m'importa solo lei…
"Devo andare ora…miss. A presto."
S'incamminò di nuovo, senza guardarmi.
"Will!" lo chiamai d'impulso. Non volevo…non volevo assolutamente che le due persone a me più care soffrissero in questa maniera, soffocate da maschere imposte da altri.
"Sì?"
"…Non hai nulla da dirmi?"
Lo fissai intensamente, senza battere ciglio.
"No" rispose a bassa voce. "Non c'è nulla, davvero."
Lo lasciai andare, sconfitta.
Forse la favole non potevano esistere: un giovane orfano dalle origini oscure non poteva nemmeno sognare la sua principessa. Era un peccato, una follia…ma mai come nel caso di Will ed Elizabeth questa follia aveva diritto di entrare nella realtà.

In un solo giorno Elizabeth Swann, figlia del Governatore di Port Royal, ricevette una dichiarazione d'amore, una proposta di matrimonio mai ascoltata interamente per via di un pericoloso, tremendo tuffo imprevisto dal cosiddetto "picco di Fort Charles", rischiò di morire soffocata nel modo più bizzarro che si possa concepire e venne salvata dall'ultima persona che ci si sarebbe aspettati: un pirata e non uno qualsiasi, come tutti avremmo scoperto in seguito.
Tutto questo nel giro di poche ore, e la ruota imprevista degli avvenimenti aveva appena iniziato a girare furiosamente e avrebbe innescato una serie di eventi imprevedibili.
Io ne assistetti solo a una parte prima di venir travolta completamente da questa tempesta, ma fu comunque un'esperienza indimenticabile, con i suoi pro e i suoi contro naturalmente.
La cerimonia di promozione fu impeccabile.
Nel cortile del forte, a mezzogiorno, stagnava un'aria calda e afosa.
La variopinta folla di nobili e ricchi borghesi era ai lati dello spiazzo polveroso, inframmezzata da due file di fucilieri in divisa scarlatta.
Elizabeth era accanto a me, in tutto il suo fresco splendore chiuso a forza in un vestito che le stringeva crudelmente i fianchi e il petto. Ultima, sadica moda di Londra.
Non prestò la minima attenzione allo svolgersi della parata, troppo intenta e cercare di respirare a sufficienza. La vidi aprire affannosamente il suo ventaglio, agitarlo freneticamente per avere un po' di frescura.
"Tieni duro!" le sussurrai mentre suo padre consegnava la spada al nuovo Commodoro. Mi sorrise impacciata, ma al ricevimento che seguì il suo aspetto non migliorò: cercai di darle da bere anche solo un po' d'acqua, era così pallida…
"Miss Russel, miss Swann…"
Norrington ci omaggiò con un inchino impeccabile. Fissai per un attimo la sciabola che ora teneva assicurata al fianco, ma non dissi nulla.
"Posso parlarvi in privato?" chiese poi solennemente rivolto a Lily.Lei mi lanciò un'occhiata supplichevole, ma sapevamo che non potevo fare nulla…con che coraggio, con che pretesto potevo rimanere vicino alla mia amica adesso, ben sapendo grazie ai pettegoli cosa doveva accadere?
Li lasciai andare via, verso il basso colonnato che portava a una piccola terrazza sospesa sul nulla, col mare che ruggiva decine di metri più sotto.
Il compassato, galante ufficiale era impacciato, lo vedevo. Camminava rigidamente un passo indietro rispetto alla sua dama, senza osare sfiorarla.
"Sybelle, è ora di andare. Non mi sento troppo bene, questo sole è così fastidioso…"
Mia madre non poteva vivere alla luce cruda e violenta dei Caraibi; lei si trovava a suo agio solamente in una stanza tappezzata di velluti, con fuori il tempo nebbioso e tetro dell' Inghilterra. Non era più necessario esibirsi in pubblico, il suo dovere lo aveva fatto e io potevo solo obbedire.
Sarebbe cambiato qualcosa se fossi rimasta, invece di desiderare ardentemente di liberarmi da quel corsetto impossibile e di non pensare allo sguardo dolente di Will, colmo di un sentimento che non poteva essere ricambiato? Non lo so, sinceramente.
Seppi solo una serie di racconti, di voci incredibili. E le seppi comunque troppo tardi.
Quella più sbalorditiva fu sicuramente il volo che Lily fece da quel maledetto picco.
Perché stava davvero morendo soffocata, e il suo tenero cavaliere non se ne era accorto, preso com'era dal svelarle il suo amore.
Elizabeth non sentì circa metà di quelle parole di circostanza, create apposta per non turbare il suo pudore. Rimase quasi accasciata contro l'arco in pietra della vecchia campana per alcuni terribili istanti.
"Non…respiro!…" tentò di dire cercando di attirare l'attenzione del suo distratto corteggiatore.
"Nemmeno io" fu l'unica cosa che ottenne in risposta, prima che il monologo appassionato di Norrington riprendesse. Non si era avveduto di nulla.
Lily boccheggiò fino a non sentire più il fiato salire dai polmoni e poi…un unico, perforante sibilo d'aria nel nulla dell'incoscienza mentre cadeva in avanti, oltre il basso parapetto.
Vide forse l'acqua vicina, sempre più vicina, che mugghiava tra gli scogli? Sentì il suo corpo piombare tra le onde?
Era troppo tardi, aveva perso i sensi.
Un vecchio medaglione d'oro, con inciso al centro un teschio ghignante, uscì dalla scollatura del suo sfarzoso vestito.
Dopo tanti anni lo aveva indossato così, quasi per gioco, dopo aver avuto un certo sogno.
Un improvviso colpo di vento mi colse in faccia mentre stavamo tornando a casa in carrozza, sulla strada che dal forte scendeva verso la città prima di risalire alle colline. Era una brezza gelida, e non accennava a calare…eppure il sole splendeva nel cielo, ma non scaldava più.
"Ma cosa sta succedendo? Che modi!" sbottò mylady indignata guardando un plotone di soldati che ci stava passando accanto al galoppo. Alla loro testa c'erano il Governatore in persona e il Commodoro e si stavano dirigendo verso il porto, lungo il pontile dove era stata ormeggiato l' Interceptor per le riparazioni dello scafo. C'era una strana agitazione sulla banchisa: vedevo il rosso delle giacche di due guardie chine su un qualcosa di bianco…una persona bagnata fradicia, caduta inavvertitamente in mare. E chi era l'altro uomo vestito con una camicia altrettanto inzuppata, con quei lunghi capelli neri tenuti fermi da un vistoso bandana colorato?
"Che ti succede?"mi domandò sgarbatamente mia madre.
"Nulla…scusatemi" sussurrai tirando la tendina e stringendomi nelle spalle.
Avevo ancora le ossa gelate, strette in una morsa inestricabile da una sensazione orribile.

A tardo pomeriggio, un valletto di casa Swann arrivò alla mia villa con un bigliettino di Lily per me.
Nella sua breve lettera, Elizabeth mi aveva spiegato cosa le era successo dopo esserci lasciate, ma non lo lessi mai.
C'era un certo nome sul foglio e quando Lady Catherine lo vide, spedì di ritorno il povero ragazzo e si tenne la missiva per bruciarla con comodo con la fiamma di una candela.
Persino lei, così terrorizzata e disgustata dalle mie storie sulla pirateria sapeva chi fosse Jack Sparrow.
Sì, aveva sentito che forse era lui il comandante della famigerata Perla Nera, la nave corsara che aveva affondato senza pietà la The Braver.
Sì, aveva saputo che forse era la stessa persona che oggi aveva salvato da un carambolesco annegamento la giovane Swann…ma quello che era certo era che io non dovevo sapere nulla di questa storia.
In fin dei conti mia madre mi conosceva bene, anche se non mi amava: poteva prevedere con poco margine d'errore come mi sarei comportata se avessi saputo della presenza di Sparrow a Port Royal e per queste sue fondate preoccupazioni aveva cancellato ogni prova, ogni indizio che mi potesse condurre a lui, senza consultarmi. Meglio tenermi a casa che vedermi uscire a spron battuto per tornare al forte, a reclamare con le sentinelle per vedere quel delinquente e interrogarlo su cosa era accaduto a mio padre e al suo equipaggio la notte di sei anni fa. Ne sarei stata perfettamente capace, e non sarei andata nemmeno tanto per il sottile né a parole né a fatti. Avrei avuto a portata di mano il probabile assassino di mio padre…mi avrebbe dato finalmente la risposta alla mia unica domanda…perché?
Poco mi sarebbe importato delle nuove chiacchiere che mi avrebbero bersagliato per la mia ultima, scandalosa azione:una viscontessa capace di parlare, imprecare ed agire come il mozzo più avventato…ero rassegnata a sentirmi criticare dalla buona società; lo aveva fatto quando avevo continuato a essere amica di Will, quando avevo continuato a studiare da sola medicina per poi offrirmi come infermiera al dottor Norton…ma non lo facevo per dare scandalo fine a sé stesso.
Se ero sempre pronta ad aiutare i soldati che tornavano feriti o malati dalle varie campagne, era perché così facendo ero nel centro delle loro storie: storie di pirati. E cercavo solo degli indizi, qualcosa che svelasse un mistero buttatomi addosso dall'uomo che più avevo amato e rispettato…perché la verità era nel male, nel male che mi aveva insegnato a studiare prima di giudicare.
Passai la serata a leggere, stando seduta sul cornicione interno della finestra spalancata per accogliere la notte. Non ero potuta andare dalla mia amica, potevo solo immaginare cosa Norrington le avesse detto…e io avrei avuto un resoconto dettagliato solo il giorno dopo: l' emicrania di mylady era diventata insopportabile non solo per lei, ma per tutta la servitù. E di conseguenza anche per me, chiamata più volte da una povera, disperata Maggye per dare un aiuto.
Posai il libro sulle ginocchia, e fissai il paesaggio punteggiato dalle luci lontane del porto.
Era ora di chiudere i vetri, dovevo decidermi…c'era sempre più freddo, e il vento nato a mezzogiorno non aveva ancora lasciato la baia. Un maestrale pungente s'incanalava nelle vie strette della città, e potevo immaginare Will ancora all'officina del signor Brown, intento a lavorare, ignorando che prima di rimettersi alla fornace aveva dovuto affrontare molto di più del suo padrone ubriaco.
Le fronde delle palme vennero frustate da un nuovo colpo d'aria diaccia, che portò un velo di nebbia grigia sul mare mosso. La foschia si fece sempre più densa, sempre più scura, come se stesse nascendo dal cuore di pece della notte.
Mi alzai in piedi con un balzo sgraziato, lasciando cadere il mio volume, aggrappandomi alle tende rischiando di strapparle tanto stavo tremando.
Per la terza volta nella mia vita stavo per essere risucchiata dal limbo dell' Inferno. Non potevo sbagliarmi: lo stomaco chiuso in uno spasmo segreto di terrore, un velo di sudore lungo la schiena, gli occhi pieni delle immagini di una nave che stava affondando bruciando, di un bambino lasciato a morire su un misero pezzo di legno e dell'ultima lettera lasciata da un padre prima di essere giustiziato.
Una forma più scura avanzava lenta e letale sulle onde. Feci appena in tempo a scorgere gli alberi della goletta drappeggiati da vele funeree e scorsi un lampo, accompagnato da un fischio.
Un secondo lampo, un secondo fischio. E stavolta, ci fu anche qualcos'altro.
Uno schianto tremendo, fragoroso sulle mura di Fort Charles, uno scoppio di fiamme e scintille.
Dilatai gli occhi e finalmente riuscii a muovermi e a correre fuori dalla stanza, scendendo a rotta di collo le scale.
"MAGGYE! MAGGYE! PRESTO, SVEGLIA TUTTI!"

Note dell'autrice: direi che le polveri stanno per prendere fuoco…voi che ne dite? Mah, da parte mia direi che sto iniziando a scaldarmi…il bello deve ancora arrivare, e lo sto centellinando con piccole comparse del nostro capitano…(e non è bene, missy! Non mi valorizzi abbastanza!ndJack a cui non va mai bene niente…) tranquillo, comandante, presto sarete moooolto valorizzato….(ghigno satanico di sottofondo…)
Un paio di spiegazioni su due mie citazioni dal film: la prima è la descrizione della spada che Will ha forgiato per il Commodoro Norrington e la seconda…bhe…potevo forse non tirare in ballo quel damerino che non si accorge della povera Elizabeth che sta praticamente morendo…al cinema ho finito col ridere, ma ciò non toglie che il caro Commodoro…diciamo che mi sta…sullo stomaco, e così faccio la personcina educata… in fondo vi voglio bene no?^o^
Nostromo!Rotta per il nuovo capitolo!
Edhelwen-Ricchan.